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Il piano Draghi e i sonnambuli d’Europa
Soluzioni, non capri espiatori. Spunti dall’incontro con Ursula (anche per Meloni)
21 LUG 26

Foto Ansa
Ursula von der Leyen ha incontrato Mario Draghi a Bruxelles. Draghi, uscendo, ha detto che l’incontro era andato “molto bene”. Von der Leyen ha scritto che l’Europa, sulla competitività, “fa sul serio”. Il problema è che i numeri raccontano una storia diversa. A quasi due anni dalla presentazione del rapporto Draghi, soltanto 60 raccomandazioni su 383 sono state attuate pienamente: il 15,7 per cento. Erano il 15,1 per cento a gennaio. Il progresso, dunque, esiste, ma è quasi fermo. E 225 raccomandazioni non sono state realizzate neppure in parte. Il punto politico è semplice. Il piano Draghi viene citato, elogiato, celebrato. Ma non è diventato l’agenda dell’Europa. Non lo è per la Commissione e non lo è per i governi nazionali.
Bruxelles si muove soprattutto dove competitività e sicurezza coincidono: difesa, riduzione delle dipendenze, controllo degli investimenti, semplificazione. Molto meno quando si tratta di affrontare i nodi più difficili: energia, mercato dei capitali, investimenti comuni, innovazione, produttività, completamento del mercato unico. L’Europa continua a essere più veloce nel creare regole che nel creare crescita. Anche le cancellerie europee hanno una responsabilità. Tutti parlano di sovranità europea, ma quasi sempre in modo selettivo. La vogliono sulla difesa, meno sull’energia. La invocano contro la Cina, ma non quando bisogna integrare i mercati finanziari. La celebrano nei discorsi, ma la frenano quando comporta rinunciare a un veto nazionale. Il piano Draghi dice invece una cosa netta: senza più investimenti, più integrazione e più capacità di decidere insieme, l’Europa diventerà più debole. Giorgia Meloni avrebbe qui un’occasione politica. Potrebbe fare del rapporto Draghi il centro della sua campagna elettorale europea: crescita, industria, energia, difesa, innovazione. Un’agenda di soluzioni, non di capri espiatori. Che cosa aspetta?