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Le classifiche ci stanno sfuggendo di mano

Il miglior hamburger d'America era così buono che non lo potete più mangiare: il locale non ha retto la domanda. Era meglio tenerlo segreto? 

24 Dicembre 2018 alle 06:00

Le classifiche ci stanno sfuggendo di mano

Foto LaPresse

Ad agosto sono stato in Islanda e sono contento di aver viaggiato nell'interno più desolato dell'isola – fino a rischiare di allagare l'auto in un guado che mi aspettavo meno profondo. Sono contento, dicevo, perché altrimenti il ricordo che avrei portato a casa sarebbe stato quello di un fiume di persone in fila per scattare la stessa foto dei 10-luoghi-da-non-perdere-in-Islanda.

 

Ne scrivo a dicembre per colpa della lungo pezzo-confessione di Kevin Alexander, giornalista di Thrillist: I Found the Best Burger Place in America. And Then I Killed It. Alexander si occupa di cibo e un anno fa aveva deciso di fare una cosa alla vecchia maniera, una volta per tutte: invece di pubblicare l'ennesima classifica scopiazzata da altri, avrebbe passato un anno e 330 pasti alla ricerca del miglior hamburger d'America. Di persona, in 30 città, consumando le suole – come vuole il cliché più amato dai vecchi giornalisti (che poi usano il taxi, ma questa è un'altra storia). E dopo un anno e 330 panini l'aveva trovato, l'hamburger più buono d'America. Lo facevano da Stanich’s, nella periferia nord Portland, Oregon.

 

Lo facevano. Perché ora quel posto, così autentico e sincero, un burger joint coi gagliardetti alle pareti e il proprietario cordiale, di hamburger non ne fa più. Dopo l'articolo di Thrillist, quella di Stanich's era diventata un'esperienza imperdibile per troppi. Un posto di periferia si era trasformato in un incubo da 5 ore di attesa per provare un panino che alla fine, fatto da un cuoco sotto pressione e servito da un proprietario non più così cordiale, non valeva nemmeno più il premio di migliore d'America. Da Stanich's hanno retto per otto mesi, poi a gennaio di quest'anno hanno dichiarato: chiudiamo un paio di settimane per pulizie straordinarie. Non hanno più riaperto.

Di chi è la colpa? Kevin Alexander pensava di aver fatto una cosa buona, anzi la migliore: aveva viaggiato e provato di persona, per rendere giustizia a delle eccellenze locali che nessuno si era dato la pena di scoprire (perché ora, nell’èra di Internet, bla bla bla, non come quando ci si inebriava del profumo della carta). Voglio dire: 330 hamburger, roba da rimetterci la salute. Ma era per una buona causa. Alla fine giustizia era stata fatta e un burger joint dimenticato da tutti aveva avuto la fama che si meritava. O no?

 

Essere premiati come migliori è la cosa peggiore che ci sia mai capitata”, ha detto il proprietario, rovinato dal paradosso dell'era delle classifiche: devi essere bravo quel tanto che basta per essere apprezzato, ma non così eccellente da finire in una lista delle 10-cose-da-fare.

 

Questo è quello che ci siamo ridotti a cercare: ristoranti/festival/angoli nascosti che ancora non siano entrati in una lista dei “best kept secret” di qualcuno (che non sa tenere i segreti). Perché una volta scoperte già li vedi arrivare, quelli che arrivano per unirsi alla festa e taggarsi. Non so lì per vivere un’esperienza, men che meno per guardare. Devono dimostrare di aver partecipato a un’altra delle migliori esperienze da fare (perché questo vogliamo fare: le migliori, solo le migliori, che tra l’altro sono sempre le stesse). Ci siamo passati tutti, lo sappiamo com'è quando una cosa che ami diventa solo una voce da spuntare in una lista, un Pokémon da catturare.

 
 

Il regista Spike Lee fotografa il presidente Barack Obama con il suo iPad (foto Casa Bianca/Pete Souza)

 

Dio, parlo come vostra madre: tieniti quel coso nei pantaloni, non fare come fanno tutti, fai il bravo. Ma non si tratta di trattenersi, saperla più lunga o diventare Amish. Si tratta di difendere la possibilità di un'esperienza.

 

Visto che non so dirlo meglio di lui, lo lascerò dire a Don DeLillo, citando un passaggio di Rumore bianco:

Diversi giorni dopo Murray mi chiese se sapevo qualcosa di un’attrazione turistica nota come il fienile più fotografato d’America. Guidammo per ventidue miglia nella campagna intorno a Farmington. C’erano prati e alberi di melo. Recinzioni bianche si srotolavano lungo i campi. Ben presto apparvero le prime insegne. IL FIENILE PIU’ FOTOGRAFATO D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare sul posto… Camminammo per un sentierino fino alla collinetta che serviva ad ottenere una vista migliore. Tutti avevano macchine fotografiche; c’era qualcuno con treppiede, lenti speciali, filtri. Un uomo dentro un baracchino vendeva cartoline e diapositive del fienile, fotografato proprio da lì. Ci mettemmo vicino a un boschetto e guardammo i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, ogni tanto scribacchiava qualcosa su un taccuino.

 

Alla fine disse: “Nessuno vede il fienile”.

Seguì un lungo silenzio.

“Una volta che hai visto le insegne per il fienile, diventa impossibile vedere il fienile”.

Si ammutolì di nuovo. Persone con macchine fotografiche scendevano dalla collinetta, subito rimpiazzate da altri.

“Non siamo qui per catturare un’immagine. Siamo qui per mantenerne una. Lo capisci, Jack? E’ un’accumulazione di energie senza nome”.

Ci fu un altro lungo silenzio. L’uomo nel baracchino vendeva cartoline e diapositive.

“Essere qui è una specie di resa spirituale. Vediamo solo ciò che vedono gli altri. Le migliaia che sono state qui nel passato, coloro che verranno in futuro. Abbiamo accettato di essere parte di una percezione collettiva. Questo letteralmente colora la nostra visione. In un certo senso è un’esperienza religiosa, come ogni turismo”.

Ne derivò un altro silenzio.

“Fanno fotografie del fare fotografie”, disse.

 

È curioso che questo pezzo sia stato citato da Foster Wallace in un saggio su scrittori e la televisione, nel 1990. La tv, il black mirror del tempo, ossessione degli ultimi anni senza Internet. Ci si rivedeva nel suo schermo, ma non ci si poteva fare granché se non subire ciò che veniva trasmesso da altri.

 

Il black mirror dei cellulari è più eccitante, perché asseconda la nostra anima predatrice. Siamo noi a decidere cosa si vede. Possiamo persino produrre contenuti che gli altri poi vedranno (come l’eroe in questa foto).

 

 

 

E in ogni momento possiamo decidere se guardare o catturare. Non è un pensiero così profondo. Voglio dire, l’ha capito persino la Huawei:

 

 

Quindi, che fare. Di certo non ha senso essere moralisti o darsi un codice di condotta digitale che alla fine non rispetteremo mai.

Forse basta fare una cosa semplice: ricordare che se non si mantiene la giusta distanza (respectare) tutto diventa spettacolo (spectare). È questo il crinale, il nocciolo della questione. Respectare/spectare.

 

In fin dei conti è sempre la vecchia regola di The Lost Art of Keeping a Secret dei Queens of the Stone Age: se è un gioco, gioca – non è gratis come sembra, ma l’Inquisizione Spagnola non ti manderà al patibolo per un momento di leggerezza. Ma se è qualcosa di puro, qualcosa a cui davvero tieni, fai la scelta più sovversiva: tieniti quel coso nei pantaloni e whatever you do don't tell anyone.

 

Questo articolo è stato pubblicato su LinkedIn, con il titolo di The Lost Art of Keeping a Secret (https://www.linkedin.com/pulse/lost-art-keeping-secret-marco-pedersini/ )

Marco Pedersini

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