Lasciate stare i social. Genitori e governo cercano capri espiatori per non guardarsi allo specchio

Il desiderio dei genitori di alimentare un paternalismo di stato sui social e l’istinto della politica di aumentare le pene. Una doppia irresponsabilità
24 OTT 26
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Foto di camilo jimenez su Unsplash

E se il desiderio di vietare i social, da parte dei genitori, e il sogno di scrivere nuove leggi, da parte della politica, fossero parte dello stesso problema e non parte della stessa soluzione? Jonathan Haidt è un grande psicologo sociale americano, è docente alla New York University, ha scritto un famoso libro dedicato alle generazioni ansiose e da anni offre una chiave di lettura interessante e controintuitiva e non autoassolutoria per provare a leggere il famoso “disagio dei giovani” senza dover necessariamente attingere all’arsenale retorico che abbiamo osservato finora. Lo fanno, abbiamo letto, vanno in piazza a sfondare le vetrine, a creare caos, a destabilizzare le città, perché soffrono, perché sono arrabbiati, perché hanno cattive frequentazioni, perché sono parte della guerra ibrida e perché, naturalmente, hanno un telefonino, hanno un account sui social, hanno dimestichezza con WhatsApp, con Instagram, con Telegram, ed è per tutto questo, dice il sociologo collettivo, che i nostri pomeriggi in città, per un po’, saranno meno sicuri di un tempo.
La riflessione di Jonathan Haidt sull’iperprotezione dei figli offre però uno spunto per fare un passo in avanti: forse i genitori che tendono a cercare ragioni creative per scaricare sui social i malesseri del presente dovrebbero prendersi una piccola pausa di riflessione, e magari staccarsi loro da TikTok per provare ad affrontare un tema che meriterebbe di essere messo al centro del dibattito. E la questione è semplice: se davvero siamo di fronte a una generazione di ragazzi che fatica a riconoscere le autorità, bisognerebbe chiedersi se gli adulti che hanno cresciuto questa generazione abbiano fatto di tutto per esercitare il principio di autorità o abbiano fatto invece di tutto per rinunciare progressivamente a esercitarlo. Il paradosso è interessante: genitori iperprotettivi, che sorvegliano ogni passo dei propri ragazzi, che considerano un dovere sociale muoversi come i sindacalisti dei figli, che hanno educato le nuove generazioni a considerare l’applicazione di qualsiasi principio di autorità come spia della presenza di un’imminente stagione di fascismo galoppante, sono lì a cercare responsabilità esterne per spiegare le ragioni per cui i propri figli e quelli degli altri non riconoscono l’autorità. E dunque. E’ colpa dello stato, della scuola, del patriarcato, della Meloni, dei social e di tutto il resto.
Degli altri, non di noi. Haidt non è certo un osservatore benevolo nei confronti dei social, che considera responsabili di una parte notevole dei problemi psicologici degli adolescenti, ma la sua chiave di lettura ci permette di capire un dettaglio omesso dal sociologo collettivo: gli adulti che controllano ossessivamente tutto ciò che fanno i figli prima educano i figli a diffidare delle autorità e poi cercano sempre una spiegazione esterna quando c’è qualcosa che va storto. E quando si cerca una causa esterna, che deresponsabilizza, di solito si finisce lì. Ai social, alla tecnologia, alla modernità, all’intelligenza artificiale, alle innovazioni che stanno-mettendo-nel-frullatore-il-cervello-dei-nostri-figli. Senza accorgersi, magari, che se un ragazzo ha un telefonino troppo presto la colpa forse è di chi glielo ha comprato. Senza accorgersi, magari, che se un ragazzo usa i social anche quando ha un’età in cui non dovrebbe usarli, prima ancora delle leggi vengono i genitori: la colpa è di chi glieli mette in mano, senza controlli, senza filtri. Senza accorgersi, magari, che l’idea di vietare qualcosa, di fronte a un problema, fa parte di un’unica grande storia in cui si trova di tutto.
I ragazzi distruggono i negozi: vietiamo i social. I maranza mettono sottosopra le città: aumentiamo le pene. I minorenni delinquono: mettiamone in carcere il più possibile. Uno stato che di fronte a un problema, piuttosto che pensare a come far rispettare le leggi che ci sono, pensa a come creare altre leggi è parente stretto del genitore che di fronte a un comportamento sballato del figlio usa un vetro al posto dello specchio. La guerra ibrida, i cattivi maestri, il governo, le scuole, i social, il lockdown. L’abuso di social può generare problemi ma di fronte a un ragazzo che usa i social per mettere in campo il proprio disagio bisognerebbe forse chiedersi quando fare diventare per un attimo quel vetro uno specchio, anziché scaricare su altri i problemi che non si sanno risolvere. E quando i genitori e il governo, mentre scrollano TikTok e mentre scaricano su leggi da fare i problemi che non sanno affrontare, chiedono a gran voce di vietare uno strumento tecnologico, il rischio che si stia cercando un capro espiatorio per non parlare di sé e per aggirare il problema esiste e dovrebbe preoccuparci più di un abuso di Instagram e di WhatsApp.