Perché l’ambientalismo ideologico è un’altra minaccia per l’Europa

Governare la decarbonizzazione, togliersi i paraocchi di fronte al nucleare, evitare il rigore burocratico. No a una transizione autopunitiva che alimenta le vulnerabilità, distrugge le industrie, accresce le dipendenze dalle autocrazie e infine indebolisce la democrazia. La lezione di Draghi
28 SET 26
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Foto LaPresse

Ma quando capiremo che danni gravi sta generando all’ambiente la follia dell’ambientalismo ideologico? Nelle classifiche italiane, per qualche tempo, ha fatto capolino un volume che, un po’ a sorpresa, si è affacciato per diversi giorni nella parte più alta del ranking della saggistica. Il libro in questione è quello di Mario Draghi: è edito da Rizzoli, ha una prefazione di Martin Wolf, ha un titolo che i più maliziosi sostengono che possa avere un doppio significato (“Competere o sparire” riguarda l’Europa o riguarda l’autore del libro?). Ed è una raccolta, un greatest hits, dei migliori discorsi fatti da Draghi negli anni in cui ha portato in giro il verbo della maggiore e necessaria competitività dell’Europa. Il successo del libro può essere letto come una spia della popolarità di Draghi, forse. Ma accanto a questa tesi, che suggerirebbe, se non si trattasse di Draghi, di ragionare su possibili discese in campo, che ovviamente non ci saranno, ce n’è un’altra che merita cittadinanza e che riguarda il successo di una tesi contenuta nel libro. O se vogliamo essere più precisi, di una sottotesi.
La tesi generale la conoscete: senza competitività, senza abolire i dazi interni, senza abbattere le barriere che tengono l’Europa soffocata, l’Europa è fottuta, dice Draghi, poco ascoltato purtroppo dalla destinataria del suo rapporto, Ursula von der Leyen, e dalle altre istituzioni europee: a quasi due anni dalla presentazione del dossier, appena il 15,7 per cento delle proposte risulta pienamente attuato, bruscolini.
La sottotesi interessante, che meriterebbe di essere letta, studiata e sottolineata da molti esponenti politici che si preparano alla gazzarra della campagna elettorale, alcuni anche a colpi di libri, ognuno naturalmente con un’ambizione diversa, ma se sei un politico e scrivi un libro un’ambizione ce l’hai (in libreria, a sinistra, c’è Paolo Gentiloni, c’è Matteo Renzi, c’è Giuseppe Conte, arriverà a breve Silvia Salis, arriverà a febbraio anche un libro di Gaetano Manfredi, manca solo Roberto Gualtieri), riguarda un tabù grande come una casa che Draghi affronta con coraggio e che costituisce uno dei punti forti del volume. La competitività è importante, dice Draghi. Per essere competitivi bisogna abbattere le barriere, e questo lo sappiamo. Ma per essere competitivi, oltre ad abbattere le barriere, bisogna ridurre le vulnerabilità e dunque le dipendenze. E per ridurre le dipendenze non si può non riconoscere una verità poco virale ma molto reale: l’ambientalismo ideologico, nel mondo contemporaneo, non è solo autolesionista per l’industria, ma è diventato un pericoloso alleato del populismo illiberale.
La diagnosi di Draghi è confermata da alcuni dati di realtà. Nel 2024, per esempio, l’Unione europea ha prodotto internamente soltanto il 43 per cento dell’energia disponibile e ne ha importato il 57 per cento. Nel 2025 la dipendenza europea dalle importazioni di gas ha raggiunto l’87,6 per cento. E la sua impostazione suggerisce soprattutto che, nella transizione ecologica, serve non solo responsabilità ma anche prudenza. Nel 2024 l’Unione europea rappresentava circa il 5,9 per cento delle emissioni mondiali annuali di gas serra e le sue emissioni territoriali, escluse quelle legate all’uso del suolo, erano circa il 35 per cento inferiori rispetto al 1990, e questo significa che sì, l’Europa deve fare ancora molto, ma deve farlo in modo intelligente. Da un lato, dice Draghi, bisogna evitare che una transizione ecologica mal progettata porti a spostare le dipendenze, dalla Russia di ieri alla Cina di oggi (nel 2023 il 98 per cento dei pannelli solari importati nell’Unione da paesi extraeuropei proveniva dalla Cina, e a livello globale, secondo l’International Energy Agency, la Cina controlla circa l’85 per cento della capacità produttiva lungo la filiera solare, l’80 per cento della capacità produttiva delle batterie agli ioni di litio, il 95 per cento dei wafer fotovoltaici). E il punto è ovvio: quando energia, materie prime o tecnologie essenziali dipendono da un unico fornitore, le decisioni democratiche europee diventano condizionate dalle possibili ritorsioni economiche di quel fornitore. D’altra parte, Draghi dice che l’Europa, per superare le sue vulnerabilità, evitare le dipendenze e diventare più sovrana, “non può permettersi rigidità ideologica”. E dentro quella idea vi è un concetto chiaro. Significa non considerare un tabù governare la fase di transizione con l’odiato gas: l’alternativa a una gestione comune, trasparente e meno esposta ai mercati spot è una maggiore volatilità e vulnerabilità. Significa smetterla di essere pro rinnovabili nei convegni e pro burocrazia nei governi: in Italia, ricorda Draghi, ci sono “decine di gigawatt” di impianti rinnovabili in attesa di autorizzazione o contrattualizzazione e Draghi chiede di semplificare e accelerare gli iter, perché quella nuova produzione avrebbe costi inferiori rispetto alla generazione a gas. Significa, ancora, togliersi i paraocchi di fronte al nucleare, ricordando che sole e vento non possono garantire in nessuno scenario la sicurezza dell’approvvigionamento europeo e che bisogna essere pronti a usare tutte le possibili fonti pulite, mantenendosi neutrali verso le nuove soluzioni energetiche. E ricorda infine che la decarbonizzazione, obiettivo mirabile, potrà essere sostenibile solo se ne saranno anticipati i benefici. E i benefici non potranno essere ricavati se si avrà fretta di portare avanti una transizione autopunitiva, che alimenta le vulnerabilità, distrugge le industrie, accresce le dipendenze e in definitiva indebolisce la democrazia. L’ambientalismo non ideologico può aiutare l’Europa a diventare più libera e sovrana. L’ambientalismo ideologico rischia di rendere l’Europa più vulnerabile, più esposta, più ostaggio delle autocrazie. Chi ama la libertà, oltre che lavorare per la decarbonizzazione, deve fare di tutto per evitare che l’ambientalismo anziché aiutarci ad avere un mondo migliore contribuisca a rafforzare nemici non meno pericolosi del cambiamento climatico: i populismi illiberali e le dittature sanguinarie, specializzati nell’utilizzare cavalli di Troia con cui rendere le democrazie più deboli, più vulnerabili, meno sovrane e meno libere. Scegliere da che parte stare, per chi ama l’ambiente ma anche la democrazia, non dovrebbe essere così difficile.