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La nave di Renzi sfida Conte e chiama Occhiuto
Chiude la Leopolda e avvisa: “Se Meloni vince, si prende tutto”. L’appello ai riformisti di FI: “Venite”

Foto Ansa
Firenze, dal nostro inviato. Ulisse aveva l’arco e Renzi ha il tostapane, la griglia dell’eroe che canta e racconta vicino al fuoco come si resta Renzi: “Sopportai e rimasi”. Fa il “Tostatore” di Conte, Calenda, Tajani, Meloni, “che se perde va a casa, ma se vince, prende tutto: il Quirinale”. Tosta anche Giorgetti che, lamenta Renzi, “sbaglia i conti e che deve smetterla di mettere il naso sul risiko bancario. E’ infame quello che ha fatto su Unicredit”. E’ tostata anche la Leopolda, la quattordicesima, la festa del ritorno a Itaca, in questa Firenze che è ancora la “Renzi School of stratagemma”, il “credeteci e candidatevi” senza garanzia, la polizza che per Clint Eastwood si chiede soltanto quando si acquista un tostapane. Si fa chiamare “Kraken”, e si vende anche la maglia con il calamaro gigante (a 20 euro), ma questo ultimo Renzi somiglia a Ettore, il vinto vincitore che ad Achille, ai tanti Conte che non lo desiderano, risponde: “Io non fuggo più davanti a te, il cuore mi spinge”. Sembra di ascoltarlo sotto le mure di Troia, in fiamme, il campo largo, quando, insieme a suoi Deifobo, le capogruppo Boschi e Paita, acclamata con la sua gonna spavalda, sfida gli Dei, i numeri, per quel romantico sogno: “Faccio un appello ai riformisti di Forza Italia: venite”. E’ la Leopolda più raccolta, ma è forse la più giovane mai vista, una piccola triremi di matricole che non diserta e che all’invito di Renzi “l’Ucraina non si svende, l’Ucraina si difende”, si alza in piedi. I proci sono Salvini e Trump, mentre l’unità del centrosinistra è l’approdo, la carezza di Nausicaa.
Chi ha più di trent’anni si sente un po’ come Eumeo, il servo leale di Ulisse, e non solo perché la scenografia, con il timone, i resti di una nave, fa tornare alla mente i Feaci e Penelope. La Leopolda è forse la sola festa di partito, a sinistra, dove ancora si sorride, si imita Renzi che, a sua volta, imita Berlusconi. Un ragazzo lo chiama “presidente” e Renzi lo canzona da fratello maggiore: “Ho sempre sognato di restare il solito stronzo e tu mi tratti da venerato maestro”.
E’ il dopo del dopo, è la saggezza dell’essere i marginali del campo largo, ma conservando “il multiforme ingegno”, che non è altro che il lampo, l’intuizione che ti trascina fuori dal mare in tempesta. Anche Renzi coltiva la longevità di Meloni, ma a differenza di Meloni la sua è la malandrina, quella di Henry Kissinger (e lo scrive Francesco Merlo nel suo “Tutto Qui” Solferino) che si affidava al corrimano delle scale, il corrimano che serve a non cadere, scomparire. E’ l’azzardo il corrimano di Renzi, la candidatura spericolata di Pietro Bartolo a presidente della regione Sicilia, il medico di Lampedusa che come Chatwin si domanda “ma io, che ci faccio qui?”. Ed è sempre l’azzardo che tiene Renzi al di sotto del quattro per cento, ma ben al di sopra di tutto l’arco parlamentare, il mar mediocre italiano. Mi accorgo che in platea non si parla di Conte, che è il Cariddi della Leopolda, quel Conte che venerdì sera ha chiesto a Schlein di fare a Renzi da nutrice, da garante. Dice Benedetto Della Vedova: “Credimi, anche Conte ha un’età e non romperà l’alleanza”. Gli chiedo se sia vero che stia lavorando per Roberto Gualtieri federatore, il terzo uomo, e Della Vedova mi dice che “sì, potrebbe”, perché Gualtieri “non irrita nessuno”. Nessuno qui ha fiducia nelle primarie anche se tutti dichiarano che si faranno. Non ci crede Stefano Bonaccini che se fosse stato il Bonaccini di questa Leopolda avrebbe forse battuto Schlein. E’ l’ultimo a parlare, prima di Renzi, ma il primo a invocare “aboliamo la parola primarie”. Era dai tempi di Minniti che una personalità del Pd non pronunciava le parole di Bonaccini, che è anche il presidente del partito: “Invito a non aver paura della repressione, come dice Franco Gabrielli. La cittadinanza va data a chi la merita ma chi delinque, sia chiaro: o lo mettiamo dentro o se ne va fuori”.
Si sono ridotti di numero, e non è un male (Salvini impari), ma sanno interpretare la parte che fu del Partito repubblicano, Italia Viva, ma anche “Forza Garantismo”: politica estera, fantasia, provocazione. In sala c’è il Tajanometro, il cartonato con Tajani vestito da nonna Felicita, con le soglie di pudicizia: scandalosa, troppo audace, misurata, affidabile, da sposare (la gonna lunga fino alle calze). Incontro Tommaso Nannicini, l’economista del governo Renzi, che ha inventato l’abolizione del bollo, prima che Meloni abolisse il bollo, e anche Nannicini pensa che “aver coinvolto le partecipate di stato e abbassato il prezzo dei carburanti è stata una grande mossa di Meloni”. Stanno cominciando ad aver paura che Meloni, e il suo governo, non si sconfigga con l’umanità e l’indignazione di Bartolo, un’umanità che fa scendere le lacrime, quel suo dolore secolare che gli fa dire, rivolgendosi ai ministri, alla squadra di Meloni: “Personaggi squallidi e fascisti”. Si avvicendano sul palco i sindaci, i consiglieri regionali mastelliani che esordiscono con “vi porto il saluto di Clemente”. Giganteggia la faccia tosta di Luciano Nobili che tira le orecchie a Conte: “Ci chiede garanzie chi da presidente del Consiglio non faceva differenza fra garantismo e giustizialismo”.
E’ il terzo giorno, quello finale, ed è già chiaramente la rassegna del meglio, il tempo dei bilanci: “Vincenzo De Luca è stato eccezionale”; “Fedez ha sbracato su Liliana Segre ma Renzi gli ha tenuto testa” e c’è gradimento per Matteo Hallisey, il radicale con i brufoli che immagina un mondo di spiagge libere. E’ stato invitato anche Matteo Bassetti, il virologo, il sindacalista di una categoria che nei tempi del dolore veneravamo e che oggi processiamo con le commissioni. E’ un carosello di visi allegri, alla Gigi De Palo, ex presidente del Forum delle Famiglie. Due anni fa venne rimproverato da Meloni per non aver saputo difendere dagli attacchi degli studenti, la ministra Roccella, e oggi è qui ad argomentare: “Non si tratta di convincere gli italiani a fare figli. Fare figli oggi è purtroppo una causa di povertà. Eppure gli italiani vorrebbero farli”.
E’ vero, sono sempre meno e, direbbe Brecht, le forze scemano, ma come arringa il tenace Gian Domenico Caiazza: “Noi difendiamo valori difficili da far comprendere, sono valori compresi da una minoranza”. Sono quelli dell’ex sindaco di Lodi, Uggetti, un altro sbattuto in carcere con troppo facilità, che si emoziona ancora per l’Internazionale comunista, ma che riconosce a Renzi la bella battaglia, la lotta alla Ettore, “quando l’uno non vale a raggiungere e l’altro non vale a fuggire”. E’ senza dubbio la stazione (Leopolda), la fermata che avrebbe sognato Enzo Tortora, il binario di Francesca Nanni, la procuratrice di Milano che ebbe il coraggio di riaprire il caso Zuncheddu, anche lei ospite, un’altra coraggiosa sulla nave.
Sono passati quattordici anni dalla prima Leopolda e giriamo ancora intorno a Renzi che propone il “contratto alla tedesca”, tre garanzie a Conte perché “le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono”, “voglio la garanzia che “Salvini non vada più al Viminale, Giorgetti in Cdm e che al Quirinale ci vada un europeista e non uno improvvisato o che viene dai servizi segreti”. E ancora: “Mai più Trump”. Ha il quid anche se imbiancato, la scorciatoia (“in Tv c’è bocchinolandia”) e ha anche la ferocia nel ferire i vicini di centro, come Alessandro Onorato che in Sicilia si è lasciato folgorare da iene e gattopardi, ex teorici della (non) trattativa stato-mafia (“Il centro io non lo farò con quelli come Ingroia”). E’ sempre il Renzi della mossa del cavallo quando propone la nave dei garantisti, l’appello a Zangrillo e a Occhiuto, il presidente della regione Calabria che però gli ribalta l’invito: “Caro Renzi, forse dovresti essere tu a chiederti che cosa ci fai lì dentro. Renzi, Boschi, Calenda e Marattin li vorrei nel centrodestra, possono trovare spazio le idee in cui hanno creduto”. Pensa Renzi che “si voterà a novembre” mentre Bonaccini si domanda: “Cosa deve accadere per unirci e mandarli a casa?”. No, non riescono a mettere fine questa guerra di centro con lo zero virgola al posto di Elena e parlano ancora di piattaforme che sono i venti di Eolo. Non ci riesce Renzi, che vuole “una politica estera seria”, e non ci riesce Calenda, che suggerisce a Renzi “di non sproloquiare e andare a Kyiv”. Continueranno a non amarsi così come Renzi cercherà un’altra volta ancora lo stratagemma: Vannacci, rompere Forza Italia, il contratto alla tedesca … Non è Itaca che li attende ma Meloni smaniosa di dare fuoco alle loro navi, la donna che come Achille “un cuore di ferro nel seno tu chiudi”.