di Adriano Sofri
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Schlein cerca unità, Conte vuole solo tornare a Palazzo Chigi
Le primarie aperte alla guida di un partito sono altra cosa da quelle alla guida di una alleanza di sigle di cui si sa che i sostenitori di una parte non voterebbero se non per il loro taschino. Le rispettive percentuali di (non) votanti al referendum ne hanno offerto una conferma vistosa
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3 APR 26

Foto LaPresse
Elly Schlein farebbe di tutto per assicurare una maggioranza capace di sconfiggere quella di destra alle elezioni politiche, rafforzando così anche la propria leadership. Giuseppe Conte venderebbe l’anima al diavolo, se esistessero, il diavolo di tutti e l’anima sua, per tornare alla presidenza del Consiglio, con qualunque maggioranza. Questa differenza sembrerebbe decisiva nei rapporti personali, e vuole sembrare futile nella vita politica. Ieri leggevo i commentatori politici più misurati, incerto se camminassero sul filo del sarcasmo o sul lastrico della rassegnazione. Sul Corriere Massimo Franco scriveva dell’“abilità camaleontica” di Conte. Sulla Repubblica Stefano Folli descriveva Schlein come “meno duttile” di Conte. Quanto a un politico commentatore come Goffredo Bettini, trovava che la foga con cui Conte si era candidato, a urne aperte, a primarie spalancate per la guida del campo largo, testimoniasse della sua “ingenuità”. Era già andato parecchio oltre Paolo Mieli, spendendo in un colpo solo il credito appena autoironico guadagnato con l’apologia costante, e confortata da risultati, delle qualità di Elly Schlein, per suggerirle di cedere il passo alla candidatura di Conte. Una sortita resa sfortunata dal fiero pasto di Conte e Zampolli. Che peraltro seguiva di un’incollatura l’aggiustamento di Conte sull’Ucraina, paraculo a sufficienza per far lodare dagli uni un soprassalto di ragionevolezza e constatare dagli altri la impudente mostra di opportunismo. Intanto, i principali vicari di Conte decretavano che, scontata la sua leadership, l’aiuto all’Ucraina era da considerarsi affossato.
La politica democratica dovrebbe svolgersi come le cene nei paesi educati, dove si decide all’inizio che una, o uno, non berrà, e guiderà al ritorno. C’è la moltitudine di persone che non hanno né intendono avere ambizioni personali, in compenso possono bere perché confidano in un senso di responsabilità di chi hanno eletto. Tanto più necessario nella pandemia di demenza tracotante dei potentati, e nel proposito di sostenere chi si trovi provvisoriamente a costruire un argine democratico. Elly Schlein, per esempio, da quando è stata eletta a quel fine, ed è alla testa del partito che riscuote poco meno del doppio dei voti del secondo partito di una tentata coalizione. La sortita di Mieli, addolcita dall’ipotesi di rinunciare all’uovo oggi per una eventuale gallina domani, se non altro per ragioni di età (gallina vecchia...) lo ha inopinatamente affiancato alla promozione di Conte da parte di un giornale come il Fatto e un padrino come Travaglio, un canale televisivo come La7, e il complemento, non più impedito dal Quirinale, di un titolare della giustizia come Gratteri (il meno finto, del resto, un Davigo dal volto umano). Schlein ha ereditato un partito senza giornale, senza canale televisivo, e senza candidati ministri della giustizia dal volto umano.
Le manifestazioni di sfiducia in Schlein nella competizione con Meloni vogliono a loro volta sembrare responsabili: così l’invenzione del “federatore”. Che promette di rifare di Bersani un battistrada ai gerarchi minori. (Bersani è un ideale presidente della Repubblica, salvo quell’ultimo passo: diventare donna o quasi). Schlein ribadisce il suo impegno incrollabile all’unità. Ma lei o chiunque altri nella sua posizione deve immaginare che quell’impegno sia tradito, e figurarsi un’alternativa: se non per vincere, per ridurre i danni. Tanto più in uno scenario istituzionale terremotato. Le primarie aperte alla guida di un partito sono altra cosa da quelle alla guida di una alleanza di sigle di cui si sa che i sostenitori di una parte non voterebbero se non per il loro taschino. Le rispettive percentuali di (non) votanti al referendum ne hanno offerto una conferma vistosa.
Adriano Sofri
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