Società
Chiacchiera mistica e vita mentale •
Che guaio perdere la connessione con sé stessi
Se non ci sono quasi più individui capaci di introspezione neppure fra gli intellettuali, i filosofi e gli scrittori, significa che il livello di autoconsapevolezza e di autocontrollo mentale è diventato paurosamente basso
18 APR 26

Foto LaPresse
Chissà perché di cosiddetta intelligenza artificiale si parla tanto (per pubblicità) e invece si parla pochissimo o mai di intelligenza umana (in declino), di vita mentale e contenuti di coscienza. E’ perfino più facile, comodo e vacuamente suggestivo che si parli di mistica (nientemeno) che di comuni processi cognitivi e percettivi, di rapporto fra corpo, psiche, attenzione, volontà e autocontrollo.
Il fatto è che a parlare di mistica è solo qualche stravagante storico della cultura religiosa, che ne parla con troppa compiaciuta disinvoltura. La mistica, l’esperienza mistica (onestamente parlando) non è un’esperienza di cui trattare accumulando citazioni come si possono accumulare esempi letterari. A studiare le scritture dei mistici li si tradisce, perché si finisce subito per studiare non la mistica ma la letteratura in proposito. Succede questo, mi pare, nello strano articolo di uno storico della cultura letteraria come Carlo Ossola, che apriva domenica scorsa il supplemento domenicale del Sole 24 Ore. Il compiacimento è tipicamente quello di chi pretende di parlare dell’indicibile o di narrare l’inenarrabile. E’ un gusto del sublime che si appoggia spesso sullo studio La fabula mistica di Michel de Certeau, che fa critica e storia a partire da testi scritti da mistici. L’articolo di Ossola si apre con i nomi di Juan de la Cruz e Niccolò di Cusa, per concludersi incongruamente con la lettura che Roland Barthes fa di Ignazio di Loyola e con la poesia di Paul Celan, che con la mistica ha poco a che fare, nonostante qualche apparenza. In realtà si abusa verbalisticamente del silenzio mistico, cioè dell’impossibilità di parola adeguata che tutti i veri mistici richiamano e confermano. Si vorrebbe piuttosto che, invece di fare ermeneutica e storia della letteratura mistica, si facesse intanto capire che la cultura occidentale non sa più niente di mistica da diversi secoli. Si finge cioè di sapere qualcosa di ciò di cui si ignora tutto. Mi chiedo quale confusione mentale provochino in un lettore di giornali citazioni come questa:
“E’ mistico colui o colei che non può cessare di essere in viaggio e che, con la certezza di ciò che gli manca, sa di ogni luogo e di ogni oggetto che non è quello lì, che non può risiedere qui né contentarsi là. Il desiderio crea un eccesso. Esso va oltre, passa e perde dimora. Costringe ad andare più lontano, altrove. Egli non abita da nessuna parte. E’ abitato” (in De Certeau).
Ma questa non è mistica. E’, nella migliore delle ipotesi, poeticità romantica e simbolista, o magari farneticazione libertaria in stile Beat Generation. Infine tutto si potrebbe semplicemente definire con una formula come “teofania intima”, manifestazione di Dio o dell’Assoluto nell’interiorità.
A questo punto sarebbe bene chiedersi a che punto è, oggi, l’interesse per l’interiorità. Ne trovo traccia esplicita nel numero del 10 aprile di Internazionale, che in copertina offre un articolo intitolato “Di cosa sono fatti i pensieri” di Michael Pollan, giornalista scientifico americano che pubblicherà presto da Adelphi un suo libro sul tema.
Intanto Pollan ha accettato di sottoporsi a un esperimento di psicologia empirica, in cui un bip auricolare fa arrestare l’attenzione per catturare un’istantanea del contenuto di coscienza. Alcuni ricercatori hanno chiesto a una serie di pazienti individui di raccogliere a sorpresa e a caso momenti di autocoscienza. In realtà Pollan scopre cose assai poco interessanti:
“A cosa stavo pensando? Non è una domanda semplice o lineare come credevo. Appena si prova a registrare e classificare i contenuti della coscienza – impressioni sensoriali, sentimenti, parole, immagini – si trovano molte più domande che risposte e più di qualche sorpresa”.
C’era bisogno di un bip auricolare per chiedersi “a cosa stavo pensando”? Se non ci sono quasi più individui capaci di introspezione neppure fra gli intellettuali, i filosofi e gli scrittori, significa che il livello di autoconsapevolezza e di autocontrollo mentale è diventato paurosamente basso. Il primo e più elementare esercizio dei mistici, e ancora prima dei moralisti, era l’esame attento e continuo dei propri pensieri e stati emotivi. Nella narrativa e nella poesia moderne si è combinato poco senza l’attitudine ad afferrare quello che passa nello stream of consciousness o monologo interiore, da Joyce a Virginia Woolf e Faulkner. La tecnica surrealista della “scrittura automatica” era poi un’applicazione estremistica e letterariamente autodistruttiva dello stesso metodo, che Breton credeva di aver preso in prestito dalla psicoanalisi freudiana.
Nell’insieme, psicologicamente e letterariamente, mi sembra che il tema sia all’ordine del giorno. Il contatto con sé stessi tende a essere abolito. Se si sta per dieci e più ore con il cellulare in attività, che rapporto si può avere con la propria testa? Abbiamo un cervello. Ma non sappiamo che cosa farci. Il flusso di coscienza è messo a tacere dalla perpetua connessione internettista.



