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Non è solo economia

La ripresa dopo la pandemia tra idee-guida e speranze

Sergio Belardinelli

Più che un piano, a decidere la ripartenza saranno le nostre capacità relazionali

Dopo un anno e mezzo di pandemia, ci siamo ancora dentro; grazie ai vaccini abbiamo ormai fondate speranze di uscirne, ma nessuno può sapere realmente quando ne usciremo. Nel frattempo intorno a noi è cambiato tutto: la politica, l’economia, le nostre abitudini, il nostro modo di guardare noi stessi e il mondo in cui siamo. Il lavoro e la scuola a distanza hanno cambiato le nostre abitudini nonché i connotati e il tessuto stesso delle nostre città. Quanto al nostro io, è ancora presto per valutare quali sono stati i costi psicologici di questo periodo, quanto difficile sia stato il doversi ripensare pressoché in toto nelle proprie attività quotidiane e quanto tutto questo potrà diventare un’opportunità.

 

Di certo, da un punto di vista socio-culturale, credo che sia in gran parte crollata la presunzione prometeica della nostra potenza. All’improvviso ci siamo resi conto di che pasta siamo fatti, quanto sia fragile e precaria la nostra condizione umana e quanto siano importanti le nostre relazioni con gli altri. Se prima della pandemia queste ultime erano state rese invisibili e pressoché rimosse in nome della indiscussa preminenza del nostro io, oggi ce le siamo ritrovate di fronte in tutta la loro ineludibile e multiforme realtà. Distanziamento e vicinanza forzati ci hanno mostrato che si può soffrire e godere sia per relazioni troppo distanziate, sia per relazioni troppo ravvicinate; abbiamo scoperto i vantaggi per averle coltivate quando era il momento e gli svantaggi per averle trascurate. E si potrebbe continuare. Ma è abbastanza per farci un’idea di quanto siano stati radicali i cambiamenti individuali e sociali impostici dalla pandemia, e soprattutto quanto sia cruciale per il nostro futuro il cosiddetto Piano nazionale per la ripresa e la resilienza, il famoso Pnrr.  

 

Non so neanche se l’idea del piano sia compatibile con la complessità dei problemi che dovremo affrontare. La parola potrebbe evocare e rafforzare concezioni pericolosamente dirigiste, almeno per me. In ogni caso il piano c’è e bisogna sperare che funzioni. A tal proposito sono convinto che il suo successo o insuccesso dipenderanno certo dalla competenza di coloro che lo hanno elaborato e che dovranno realizzarlo, ma soprattutto dalle risorse relazionali che dopo questa pandemia (speriamo che l’avverbio sia giustificato) sapremo mettere in campo per rinascere. Se ci pensiamo bene, anche durante la pandemia, prima che arrivassero i vaccini, l’unica arma che avevamo per fronteggiarla era di natura relazionale e culturale: pazienza con i nostri familiari durante il lockdown, disponibilità a fare qualche sacrificio in termini di libertà individuale a favore dei più deboli, quindi responsabilità; fiducia che prima o poi i medici, i virologi e gli epidemiologi avrebbero trovato il modo di mitigare gli effetti della pandemia; capacità di bilanciare i valori in campo, quando si trattava di scegliere se salvaguardare di più la salute o l’economia dei nostri paesi; e anche qui si potrebbe continuare.

 

Sta di fatto che pazienza, responsabilità, fiducia, competenza, prudenza, diciamo pure phronesis, sono risorse relazionali e culturali delle quali abbiamo già sperimentato la fondamentale importanza, anche e soprattutto quando ci siamo resi conto della loro scarsità. E quanto sono scarseggiate! A questo proposito non vorrei essere troppo pessimista, ma certamente l’Italia già prima della pandemia non dava troppo affidamento in tal senso. Se abbiamo avuto tanti soldi dall’Europa per il nostro Pnrr è perché la pandemia ha messo brutalmente in evidenza quanto fosse necessario per noi compensare certe inadempienze in ordine ai tre assi strategici condivisi a livello europeo, attorno ai quali ruota il suddetto piano: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale. Come ci dimostrano le sei missioni attorno al quale il governo Draghi ha articolato questi tre assi strategici, siamo di fronte a una sfida che interessa pressoché tutti gli ambiti in cui si gioca l’essenziale delle nostre vite individuali e della nostra vita sociale. Siamo chiamati a riqualificare le nostre istituzioni, da quelle politiche a quelle giudiziarie, sanitarie ed educative, i nostri modi di produzione, i nostri territori e gli spazi delle nostre città, i nostri stili di vita.

 

Un compito immane dunque, per il quale, vista la complessità, lo ripeto, non so neanche se sia possibile avere un piano, ma certamente è necessario avere qualche idea guida e magari uno sguardo d’insieme che sappia combinare le singole azioni che dovremo compiere nei diversi settori. Per dirla con le parole che si leggono nel piano stesso “l’Italia deve combinare immaginazione, capacità progettuale e concretezza, per consegnare alle prossime generazioni un paese più moderno, all’interno di un’Europa più forte e solidale”.

 

Ovviamente l’Italia non riparte da zero. Sappiamo però che alcuni indicatori ci dicono che siamo molto indietro rispetto ad altri paesi europei. Come dice il Prnn “la crisi si è abbattuta su un paese già fragile dal punto di vista economico, sociale e ambientale”. Basti guardare i tassi relativi alla produttività, alla povertà, al lavoro femminile, ma anche allo scarso rendimento in termini di cultura civile delle nostre istituzioni in generale. 

 

Come accennavo sopra, in tempi di crisi certe risorse culturali e relazionali, quali la fiducia, la competenza, la responsabilità, la solidarietà sono fondamentali. L’entusiasmo per la ritrovata libertà di muoversi e di lavorare e per le vittorie dell’Italia al campionato europeo di calcio può costituire certo un propellente prezioso per un paese che abbia voglia di rialzarsi, ma sarebbe da irresponsabili nasconderci le inadeguatezze che contraddistinguono da decenni la nostra cultura civile e le nostre istituzioni politiche, più propense a promuovere una certa pervasività statalista che la libertà e la responsabilità dei singoli e dei diversi corpi intermedi. Sono precisamente queste inadeguatezze che potrebbero trasformare persino la grande opportunità del Pnrr in un ulteriore aggravamento dei nostri già gravi problemi economici, politici e istituzionali. 

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