La crisi di Milei

La povertà aumenta, il pil ristagna, i salari soffrono. Il presidente cala nei sondaggi e l'anno prossimo ci saranno le elezioni 

25 SET 26
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“Se il nostro governo sarà rieletto nel 2027, il 2028 sarà il miglior anno economico della storia dell’Argentina”, diceva ieri il presidente Javier Milei durante una conferenza con investitori di Wall Street a New York, dove era per l’Assemblea generale dell’Onu. La realtà, però, è che il 2026 rischia di essere il peggiore anno economico del suo mandato. A Buenos Aires, poche ore dopo, l’Indec – l’istituto di statistica argentino – ha diffuso i dati sulla povertà del primo semestre dell’anno. Nel primo semestre del 2026 la povertà è salita al 32,3 per cento, in aumento di 4,1 punti rispetto alla fine del 2025 (quasi 2 milioni di persone in più), che resta comunque il livello più basso dal 2018. Un dato peggiore anche delle stime di Martín González-Rozada, economista dell'Università Torcuato Di Tella, che prevedeva un 31,4 per cento. Insieme alla povertà, l'Indec ha diffuso anche il dato sull'attività economica, che a luglio è calata dell'1,4 per cento rispetto allo stesso mese dell'anno scorso.
La riduzione della povertà è stato uno dei principali risultati rivendicati da Milei. Nonostante le accuse di “macelleria sociale”, per il taglio di circa il 30 per cento della spesa pubblica, durante la gestione del presidente libertario la povertà è crollata dal 41,7 per cento del secondo semestre 2023 al 28,2 per cento due anni dopo, con una fuoriuscita di oltre 6 milioni di persone. Questo risultato è stato il frutto in parte dell’incremento di trasferimenti diretti alle famiglie povere con figli, a fronte dell’abolizione di piani assistenziali, ma soprattutto della forte riduzione dell’inflazione. Milei è stato infatti eletto agitando una motosega, con il mandato di arrestare la crescita vertiginosa dei prezzi che stava portando l’economia dell’Argentina sull’orlo dell’iperinflazione. Dopo aver eliminato 5 punti di pil di deficit tagliando la spesa pubblica e fermato la monetizzazione del disavanzo, il governo è riuscito a ridurre l’inflazione dal 220 per cento del 2023 all’attuale 30 per cento. Il contemporaneo processo di austerità e disinflazione ha avuto, dopo un’iniziale mini recessione, un effetto espansivo sull’economia che è cresciuta nel corso del 2024 e per tutto il 2025 (+4,5 per cento).
Ma alla fine dell’anno scorso, qualcosa si è inceppato. La mini crisi finanziaria prima delle elezioni di metà mandato, sventata dall’aiuto provvidenziale di Scott Bessent dagli Usa e dalla vittoria nelle urne di Milei, ha però prodotto una risalita dell’inflazione che ha toccato il suo picco a marzo (3,4 per cento mensile). La Banca centrale ha reagito con una stretta monetaria, che ha bloccato il credito: uno dei motori della crescita dei due anni precedenti. Questo scossone ha rallentato l’attività di un’economia in profonda trasformazione e molto eterogenea. Il modello di Milei, basato su apertura commerciale e deregulation, infatti ha portato all’esplosione di settori esportatori come l’oil & gas, l’estrazione mineraria e l’agroindustria, e alla crisi di settori protetti come l’industria manifatturiera, dipendenti dalla domanda interna come il commercio o dalla spesa pubblica come le costruzioni. Il problema, però, è che i settori che crescono e producono valuta estera come l’oil&gas non producono nuova occupazione, quantomeno non allo stesso ritmo con cui i settori tradizionali la distruggono
Così il mercato del lavoro ha registrato un deterioramento: a fronte di un incremento complessivo dell’occupazione, sono fortemente diminuiti gli occupati formali e aumentati quelli informali. Il lavoro si è precarizzato e i salari hanno perso terreno. Così sono cambiate anche le priorità degli argentini. Le principali preoccupazioni sono diventate l’occupazione e i salari, mentre l’inflazione che era al primo posto è passata all’ottavo. L’immagine di Milei è caduta ai livelli più bassi di sempre, ma il presidente mantiene comunque buone possibilità di essere rieletto nel 2027, anche perché il fronte peronista è frammentato e non ha lasciato esattamente un buon ricordo negli elettori. Secondo molti osservatori, da ultimo l’Economist, il presidente argentino dovrebbe accettare un po’ più di inflazione per favorire la crescita nell’anno prima delle elezioni. Ma Milei non sembra intenzionato a toccare i capisaldi della sua politica economica: deficit zero e inflazione zero. E’ la rigidità che gli ha fatto vincere le elezioni nel 2023, si vedrà se gli farà perdere quelle del 2027.