
Piccola posta
di Adriano Sofri
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Alaa Faraj è tornato a essere un uomo libero
Dopo undici anni trascorsi nel carcere di Palermo e una grazia "parziale" concessa dal presidente Mattarella, la revisione del processo è stata ammessa. E potrà aspettare in libertà la sua celebrazione il prossimo 9 ottobre. Una lezione sull'abuso della nozione di "scafisti"

La Libia era in preda alla guerra per bande, il campionato di calcio era fermo. Alaa Faraj non aveva ancora vent’anni quando, nel 2015, insieme a due suoi amici, tutti calciatori di professione, sbarcò a Catania dopo una traversata tragica, che costò la vita a 49 migranti soffocati nella stiva. Alla deriva, la barca era stata soccorsa dalla Marina Militare. Alaa era di buona famiglia, studiava Ingegneria, confidava nel suo talento di calciatore, era di Bengasi: non succede spesso che ad avventurarsi nel Mediterraneo su un barcone siano dei giovani libici. Questo bastò a renderli sospetti, e a fermarli con l’imputazione di omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: “Scafisti”.
Il barcone, carico di 362 persone, era stato accompagnato per un breve tratto iniziale da due trafficanti su un gommone, e poi lasciato alla sola guida di un “capitano”, che all’arrivo dichiarò la propria responsabilità e l’assenza di qualunque “equipaggio”, e ha sempre confermato e dettagliato il suo racconto. Anche altri partecipanti ne testimoniarono, ma diventarono presto irrintracciabili. Testimoni furono ascoltati con interpreti incapaci, messi a verbale con testi fotocopiati parola per parola. Riconoscimenti inaffidabili, illazioni di agenti messi sul chi vive dal fatto che i libici sbarcati se ne stessero fra loro… In un percorso processuale pieno di contraddizioni, rimozioni e pregiudizi, Alaa e altri sette furono condannati a Catania. Alcuni, col rito abbreviato, a 20 anni. Altri, come Alaa, che non vollero ricorrervi, a 30 anni, fino a che l’enormità della sentenza divenne, nel 2021, definitiva. Una prima richiesta di revisione fu rigettata l’anno scorso dalla Cassazione dopo la Corte d’appello di Messina, i cui giudici tuttavia arrivarono a definire Alaa “l’ultima ruota di un infernale ingranaggio”, a dichiararlo “moralmente non imputabile”, ad auspicare che il presidente della Repubblica lo graziasse.
Ora, grazie alla tenacia dell’avvocata di fiducia di Alaa, Cinzia Pecoraro, e alla presentazione di nuove testimonianze, la revisione è stata ammessa, e i giudici hanno deciso che Alaa possa aspettare in libertà la sua celebrazione, il prossimo 9 ottobre. Così, da lunedì sera, Alaa è tornato a essere un uomo libero, dopo aver trascorso in carcere, a Palermo, undici anni. Ed è diventata, almeno provvisoriamente – ma definitivamente, c’è da credere – superata la grazia “parziale” concessa dal presidente Mattarella, grazie alla quale, scontata gran parte della pena, Alaa aveva accesso alla semilibertà.
Nel frattempo, “le sue prigioni”, raccontate in un italiano-siciliano via via più sicuro alla donna che l’ha preso a cuore, Alessandra Sciurba, sono diventate un libro capace di scuotere le coscienze: “Perché ero ragazzo”, edito con una speciale passione da Sellerio. Proprio alla vigilia della decisione dei giudici messinesi il libro aveva ricevuto il prestigioso premio Terzani. Angela Terzani Staude è stata fra le prime e più commosse a salutare la decisione sulla revisione: “Abbiamo ancora negli occhi la forza, il coraggio e la straordinaria umanità che Alaa ci ha trasmesso sul palco di Udine pochi giorni fa, quando ha potuto ritirare il premio, grazie all’autorizzazione dei magistrati. Sapere che oggi, in attesa della revisione del processo, è finalmente un uomo libero non solo ci riempie di gioia, ma rafforza il nostro senso di fiducia nella giustizia”. Per Alaa si erano mosse, accanto a un numero crescente di persone (non) comuni, altre autorevoli per ruolo e cultura, uomini e donne di chiesa, ex presidenti della Corte costituzionale, scrittrici e scrittori e artisti.
Del libro di Alaa è facile dire che grida vendetta. In realtà fa il contrario, si tiene al riparo dalla vendetta (dei suoi giudici ha detto che “sono esseri umani, e ogni essere umano sbaglia”), e non grida: parla e scrive come uno che ha deciso comunque di avere un presente e un futuro, e di volerlo pieno di dignità, oltre che di amore.
La revisione del suo processo è importante, molto più che solo per lui. Per l’abuso che in Italia si è fatto della nozione di “scafisti”, accanito superstizioso sinonimo di sopravvissuti a una peripezia terribile. Per il destino dei compagni di avventura e di condanna di Alaa, che non hanno avuto l’attenzione che lui ha saputo, e ha avuto la fortuna, di guadagnarsi. E anche, in un momento così drammatico per il nostro paese, per il proposito, maligno o solo ottuso – ottuso o solo maligno – di andare all’assalto della grazia. I social cosiddetti brulicavano già di insulti contro “la grazia agli scafisti” quando gli è piovuta sopra la campagna sulla disgraziata Minetti.
Mattarella era stato molto prudente, con la grazia parziale ad Alaa. Il nodo è qui: quanto pesi la bava alla bocca di chi preferisce di gran lunga un innocente in galera a un colpevole fuori, e desidera che la giustizia lo vendichi, di niente, di tutto.
Alaa sa che gli undici anni di troppo hanno compromesso abbastanza la sua carriera di calciatore. Ma si era premunito: si era già iscritto a un corso per allenatore.


