I pericoli dell’ecologismo

L’estate del 2026 ha dimostrato come l’ambientalismo ideologico sia il peggior nemico dell’ecologia. L’analisi del politologo Dominique Reynié
10 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 08:07
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Secondo molti osservatori, gli incendi boschivi che hanno colpito in particolare il sud-ovest della Francia non sono solo una catastrofe naturale, ma anche il risultato di scelte politiche legate a una certa visione dell'ecologia. Gli attivisti ambientalisti hanno lottato per anni contro lo sfoltimento della vegetazione, la gestione forestale o ancora i bacini idrici… Si può parlare di catastrofe politica? “Penso di sì. Dobbiamo imparare a distinguere, da un lato, l'ecologia, che indica sia una scienza sia un'attenzione per l'ambiente, per il vivente, per la sua fragilità, e, dall'altro, l'ecologismo, che è un'ideologia costruita e mobilitata per servire un progetto di conquista del potere”, dice al Figaro il politologo Dominique Reynié, direttore della Fondation pour l'innovation politique (Fondapol), prima di aggiungere: “E' facile intuire che il riscaldamento globale favorisce la propagazione degli incendi. Ma la catastrofe che stiamo vivendo è in realtà il risultato di una particolare determinazione politica, quella dell'influenza perniciosa dell'ecologismo sull'azione pubblica. Fin dai primi incendi, i canali all-news hanno offerto il loro palcoscenico a ospiti che stabilivano esplicitamente un nesso diretto di causa-effetto tra il riscaldamento globale e gli incendi, come se il fuoco fosse divampato spontaneamente in un'atmosfera surriscaldata. Abbiamo visto rappresentanti di Oxfam – che si definisce ‘un'associazione di solidarietà internazionale che lotta contro la povertà, le disuguaglianze e il cambiamento climatico' – attribuire gli incendi al riscaldamento globale e mettere immediatamente in discussione i nostri stili di vita, la crescita economica, le imprese, il ‘capitalismo', etc. Ci è voluto un po' di tempo prima che si iniziasse a discutere delle carenze delle politiche pubbliche, degli investimenti insufficienti o troppo spesso rinviati, delle cause degli incendi. Sorvegliare le foreste, perfezionare gli strumenti per combatterli, sanzionare i comportamenti imprudenti, punire gli atti colpevoli, etc.: tutto ciò dipende da una strategia, da un'organizzazione, da risorse finanziarie, umane e tecniche, ovvero da una buona politica, ma è proprio quella a cui gli ambientalisti non hanno mai smesso di opporsi, aiutati in questo dalla France insoumise (il partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, ndr)”. “I tragici incendi dell'estate del 2026 – prosegue Reynié – ci dimostrano, per la prima volta, che una catastrofe ecologica non è solo il risultato del clima o della globalizzazione economica, ma anche dell'influenza dell'ecologismo, che abusa di immagini ovviamente impressionanti senza lasciare spazio sufficiente a argomentazioni rigorose. Il discorso ambientalista è talmente opprimente e ansiogeno che si è arrivati a coniare il termine ‘ecoansia' per descrivere questa angoscia, i cui danni sull'opinione pubblica, in particolare sulle nuove generazioni, sono considerevoli”.
L’ecologia è attenzione per l’ambiente, per il vivente, per la sua fragilità, l’ecologismo un’ideologia per servire un progetto di conquista del potere
Dall'indebolimento del nostro settore nucleare agli incendi, passando per il nostro ritardo in materia di climatizzazione in un contesto di riscaldamento globale, stiamo forse pagando le conseguenze dell'influenza politica di questo ambientalismo? “Ricordiamo in cosa consiste questo ambientalismo. E' ostile alla crescita economica, alle imprese, all'innovazione, spesso al progresso scientifico, ovvero a ciò che è alla base della maggior parte delle soluzioni politiche ai grandi problemi che il mondo deve affrontare. Gli ambientalisti hanno con l'ecologia lo stesso rapporto che il Rassemblement national (Rn) ha con l'immigrazione: è una questione esistenziale; è la loro ragion d'essere. Sia per gli ambientalisti che per il Rn, un mondo di soluzioni è un mondo in cui non c'è più posto per loro”, sottolinea Reynié. E aggiunge: “A partire dagli anni Settanta, gli ambientalisti hanno acquisito notorietà grazie a un'estrema politicizzazione dei problemi ambientali, attribuendo senza sfumature agli stati e ai loro leader la responsabilità dei fenomeni e delle catastrofi climatiche. Oggi sono a loro volta indicati tra i responsabili di questa catastrofe. L'estate del 2026 ha dimostrato agli occhi di tutti che, in realtà, questo ambientalismo può essere nemico dell'ecologia”.
Questo ambientalismo è spesso ostile a ciò che sta alla base delle soluzioni politiche ai grandi problemi che il mondo deve affrontare
La ministra della Transizione ecologica, Monique Barbut, si è mostrata contraria all'estensione dell'uso dell'aria condizionata, arrivando a minacciare le dimissioni in seguito all'approvazione della legge di emergenza agricola. Cosa ci rivela tutto questo? I partiti di centro-sinistra e di centro-destra si lasciano intimidire troppo spesso dall'ecologismo radicale? “Senza dubbio. Il problema principale posto dall'ecologismo è politico e, più precisamente, democratico. L'ecologismo è riuscito a prendere il potere senza essere riuscito a convincere gli elettori. Così, di fronte al cambiamento climatico, che avrebbe dovuto avvantaggiarli, gli ambientalisti hanno scelto di rispondere non attraverso il mercato, la società civile, la creatività, l'iniziativa e l'innovazione, ma con il progetto smisurato di ‘salvare il pianeta' grazie a una ‘transizione ecologica' concepita e guidata da Bruxelles, per l'Unione europea, e da Parigi, per la Francia. Queste idee derivano da una concezione eccessivamente burocratica della gestione degli affari pubblici. Il risultato è l'attuazione di un regime di regolamenti, autorizzazioni, controlli e sorveglianza sempre più restrittivo, invadente e severo, senza alcun riguardo per le libertà individuali e, del resto, senza alcun effetto sul riscaldamento globale”, spiega Dominique Reynié. “Questo ambientalismo basato sulle norme, questo ambientalismo burocratico, non solo si è affermato senza aver bisogno del consenso degli elettori, ma anche senza averli informati, così come non furono informati, tra il 1997 e il 2017, del quasi abbandono del nostro settore nucleare, che costituisce tuttavia la nostra più grande risorsa industriale, nonché la nostra migliore risposta alle sfide della sovranità energetica e del riscaldamento globale. In questo senso – prosegue Reynié – si può considerare il movimento dei “gilet gialli' come un primo freno popolare imposto all'ideologia ambientalista, un freno peraltro operato attraverso una forma di protesta e non per via elettorale, come se per i ‘gilet gialli' si trattasse di rispondere all'ambientalismo con i suoi stessi metodi di blocchi di protesta e scontri violenti”. L'ecologismo radicale sta perdendo la battaglia culturale? “Direi che l'ecologismo sta perdendo la battaglia legislativa e governativa. Tuttavia – conclude Reynié – il rifiuto elettorale dell'ecologismo non ne impedisce il dominio culturale. Lo si vede attraverso la straordinaria benevolenza del mondo mediatico, che è uno dei grandi privilegi concessi a questa ideologia. Lo si vede anche nell'onnipresenza del discorso ecologista, di fatto istituzionalizzato. Si pensi a ciò che Althusser chiamava gli ‘apparati ideologici di stato': la scuola, e attraverso la scuola si raggiungono anche le famiglie, le università, il mondo intellettuale, i media, in particolare il settore audiovisivo di stato, o ancora il mondo culturale”.
(Traduzione di Mauro Zanon)