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Ecco i problemi che ci inventiamo per darci un tono da generazione afflitta
Siamo così fortunati da avere tutte le comodità, ma non facciamo che lamentarci, noi che viviamo al tempo degli auto traumi per sfizio
di
28 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 08:55 AM | 30 MAR 26

Foto Unsplash
Io lo so qual è il migliore dei mondi possibili, o meglio, quale era fino a pochi giorni fa, quando i missili non ci arrivavano quasi sul balcone. Era questo, e passavamo il tempo a lamentarci che l’umore ce lo sentivamo così così, un po’ sotto i tacchi senza motivi precisi. Poi i motivi ce li hanno dati ed eccoci a sperare nei sogni alla rovescia, specialmente che l’ultima arrivata tra le guerre non moltiplichi troppo le sue dimensioni.
Avere il progresso e non saperlo riconoscere, l’epoca più depressa della storia è anche quella delle tecnologie che fanno i miracoli. Ce le troviamo in casa e le guardiamo un poco perplessi, scettici, chissà di cosa siamo preoccupati, l’invasione dei robot o i furti di mestiere che ci faranno rimanere tutti disoccupati. Intanto la medicina avanza, e camperemo meglio e con meno malattie, e chissà che altre iatture si prepara a risolvere la Grande Calcolatrice che al momento ci sta antipatica.
Compie dieci anni quest’anno un articolo di Paolo Giordano (La Lettura) che mando quasi a memoria su temi che nella preistoria del 2016 erano nuovi di zecca. I social network stavano facendo in quel periodo quella mostruosa scalata che ci portò alla resa dei conti: non erano giocattoli di internet ma stavano diventando una parte non troppo eliminabile delle giornate di chiunque. Una delle preoccupazioni legittime a quel punto era: come la tecnologia sarebbe entrata nei libri?
Concludeva pensieroso, Paolo Giordano, e non convinto del tutto di una fase di assimilazione rapida. Si parla di letteratura ma c’è un’estensione analogica possibilissima ai temi che ci riguardano.
Concludeva pensieroso, Paolo Giordano, e non convinto del tutto di una fase di assimilazione rapida. Si parla di letteratura ma c’è un’estensione analogica possibilissima ai temi che ci riguardano.
Agli inizi del Novecento, quando il telefono si stava diffondendo, gli scrittori insistevano nel menzionare all’interno dei loro testi il telegrafo elettrico. Anzi, “a livello letterario l’avvento del telefono sembrò rinvigorire l’interesse nei confronti del telegrafo” (Gabriele Balbi, “Squilli di carta”, Franco Angeli, 2007), come se gli autori volessero a tutti i costi difendere lo strumento tradizionale dal nuovo che minacciava di soppiantarlo. Quasi un secolo dopo, ormai digerita la telefonia “fissa”, una resistenza simile veniva opposta dagli scrittori alla telefonia mobile. Anche la televisione ha creato parecchia preoccupazione, ed è facile immaginare che lo stesso sia accaduto per ogni mezzo che abbia modificato drasticamente il modo di comunicare. Per quale motivo? Forse perché, come afferma Jacques Le Goff, “gli uomini si servono delle macchine che inventano conservando la mentalità dell’epoca precedente a queste macchine”. Insomma, saremo sempre un po’ troppo vecchi per raccontare il mondo tecnologico che abitiamo. Per la maggioranza degli scrittori quest’impotenza congenita si manifesta in riserve di carattere estetico. La scrittura letteraria ha in sé la vocazione di avvicinarsi quanto più le è concesso alla realtà, mantenendosi tuttavia impercettibilmente al di sopra di essa, depurandola dei suoi aspetti banali o deteriori: quando fatichiamo a includere un aspetto del presente in un racconto è perché, da qualche parte della nostra coscienza, lo avvertiamo ancora come un elemento corrivo, esteticamente “brutto” della nostra quotidianità. Non gli siamo abbastanza assuefatti. [...] Sappiamo bene quanto nell’ultimo decennio il web sia diventato pervasivo: Facebook, Twitter, Amazon, Uber… ognuno ha sovvertito in un lampo le regole dell’ambito nel quale è andato a inserirsi, regole che prima di allora si erano evolute con lentezza geologica.
Ha così ragione, Giordano. La tentazione di mettersi a pigolare sulle cose nuove che non conosciamo bene è forte. Si piange spesso, ancora più spesso, sul latte ancora da versare. Eppure basterebbe un poco di memoria, per accorgersene.
Io me la ricordo, la me stessa a Napoli Centro Direzionale e a Roma Piazzale Clodio, mentre facevo la dovuta gavetta all’ufficio iscrizione atti giudiziari, cioè la fila delle otto di mattina che terminava alle due di pomeriggio con una valigia di carte. Poi tornava alla scrivania, la povera fiammiferaia (io), ad aprire il codice di procedura, mestizia su mestizia. C’erano allora gli archivi sentenze che servivano per avviare una lunga ricerca di precedenti, le trovavi su un portale che funzionava come il Televideo, e il tempo passava, un’ora due ore tre ore per combinare pochissimo e disperarsi per quello che c’era ancora da fare e da scrivere. E si tornava a casa, in media, io e gli altri sventurati, quasi alle dieci di sera. A volte a mezzanotte: perché esisteva una cosa chiamata “collazione degli atti”. Prima di chiudere una causa e di far partire un processo, dovevi stampare e verificare foglio per foglio, ché non ci fossero indebolimenti dell’inchiostro. Timbrare e bollare, spillare, certificare e numerare, firma qui sì e qui no, l’ossessione dei controlli finali su una pila di fogli alta quanto me. Tornavo a casa con le dita nere di toner e un pensiero ancora più nero: io ho sbagliato tutto, mi ripetevo come un chiodo. Può questo mestiere essere così infame? I vecchi non se la passavano meglio: finivano anche più tardi di me. Le possibilità di salvarsi maturando esperienza erano dunque pochissime.
A pensarmi adesso, che sollievo. Ha smesso di piovere. Che vita infelice che avrei potuto fare senza internet e tutti i terabyte che mi hanno benedetta dal Duemila in poi. Venne a salvarmi da quelle tenebre la tecnologia, arrivò il processo telematico a risparmiarmi viaggi e carte, adesso ho pure l’intelligenza artificiale. Quindici anni dopo sono qui con lo stesso lavoro, senza lamenti e – soprattutto – con una banca del tempo che mi fa credito illimitato. Che ho guadagnato, in poco più di dieci anni, con il progresso delle macchine? Un’altra vita, ho una vita di riserva per leggere e studiare tutte le cose che mi garbano. Infatti sto scrivendo questo articolo di giorno e non di notte, quindi con riserva di allegria.
Siamo passati, voglio dire, a una versione avanzata di primo mondo. E’ chiaro a tutti. Perché allora facciamo gli gnorri e ci diciamo tra noi che siamo mosci e demotivati e in un’epoca buia? Perché questa posa da affaticati sul lavoro e altrove?
Cerco il filo che lega le sofferenze globali che noi e il pianeta stiamo subendo, provo a elencare alcune sorgenti, o forse paludi, del nostro dolore: paura della complessità, difficoltà a decifrare il mondo, perdita della fiducia → invocazione di un’autorità risolutiva che semplifichi la lettura della realtà e indichi la strada da seguire, riduzionismo culturale, disinformazione e falsificazione, algoritmizzazione e isolamento sociale, conflitto tra tecnologia e psiche, rottura del ciclo del dialogo, fine della solidarietà, identitarismo esasperato e respingente, crescita del rancore, egoismo ecologico e ricerca di capri espiatori. Uno dei motivi per cui la polis sta perdendo la testa è la mancanza di strumenti per comprendere e affrontare la complessità. Dalla fluidità di genere all’intelligenza artificiale, mai il mondo è stato così complicato. Cerchiamo semplificazioni, che si riveleranno autodistruttive, per padroneggiare la complessità. Abbiamo perso la fiducia. (“Farsi Male, Variazioni sul Masochismo”, Lingiardi).
Così complicato, è vero. Ma santiddio questo mondo è pure così facile.
Sono condizioni, queste, esattamente nella presente fettina di contemporaneo, irreplicabili. Non lo dico io, che conto zero e nulla, e non mi fido come voi quando lo dice la banda di fratelli della tecnologia che deve venderci l’abbonamento a ChatGPT Pro e le sue sorelle per avere il ritorno sull’investimento. La prova di questo benessere non è per niente diabolica, o soggettiva, non è una prova che deve essere data in maniera intelligente, basta considerarla per contrasto. La prova che stiamo troppo bene la danno i problemi immaginari che stiamo inventando per darci un tono da generazione afflitta dalla malasorte. Così ho pensato alla lista dei guai da mondo premium che ci siamo inventati per carenza degli altri. Dopo averla pensata l’ho scritta, e adesso che la rileggo è oltre le aspettative che un qualunque ottimista scarso avrebbe avuto nel 2001. A volte semplicemente oltre il ridicolo.
Il problema della solitudine autoprocurata perché sono sul divano a scrivere su WhatsApp e la questione è che è più comodo così che uscire.
Il problema della crisi degli intellettuali.
Il problema della fine delle élite.
Il problema che non si legge più.
Il problema che gli adulti non riescono a distrarre i giovani ed evitare che stiano troppo online.
Il problema che gli adulti stanno più online dei giovani.
Il problema della salute mentale urtata pure se le ruote del carrello al supermercato non vanno tutte nella stessa direzione.
Il problema che viaggiare è una cosa da ricchi. Obiezione: quante volte i miei genitori quando avevano trent’anni e due bei lavori da professori sono andati a Londra? Zero.
Il problema che congelare gli ovuli non sia gratis per fare i figli più in là.
Il problema del finto femminismo performativo.
Il problema delle chat delle femministe performative che escono fuori dalla stanza del tribunale e quindi si fa giudizio pubblico di pettegolezzi privati.
Il problema morale.
Il problema del ghosting.
Il problema delle red flag.
Il problema dei politici sui social network.
Il problema dei social network.
Il problema delle fake news sui social.
Il problema che abbiamo il brain rot per troppi video brevi visti sui social.
Il problema del Pd e delle sinistre del mondo in generale.
Il problema di impresentabili al governo.
Il problema della crisi del cinema.
Il problema dei panel tutti-maschi.
Il problema dei cibi processati.
Il problema dell’eccesso di alternative la sera su Netflix.
Il problema dell’intelligenza artificiale – se delego tutte le mail, mi appassirà il cervello?
Il problema che abbiamo un lavoro tossico.
Il problema che abbiamo relazioni tossiche.
Il problema dei figli low contact, che è il nome Usa per dire che i figli ti parlano poco.
Il problema dei genitori high contact che contestano i voti dei figli e fanno ricorso al Tar se va male il compito in classe.
Il problema di convincere le persone a fare i figli perché la riproduzione generale è in calo.
Il problema del latte delle vacche che sono stressate durante la mungitura.
Il problema delle microplastiche.
Il problema che la privacy è sempre violata, guardate che è successo al concerto dei Coldplay, i due amanti, due vite rovinate, poverini.
Il problema della gogna mediatica.
Il problema del piccolo orango che uno degli adulti gli aveva tirato una sberla e quindi era andato a giocare col pupazzo.
Il problema della trasparenza commerciale delle operazioni di vendita degli influencer.
Il problema della cattiva maestra internet, già cattiva maestra televisione (una prece).
Il problema del trauma.
Il problema dell’infanzia difficile.
Il problema dell’infanzia troppo facile.
Il problema che i boomer avevano tutti la casa e noi no. Obiezione: i rogiti del passato sono una leggenda. Erano pochi quelli che compravano in Piazza Navona. Il dipendente medio del secolo scorso s’accollava mutui di trent’anni a interessi mortali – 14 per cento – intestati a lui e alla moglie. Cosa comprava? Casa al paese. La proporzione non cambia: comprare un immobile è facilissimo, se t’accontenti di Luzzano (BN), dove potrai lavorare full remote dal giardino come nei sogni che tutti dicono di avere ma non è la verità.
Il problema che nelle Luzzano del mondo non ci vuole stare più nessuno, ci siamo fatti cittadini, ci piace la casa in centro e abbiamo ragione.
Il problema della crisi degli intellettuali.
Il problema della fine delle élite.
Il problema che non si legge più.
Il problema che gli adulti non riescono a distrarre i giovani ed evitare che stiano troppo online.
Il problema che gli adulti stanno più online dei giovani.
Il problema della salute mentale urtata pure se le ruote del carrello al supermercato non vanno tutte nella stessa direzione.
Il problema che viaggiare è una cosa da ricchi. Obiezione: quante volte i miei genitori quando avevano trent’anni e due bei lavori da professori sono andati a Londra? Zero.
Il problema che congelare gli ovuli non sia gratis per fare i figli più in là.
Il problema del finto femminismo performativo.
Il problema delle chat delle femministe performative che escono fuori dalla stanza del tribunale e quindi si fa giudizio pubblico di pettegolezzi privati.
Il problema morale.
Il problema del ghosting.
Il problema delle red flag.
Il problema dei politici sui social network.
Il problema dei social network.
Il problema delle fake news sui social.
Il problema che abbiamo il brain rot per troppi video brevi visti sui social.
Il problema del Pd e delle sinistre del mondo in generale.
Il problema di impresentabili al governo.
Il problema della crisi del cinema.
Il problema dei panel tutti-maschi.
Il problema dei cibi processati.
Il problema dell’eccesso di alternative la sera su Netflix.
Il problema dell’intelligenza artificiale – se delego tutte le mail, mi appassirà il cervello?
Il problema che abbiamo un lavoro tossico.
Il problema che abbiamo relazioni tossiche.
Il problema dei figli low contact, che è il nome Usa per dire che i figli ti parlano poco.
Il problema dei genitori high contact che contestano i voti dei figli e fanno ricorso al Tar se va male il compito in classe.
Il problema di convincere le persone a fare i figli perché la riproduzione generale è in calo.
Il problema del latte delle vacche che sono stressate durante la mungitura.
Il problema delle microplastiche.
Il problema che la privacy è sempre violata, guardate che è successo al concerto dei Coldplay, i due amanti, due vite rovinate, poverini.
Il problema della gogna mediatica.
Il problema del piccolo orango che uno degli adulti gli aveva tirato una sberla e quindi era andato a giocare col pupazzo.
Il problema della trasparenza commerciale delle operazioni di vendita degli influencer.
Il problema della cattiva maestra internet, già cattiva maestra televisione (una prece).
Il problema del trauma.
Il problema dell’infanzia difficile.
Il problema dell’infanzia troppo facile.
Il problema che i boomer avevano tutti la casa e noi no. Obiezione: i rogiti del passato sono una leggenda. Erano pochi quelli che compravano in Piazza Navona. Il dipendente medio del secolo scorso s’accollava mutui di trent’anni a interessi mortali – 14 per cento – intestati a lui e alla moglie. Cosa comprava? Casa al paese. La proporzione non cambia: comprare un immobile è facilissimo, se t’accontenti di Luzzano (BN), dove potrai lavorare full remote dal giardino come nei sogni che tutti dicono di avere ma non è la verità.
Il problema che nelle Luzzano del mondo non ci vuole stare più nessuno, ci siamo fatti cittadini, ci piace la casa in centro e abbiamo ragione.
Esistessero bilance di gravità, tutto quello che ho scritto qui sopra peserebbe sì e no quanto un pacchetto di caramelle. Non ce n’è abbastanza per non dormire di notte. Il resto – quello che abbiamo – è la solita vecchissima paura del futuro, nessuno nella storia si è mai salvato da quel modello di horror vacui. L’apocalisse non vale, l’ansia generica trattata come invalidante è il lusso di questa generazione in auto-trauma per sfizio.
Così fortunati da avere tutti i comodi mai inventati, e così sconsolati. Perché? Chi ci vede, dal passato, qui, nella cuccagna, a lamentarci dei problemi come se li avessimo, dei massimi sistemi, senza ammettere che l’unica possibilità di vedere un guaio vero è prendere il binocolo. Che vergogna, anzi stiamo attenti perché forse è hybris.