Anatomia della “Lega pontina”, destinata a sottilettizzarsi

Con il colpo di mano del congresso anticipato, Salvini ha messo in crisi i governatori. Ora resta da vedere se Claudio Durigon riuscirà a trovare uno spazio politico

23 SET 26
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Foto ANSA

I giornali quando vogliono sanno essere spietati. Nei mesi e nelle settimane scorse hanno blandito e incoraggiato i nordisti della Lega negli sforzi di opporsi alla segreteria di Salvini e nella contestazione delle priorità scelte dal capo delegazione nel governo Meloni. I governatori delle regioni settentrionali vicini ai nordisti e quindi Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e un po’ meno Maurizio Fugatti sono stati intervistati, con dovizia di spazio, quasi tutti i giorni. Ogni loro mezzopensiero è stato valorizzato e impaginato con generosità. Ma appena Matteo Salvini ha organizzato il contropiede del congresso anticipato e messo in difficoltà i suoi oppositori l’umore dei giornali è cambiato e quei governatori che erano stati innalzati al rango di protagonisti della vita politica nazionale sono stati demansionati. L’accusa, esplicitata o meno, è quella di essere dei cagasotto, capaci di proclami ma poco più. Al contrario di Salvini che improvvisamente è ridiventato un grande stratega capace di sgominare chiunque all’interno della Lega gli si opponga. In questo affresco Massimiliano Romeo, il capogruppo alla Senato, forse il più esposto degli oppositori è stato dipinto come un losco cospiratore e via di questo passo. Di Zaia si è scritto che avrebbe trovato il modo, proprio in questi giorni, di essere in visita nella lontana Armenia. Per quanto riguarda Fedriga il demansionamento è stato fin troppo facile: in fondo è stato sempre considerato un democristiano di quelli poco avvezzi alla pugna.
Ma non solo di scarso coraggio sono stati accusati i cospiratori. Li si è dipinti come degli inguaribili nostalgici, rimasti legati al mito e al posizionamento politico dei tempi di Umberto Bossi. Dei dinosauri, per dirla con una battuta. Anche il sociologo veneto Paolo Feltrin, un carrocciologo della prima ora, i cui consigli in passato sono stati molto utili a Zaia, ha emesso la sua sentenza: “Tornare al partito del nord non è una strategia possibile. Il segretario non sarà insidiato dai quattro governatori!”. A suo dire tutte le strade per fare il partito della Questione Settentrionale sono state esplorate in passato, ma dalla secessione all’autonomia differenziata, non hanno prodotto proprio nulla. Ergo Zaia, Fontana e Fedriga sono sotto scacco anche perché non hanno idee. Per carità, Feltrin non dice cose assurde, anzi. La rappresentazione del nord che anima gli oppositori di Salvini è stereotipata, l’idea di rifare il partito delle Pmi non tiene rispetto alle trasformazioni profonde dell’economia moderna che chiedono aggregazioni e massa critica. L’innovazione, infine, non è un campo che i leghisti abbiano mai frequentato con familiarità e invece proprio le tecnologie e la loro implementazione alla fine decideranno del futuro del nord. E la confusione regna così sovrana sia tra i salviniani sia tra i ribelli che, come ha annotato Carlo Stagnaro, a Pontida si è discusso di tutto tranne dell’accordo tra Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria ed Emilia-Romagna sulla politica industriale, giustamente definito uno dei fatti politici più interessanti da trent’anni in una prospettiva nordista.
Ma lasciamo pure i governatori alle decisioni che dovranno assumere a breve, lasciamo pure Zaia in Armenia e occupiamoci piuttosto del presunto trionfo di Capitan Salvini. Approfittando abilmente della tradizione politico-organizzativa di stampo leninista che la Lega ha sempre avuto (anche con Bossi), il leader si appresta a celebrare un congresso che lo rinsaldi al comando e in qualche modo sanzioni che il suo vero vice è Claudio Durigon. Come il cognome evoca, è di origine veneta e i suoi nonni si trasferirono negli anni '30 in quelle che allora erano le paludi pontine. Dopo una brillante carriera nel sindacato Ugl, Durigon ha scalato posizioni nella Lega e ha capito che il suo ruolo poteva crescere offrendosi come contrappeso ai nordisti. I leghisti del centro-sud come la falange più fedele al leader e al tempo stesso la fonte di nuove ispirazioni programmatiche. Insomma Durigon, che già è formalmente uno dei vicesegretari, non solo ha portato qualche pullman di militanti laziali sullo storico pratone di Pontida (operazione di per sé straordinaria), ma ha promesso al segretario di cercare con lui una nuova constituency per la Lega post-congresso.
Di Durigon tutti a Roma conoscono la parlantina e la capacità di mediare, tutti ricordano come Quota 100 per le pensioni sia stata frutto delle sue simulazioni previdenziali e tutti sanno che è il politico di riferimento delle piccole organizzazioni datoriali e sindacali. Insomma è il pivot dei contratti-pirata ma quando ha cercato, in occasione dei decreti del Primo maggio, di condizionare addirittura Giorgia Meloni ha finito per prendersi una legnata che la metà basta. Ma – ed è la domanda più intrigante – di cosa vivrà la nuova Lega pontina che nascerà dal congresso? Potrà solo pensare di lucrare consensi promettendo di ridurre l’età pensionabile a tutti? Potrà scommettere sui soli voti che le Conf-qualcosa si faranno in quattro per portargli a casa? Per le cose che sappiamo oggi, e senza interpellare sociologi, sembra molto difficile. La fine che la Lega pontina rischia di fare è simile a una sottiletta schiacciata tra l’avanzata del generale Vannacci e il frenetico recupero a destra di Giorgia Meloni. Che vede anche spazi al nord e ha preso a frequentare fabbriche come fossero delle gite fuori porta, da quelle del riso a quelle delle armi (Beretta). Insomma, si capisce dove i consensi leghisti sono terreno di caccia altrui, non si capisce in quale luogo i salviniani e i durigoniani possano vestirsi da cacciatori.