La festa dell'ottimismo fogliante è il Pitti Uomo del grande centro, poi arriva Renzi

Protagonista applaudito, chiude la giornata fiorentina. Botta e risposta con Occhiuto, poi tutti a cena tra la malinconia e i ricordi di chi c'era

12 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 05:47
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“Ma tu quindi cosa voti?”. “Io da quando è morta la Bonino non lo so più”. “E 'Più Uno' (cioè il neo partitino di Gabrielli e Ruffini)? Ma chi, lo sbirro e l'esattore? Ma come si fa a chiamare un partito Più Uno: il più uno è quello che ti porti dietro alle feste, è l’imbucato”.
Mentre incombe la campagna elettorale, nelle retrovie della Festa dell’ottimismo fogliante, a Firenze per il decimo anno, si va alla ricerca del grande centro perduto. La festa del Foglio è il Pitti Uomo del grande centro.
Se fuori rotolano i trolley dell’overtourism, dentro, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, si agitano le anime inquiete. E come si può essere ottimisti? Il centro è un “pulviscolo”, ha detto in mattinata Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, che di sigle ne conta trenta e ha esordito spiegando che qui si viene per autoilludersi.
Elly Schlein ricorda che da vent’anni le ripetono che “si vince al centro”, e da vent’anni si perde. (Schlein certo è seria, commentano gli spettatori, anche vestita bene, però, mah… Non comunica, sembra in differita… o collegata dal festival del Manifesto dove è stata sabato mattina o a quello di Fanpage dove è stata domenica). Anche se in realtà è proprio qui, live... 
Roberto Occhiuto ha il suo momento: l’anti Tajani racconta dei giovani che assume nella sua pubblica amministrazione-modello, parla di modernità, diritti, UberX che c’è solo da lui; cerca e trova l’applauso di una platea che forse, ignara, lo crede arrivato dalla Silicon Valley, da New York o da Zurigo, e poi qualcuno scopre che è il presidente della Regione Calabria. E con questi Uber, dove dobbiamo andare? A Vibo Valentia? A Bova Marina?
Pina Picierno, uscita dal Pd, ha fondato Spazio Pubblico e annuncia una lista con Azione; non vuole che lo si chiami terzo polo, e ai riformisti rimasti di là dice: “Questa casa aspetta voi” (lei forse funzionerebbe, azzarda qualcuno, anche ricicciando antichi cliché, la mora contro la bionda, e poi ruspante, molto meglio della Salis, contro “Giorgia”).
Ma insomma, ‘sto centro? “Vieni anche tu nel grande centro”, come invitava suadente il Pierferdi (Casini) di Neri Marcorè. Ma tutta ‘sta ricerca del centro, a un certo punto pare inutile, quando il centro ce l’avevamo già, qui, a km zero, come il lampredotto e il peposo. Ecco che verso la fine del pomeriggio arriva infatti lui, l’Indiana Jones del centro (fiorentino) perduto.
Matteo Renzi chiude la giornata, quando il pubblico è scaldato per bene: in formissima, abbronzato, maglioncino, sfotte tutti e pure se stesso: la gonna lunga che vuole mettere Tajani, che è come il burqa che Meloni vuol togliere; Italia viva, che è come “Digger”, il film di Iñárritu,  bellissimo ma nessuno lo vuole vedere.
E’ un best of renziano, un medley: evoca molto le persecuzioni giudiziarie, i senatori e deputati à la Giarrusso che gli facevano il segno delle manette in Parlamento, e Chiara Appendino, che ha parlato prima di lui e nel campo largo non lo vuole: proprio loro che escludevano gli indagati, dice, mentre siamo noi oggi che non vogliamo i condannati con sentenza definitiva come lei.
Cita i suoi genitori, arrestati, e del resto ce lo ricordiamo bene babbo Renzi, chissà che annata era, proprio qui, col cappellaccio spavaldo, poi foto ufficiale della gogna giudiziaria. Tutti gli applausi sono per lui, comunque, per Renzi. Richieste di selfie, lui che “questa cosa la ridico, sennò sui social non si capisce”.
Occhiuto, il ras della Calabrifornia, che pure milita dall’altra parte, lo chiama “uno dei più grandi sprechi d’intelligenza” della politica italiana: se non avesse fatto il sindaco del Pd a Firenze, dice, sarebbe stato un ottimo leader del centrodestra. “Ah, Renzi”, sospirano tra il pubblico, come di un ragazzaccio che ne ha fatte tante ma sarebbe ora di perdonare. “Ah, Renzi”, pure alla cena placée che segue, tra Gigino Di Maio, impeccabile, ormai statista mediorientale, le marchese del vino e le signore “dell’olio bono”, e avvocati (e "più uno"). La vera Leopolda è forse questa, la festa del Foglio, nata in epoca renziana. Quella ufficiale, una settimana fa, secondo la Nazione non richiama più le masse locali come una volta. Altri però non ne vogliono sentir parlare, di Renzi, qui ognuno ha avuto le sue grane. E magari bisognerebbe scrivere un romanzo o una serie, sull’onda della nostalgia, tipo quella sugli 883, su cosa è stato il renzismo, parlandone da vivo, nello specifico proprio a Firenze: l’ascesa e lo sconquasso, le inchieste, le reputazioni e le famiglie e le carriere distrutte, in una città peculiare e non enorme dove tutti conoscono tutti e chiunque fosse qualcuno dal renzismo è stato toccato.
“Ah, quando c’era Giuliano da Empoli assessore alla Cultura. Adesso arriva il suo ultimo libro! E’ una star letteraria in Francia”, si dice tra un calicino e l’altro. Insomma “Quando c’era lui”, inteso Renzi, non “Quando c’era lei”, che è il libro su Giorgia Meloni che Renzi ha appena pubblicato. “Ma perché a sinistra lo odiano ancora così tanto?”, chiede un’avvocata. “Boh, forse perché se la prese veramente con tutti: i sindacati, gli insegnanti”, risponde una pr. Ma prima, in sala, era arrivata a sorpresa l’Agnese. “Bellissima, guarda com’è in forma”. “Si è rifatta”. “No, ma che dici: fa solo tantissima ginnastica”. E’ la più uno di Renzi.