Politica
L'EDITORIALE DELL'ELEFANTINO •
La scomparsa della lotta di classe ci dice molto sulla crisi delle sinistre e sulla forza segreta del populismo globale
Sono le classi popolari che hanno consumato e rigettato l’esperienza dello statalismo, della rappresentanza di partito, e cercano altrove e in altri modi la chiave della loro soggettività sociale, hanno cambiato timbro di voce, modello e scala dei loro criteri di giudizio
6 OTT 26

(Foto Ansa)
Si dice che le sinistre globaliste hanno voltato le spalle al popolo, hanno dimenticato le regole della lotta di classe, hanno sepolto le vecchie ideologie di stato e di partito abbracciando forme estreme di liberismo e di individualismo, e che per questo perdono il consenso tradizionale. Questa cosa viene ripetuta ogni giorno, è un mantra, una filastrocca consolatoria. Basta, si crede, recuperare il vecchio canone socialista, magari mescolandolo con nuove teorie e pratiche dei diritti individuali e sociali, ed ecco che la casa in Spagna, la scuola in Francia, la salute in Italia, il sistema fiscale negli Stati Uniti (tax the rich), ecco che tutto torna nell’ordine normale della battaglia contro le diseguaglianze e le pratiche di dominio sociale.
Il nuovo modello è il comunitarismo dei socialisti americani, la disponibilità a grandi battaglie di socializzazione contro la minoranza dei ricchi e contro feticci come la disumanizzazione tecnologica, la nuova povertà del e nel lavoro, l’ingiustizia sociale nella distribuzione dei servizi essenziali. Sarà. Si può anche pensare, specie a osservare il trend maligno che regge le sorti della sinistra nel mondo contemporaneo, che sia vero precisamente l’opposto. Sono le classi popolari che hanno consumato e rigettato l’esperienza dello statalismo, della rappresentanza di partito, e cercano altrove e in altri modi la chiave della loro soggettività sociale, hanno cambiato timbro di voce, modello e scala dei loro criteri di giudizio.
Se gli elettori cosiddetti populisti o sovranisti votano Trump o Vance a Detroit e in Pennsylvania, addirittura la famiglia Bolsonaro a San Paolo e a Rio de Janeiro, Le Pen nel nord industriale e minerario, il decapitatore di Keynes Milei con tutta la sua motosega, Farage nelle Midlands nella sua improbabilità antiestablishment, Abascal con il mito dell’identità, Alice Weidel e Ulrich Siegmund come testimonial del völkisch, ma anche in contesti e periodi diversi un Grillo o una Meloni, così come cominciarono a votare un Berlusconi a Mirafiori la bellezza di trentadue anni fa, e prima ancora avevano accettato i modelli di capitalismo popolare della signora Thatcher e la forte retorica anticomunista di Reagan, è perché la lotta di classe con tutta la sua attrezzeria politica e sindacale fa parte di un ciclo di “fine della storia” ormai decisamente esaurito. Questa a occhio e croce la forza segreta del populismo globale.
Chi rimpiange una sinistra forte nella rivendicazione dell’eguaglianza e indisponibile a cancellare i valori e i bisogni dei forgotten men, dei dimenticati dallo sviluppo capitalistico, fa probabilmente uno sforzo inutile, si esercita in una sterile nostalgia politica. Sono le masse popolari di un tempo che si sono ristrutturate in consonanza con lo sviluppo sociale dell’ipertecnologia e i nuovi profili culturali, i nuovi lavori, la nuova struttura dei redditi e dei consumi, la nuova comunicazione, è la società che ha dimenticato la sinistra di un tempo, e per certi aspetti anche le consuetudini e le norme della vecchia democrazia politica di origine e impronta borghese. L’affanno delle democrazie e lo scombussolamento che rende così complicato arginare le spinte populiste del più vario tipo, che si esprimono in movimenti e procedono per radicalizzazioni successive, non dipende dunque dalla colpevole distrazione globalista che ha allontanato sinistre un tempo profetiche e generosamente ideologiche dalla lotta di classe. Non è un tradimento del proletariato, è la scomparsa di un grande mito sociale della nostra epoca.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
