I “muri” di Melonesky. Contro i fratellastri di Putin: Vannacci, Conte, Salvini. Prove di iperpartito

Questa volta nelle parole della Premier c'è la calce di un partito che si candida ad arrivare sopra il trenta per cento, c’è un programma che la sinistra stenta ancora a scrivere e c’è un disegno che qualcuno chiama “cannibalizzazione” degli alleati e che invece è ancora un altro azzardo, la necessità di coprire il centro, la destra, e la destra del centro 

15 OTT 26
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(Foto Ansa)

Si allunga come le sue unghie e anche il cognome adesso si estende in Melonesky, si colora di giallo indelebile, ucraino, perché, dice Meloni al Senato, difendendo Zelensky, “nessuno mi convincerà che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace” e “personalmente non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, non rimpiango il muro di Berlino”. Non c’è spazio per Vannacci, mai più, e il rivale, diurno, è Giuseppe Conte, che con la nuova legge elettorale non sarebbe “diventato presidente del Consiglio”, mentre la scelta di Trump sul gasolio russo “è una scelta che considero rischiosa”. Finisce di dirlo e la applaudono i senatori del Pd, Casini, Sensi, Zampa, Verini, la renziana Lella Paita e il leghista europeo draghiano, quel Massimo Garavaglia che annuncia al Foglio, con goliardia: “Mi candido come segretario della Lega”. E’ una Meloni che fa la destra della sinistra e la sinistra della destra, tanto che Fabio Rampelli, il gabbiano di FdI che l’ha vista crescere, pensa: “Quello che perdono FI e Lega prova a prenderlo a Giorgia”. Sono vuoti i banchi della Lega, ma sono un rialzo queste comunicazioni ed è una Meloni perfetta quella che risponde ai Fratelli di Zacharova, ai teppisti della coscienza. 
Risponde ai generali feccia, ai Vannacci, ai felloni di Futuro Nazionale. Meloni risponde sul gas russo che “non costa meno agli italiani ma solo ai russi”, al punto da meritarsi l’attacco del Cremlino, la più bella medaglia che possa ricevere, quell’avviso mafioso dei russi: “Non è un affare suo”. Questa volta c’è nelle sue parole la calce di un partito che si candida ad arrivare sopra il trenta per cento, c’è un programma che la sinistra stenta ancora a scrivere e c’è un disegno di Meloni che qualcuno chiama “cannibalizzazione” degli alleati e che invece è ancora un altro azzardo, la necessità di coprire il centro, la destra, e la destra del centro. Anche alla Camera mancano i leghisti e in FdI scattano le foto, le girano: “Guarda…”. Salvini è scappato a Bruxelles, Tajani è assente giustificato, Giorgetti è partito per Bangkok con la manovra e i conti e le coperture da trovare. E’ come se tutto “l’occidente” fosse sulle spalle di Meloni e anche la coalizione, che difende sempre con le unghie.
E’ squillante “il non mi fate la morale”, quando parla di interesse nazionale e Ucraina. Cosa sta accadendo? Vuole arrivare dove Tajani e Salvini non arrivano ed è la prima volta che Meloni chiede le dimissioni dei vannacciani, deputati che ricorda, “sono stati eletti con il nostro programma”. Si infuria con Peppe Provenzano, e anche questa è una medaglia (ma per Provenzano che viene elevato a rivale), “perché c’è una certa misoginia ed il caso che la collega Boldrini intervenga”. Al Senato Meloni parla per quasi un’ora mentre alla Camera risponde graffiando, come al solito. E’ infastidita per quella che definisce la “retorica del gas russo”, titolo che finisce nell’informativa bussola di Francesco Filini, e leggiamo: “Chi oggi chiede di tornare al gas russo o è in malafede e ha obiettivi diversi (nazionali o internazionali) o non sa come funziona”.
La sinistra ha tre risoluzioni ma anche la destra ne fa una aggiuntiva, pensata da Gasparri. E’ un piccolo giallo. Lucio Malan, il capogruppo al Senato di FdI, a cui viene chiesto perché ne sia stata formulata una aggiuntiva, e se non sia questo un modo per stanare la Lega, sempre su Kyiv, risponde che “più che altro è un modo per capire se la vota anche la sinistra, una parte”. Guardano tutti Carlo Calenda, il solo che con Graziano Delrio si preoccupa dei mali di questo mondo malandato, il solo a proporre a Meloni di fare come Macron (convocare tutte le opposizioni, pensare al rischio di ingerenze russe) ma anche Calenda alla fine non la vota. Cade come una grande illusione la proposta di Meloni di individuare una figura diplomatica per negoziare con Putin, che era la vecchia idea di Fazzolari, e sarà forse per compensare questo parlar nobile che si finisce nel passato, nell’attacco personale.
Meloni che rimprovera alla sinistra di non aver risolto la crisi dell’Ilva viene irrisa da Renzi che la paragona ai Blues Brothers, ma anche Renzi riconosce che “su Kyiv è brava”. Solo Filippo Sensi ed Enzo Amendola riescono a battere Meloni sul merito. Sensi quando dice: “Parla di Ucraina ma stiamo dando solo i generatori e non le armi, e il decreto è fermo”. Amendola che sa insidiarla sugli Ets europei, i lacci che la Ue ha imposto, dice: “Peccato che il ministro Pichetto, il ministro del governo Meloni, abbia firmato gli accordi su Ets”.
Si sta spelacchiando il Parlamento e pure le parole. Edoardo Ziello, il vicegenerale, introduce il termine “napoleonite”, e ragiona su imprecisati amici, ministri, sottosegretari amici di Zelensky che farebbero chissà quali intrallazzi. Sale lo spread e anche le risoluzioni dell’opposizione che alla Camera schizzano a sette. Sono un po’ come le aliquote che Meloni vorrebbe estendere per i redditi fino a 50 mila euro. Siamo ormai arrivati al momento dell’abaco. Stefano Putuanelli, vice di Conte, che ha il merito dell’originalità e del pensiero lungo ammette che “non si vince solo con l’algebra, sommando tutti i partiti di centrosinistra”, tanto da ipotizzare che forse, forse, bisogna cominciare a pensare, a sinistra, di correre separati per “impedire a Meloni di raggiungere il premio di maggioranza”. Poco lontano, Renzi, che paragona Meloni a Gigi Proietti, quando parla d’Europa, domanda ai giornalisti: “Siete certi che si faranno le primarie?”.
Anche Conte, che replica a Meloni, “siete disertori”. “ha scritto la solita letterina alla Ue”, “stiamo rischiando una guerra mondiale in casa”, si rivolge in verità a Schlein, che tenta di sorpassare all’incrocio di Palazzo Chigi. Si stanno chiarendo. Divisi dal muro, da una parte c’è l’Armata rossa del campo largo e quella russa. Si allarga: nella russa ci abitano Vannacci ma anche la Lega che inizia a disertare i lavori, una Lega che vorrebbe tanto abbracciare il generale fellone, acquistare gas putiniani. Dall’altra parte del muro c’è Meloni, una Forza Italia satellite e Giorgetti che deve trovare adesso tre miliardi per ridurre l’Irpef. Pareggiare è forse il regalo che un moderato e un europeo può chiedere.