Politica
CENTRO SINISTRA •
Le primarie non servono a misurare i segretari
Da Rutelli a Prodi, fino a Letta, il centrosinistra ha spesso faticato a far coincidere consenso, potere e responsabilità. Nel 2012 Bersani modificò lo Statuto del Pd per aprire le primarie anche a candidati interni. Trasformarle oggi in una gara fra segretari anticiperebbe la competizione proporzionale delle politiche

(Foto Ansa)
Nel 2018 il governo tra M5s e Lega venne guidato da Giuseppe Conte, che non era neanche stato candidato come parlamentare dal M5s. La storia, però, è ancora più complicata a sinistra. Essendo il primo partito quello post-comunista, allora Pds, ritenuto per questo non in grado di guidare una coalizione vincente, nelle elezioni del 1996 venne scissa la figura del candidato presidente del Consiglio, Prodi, da quella del segretario del Pds, D’Alema. Così facendo, però, si ingenerò una inevitabile lotta di vertice, in cui il segretario del primo partito voleva prima o poi diventare premier (cosa che gli riuscì a metà legislatura), mentre il presidente del Consiglio voleva creare un proprio partito (i Democratici) con cui ritornare alla leadership.
La questione si ripropose al momento delle elezioni del 2001 quando fu Rutelli, leader del cartello elettorale della Margherita, a sfidare Berlusconi e non Fassino leader dei Ds, per quanto questi ultimi fossero più grandi. Nel 2006, non esistendo ancora il Pd, onde evitare i rischi di un ritorno alle lacerazioni del 1996, Ds e Margherita convennero con Prodi che lui avrebbe avuto un’investitura con primarie aperte in cui entrambi lo avrebbero sostenuto. Il fallimento dell’Unione portò poi a individuare nella nascita del Pd il rimedio: un partito a vocazione maggioritaria in grado di disciplinare anche le eventuali alleanze. Per questo lo Statuto del Pd cercò di conseguire quell’obiettivo con primarie aperte per il proprio segretario perché egli avrebbe dovuto essere anche di norma il candidato presidente del Consiglio.
Il metodo di elezione era coerente con quel doppio ruolo. Tuttavia lo Statuto, non potendo prevedere i rapporti futuri tra partito e coalizione, aprì anche alla possibilità di primarie di coalizione, Giunti al 2012 Bersani, segretario del Pd verso la fine del proprio mandato, decise di non di chiedere un rinnovo con un congresso del Pd, ma con questo secondo strumento. Sapendo che la principale alternativa esistente era però Renzi, interno al Pd, volle inserire un elemento di flessibilità aprendo la primaria anche ad altri candidati Pd e non lo fece solo una tantum ma modificando lo statuto e mandando a regime questa apertura. Sulla base di questa storia complessa non si capisce perché la segretaria del Pd voglia invece giocare sulla chiusura concependo le primarie di coalizione come un test tra segretari di partito e non tra varie persone della coalizione.
Sostenere che, siccome non si accetta il criterio della guida del partito che arrivi primo nelle urne, bisogna anticipare la competizione proporzionale delle politiche con primarie a candidature blindate dei segretari di partito non sembra un’idea né geniale né mobilitante. Farei quindi un appello a risvegliarci da queste sonnolente visioni di chiusura: torniamo alle scelte del 2012, doppio turno e candidature aperte, non solo di segretari. L’apertura del Pd verso i suoi elettori più attivi è stato sempre un fattore di successo per chi lo ha promosso.