Politica
oltre Pontida •
La bussola della Lega senza più Nord
Il patto col diavolo populista, lo spostamento a destra, il federalismo e l’autogoverno spariti dall’agenda. Salvini ha rinunciato anche all’agibilità politica di Bossi. E ora che ha abbandonato il Nord, la Lega è solo un altro partito romano

Matteo Salvini a Pontida (foto LaPresse)
Un fantasma si aggira per Pontida: è lo spettro del Nord. Assente dall’iconografia, scomparso dai discorsi, escluso dalle strategie. Persino Massimiliano Romeo, considerato uno dei capi dei ribelli, ha citato il federalismo tardi e di sfuggita: il suo intervento si è concluso con “viva la Lega, viva la Lega Lombarda” – niente (Lega) Nord, niente Padania indipendente.
Gli astri avevano concesso un immenso potenziale emozionale su cui fare leva: 85 anni dalla nascita di Umberto Bossi (19 settembre 1941) e sei mesi dalla morte (19 marzo 2026); 25 anni dalla scomparsa dell’ideologo del federalismo Gianfranco Miglio (10 agosto 2001); 80 anni dalla nascita di Gilberto Oneto, l’inventore della Padania (nato nel 1946 e morto nel 2015); e soprattutto, trent’anni dalla dichiarazione di indipendenza della Padania (15 settembre 1996), che pochi oratori hanno ricordato e in alcuni casi con un po’ di imbarazzo. Il ministro Roberto Calderoli, che invece ne ha rivendicato la memoria assieme a un ricordo commosso del Senatùr, ha notato con amarezza: “E’ inutile gridare il nome di Bossi: ieri, a piantare un ulivo in sua memoria, eravamo in quattro”. Eppure, anche lui, come tutti, come la fronda nordista, come Matteo Salvini stesso, ha fatto un appello all’unità. Certo, disinnescare la conflittualità interna è una delle regole basilari di qualunque comunità. Ma può esserci unità in un movimento terrorizzato dai sondaggi che vanno a picco? Non è la prima volta che ciò accade nella storia del Carroccio: nel 2001 non raggiunse il 4 per cento, e quando Matteo Salvini ne prese le redini nel 2013 la situazione era altrettanto grave. L’attuale segretario seppe restituirgli vitalità e portarlo al record storico del 34,3 per cento delle elezioni europee nel 2019. Solo che tale risultato non fu una rinascita: fu, semmai, un patto col diavolo. Anticipando, con grande abilità, il nuovo scenario politico, Salvini si mosse verso quella che sarebbe diventata la destra populista. Per farlo dovette compiere due scelte fondamentali: rinunciare all’identità autonomista e perseguire l’obiettivo di un’espansione territoriale fino a fare della Lega un partito non solo nazionale ma fondato su una narrativa nazionalista. Diede così inizio al processo di metamorfosi di cui si vedono ora le convulsioni.
Inizialmente, non erano chiari né il senso dell’operazione né il suo esito (forse neppure a Salvini). Del resto, le battaglie che si intestò non erano nuove: storicamente, la Lega si era spesso schierata contro l’immigrazione irregolare, contro la deriva burocratica dell’Unione europea e per la sicurezza. Nemmeno il tentativo di conquistare voti sotto la linea gotica era inedito: negli anni Novanta Bossi aveva tentato l’avventura della Lega Nord - Italia Federale, attraverso cui cercò di conquistare alla causa dell’autonomia anche gli elettori meridionali (senza successo e senza convinzione, va detto). Nessuno si stupì nell’osservare quella che poteva apparire come una radicalizzazione dei toni, legata anche a scelte tattiche. La vera sterzata non stava in ciò che la propaganda leghista diceva; stava in quello che aveva smesso di dire. Per Bossi, questi temi erano funzionali all’obiettivo più generale del federalismo. La sua lettura era che, dando più potere ai territori e ai loro rappresentanti, sindaci e presidenti di regione avrebbero avuto gli strumenti per risolvere i problemi che Roma non voleva o poteva affrontare. In tal modo, queste campagne contribuivano a rafforzare il senso di appartenenza a una medesima comunità ed erano del tutto coerenti col messaggio fondamentale della Lega, che si rivolgeva contemporaneamente al cuore, alla pancia e al portafoglio degli elettori.
La trasformazione dalla Lega Nord alla Lega Salvini ha fatto sparire il tema dell’autogoverno: quindi, l’immigrazione, l’Europa e la sicurezza hanno smesso di essere ancillari a un obiettivo più vasto e sono diventate un fine in sé. Lo slogan che ieri campeggiava dal palco di Pontida (tinto di un rosso cupo, senza traccia di verde Padania) era “non passa lo straniero”. Sarà un caso, ma che caso, se le parole a cui la Lega affida il suo messaggio sono tratte da un canto patriottico in cui lo “straniero” era quello stesso impero austro-ungarico di cui molti, nel lombardo-veneto, serbano nostalgia.
Al cambiamento valoriale fece seguito un altrettanto devastante ricambio dei dirigenti. Come Salvini, Bossi era padre padrone: stroncò carriere promettenti e promosse incapaci. Ma seguiva un principio inscalfibile: per arrivare alle stelle, bisognava aver cominciato dalle stalle. Ciò garantì alla Lega un’efficace cinghia di trasmissione tra la base e il vertice e tra i territori e la Capitale. Con Salvini, gran parte dei dirigenti è stata trapiantata da tradizioni culturali lontane dall’autonomismo: vale per Alberto Bagnai e Claudio Borghi, artefici della svolta anti euro; vale per Armando Siri, che ne ha orientato le proposte in campo fiscale e oggi, apparentemente, il luddismo sull’intelligenza artificiale; vale per Claudio Durigon, il regista dell’espansione al Sud; vale, più di tutti, per Roberto Vannacci, reclutato da generale e uscito da disertore.
Scollandosi dal Nord, la Lega si è spostata a destra: ha cambiato profilo politico e sono altri i volti che la rappresentano. Inizialmente la cosa ha funzionato, e col successo elettorale il disagio ideologico è stato compensato dall’abbondanza di posti. Poi, però, è arrivato qualcuno più credibile in quel campo: da un lato Fratelli d’Italia (che ormai fa da collettore dell’elettorato moderato anche nel Settentrione) e dall’altro Futuro nazionale (che non è nato in una birreria di Monaco degli anni Venti del Novecento, come ha detto con indubitabile efficacia retorica Riccardo Molinari, ma in Via Bellerio a Milano negli anni Venti del Duemila). Bossi poteva andare in televisione e prendere le distanze da “Roma-Polo e Roma-Ulivo” oppure avvicinarsi agli uni o agli altri, indifferentemente, perché inseriva ogni scelta all’interno del medesimo filo logico. Così, nel 1995 la Lega non ebbe problemi a farsi definire “una costola della sinistra” perché l’alleanza era funzionale a difendere il Nord contro il capitalismo relazionale berlusconiano. Pochi anni dopo, non faticò ad accreditarsi come pilastro del centrodestra per portare a casa la devolution (bocciata nel referendum costituzionale del 2006). Salvini ha rinunciato a tale agibilità politica: parla come un leader di destra e raccoglie i voti degli elettori di destra. Come ha scritto Roberto D’Alimonte, “il 4,1 per cento [del 2013] era fatto per il 90 per cento di elettori del Nord. Il 5,6 per cento stimato oggi è fatto da una metà circa di elettori nordisti e da una altra metà di elettori delle altre regioni”.
Per questo, i tentativi di accordi interni appaiono come pure alchimie di Palazzo. Salvini ha convocato un congresso straordinario a ottobre dove punta a blindare per alzata di mano la sua leadership: ironicamente, il risultato potrebbe arrivare attraverso una dinamica analoga al referendum sulla devolution, che passò al Nord ma fu respinto per i voti contrari del Centro-Sud. Ma se anche il segretario accettasse le richieste dei ribelli – una gestione più collegiale e una struttura interna federale – non cambierebbe granché nel profilo politico del movimento. Cosa succederebbe, infatti, se dovesse prendere posizione su un argomento in cui gli interessi della Padania sono contrapposti a quelli del Centro-Sud? Non è una domanda retorica, perché tale contrapposizione, a partire dai flussi tributari, sta precisamente all’origine del fenomeno leghista.
E’ facile rispondere: basta guardare all’esperienza recente. Per esempio, uscire dall’euro è difficilmente conciliabile con le esigenze dell’economia settentrionale, come hanno ripetutamente sostenuto i rappresentanti delle imprese. Ciò non ha impedito e non impedisce alla Lega di battersi contro la moneta unica. Persino quando l’anti-europeismo intercetta le richieste delle imprese, per esempio sul Green Deal, si tratta di una contingenza, non di una convergenza. Mentre la battaglia più iconica del segretario è il Ponte sullo Stretto, il sistema produttivo soffre per i prezzi energetici: proprio alla vigilia di Pontida, lo hanno ribadito l’assessore lombardo Guido Guidesi sul Sole 24 Ore e quello veneto Massimo Bitonci su ItalyPost. Se la Lega fosse davvero il sindacato del Nord, di questo si occuperebbe: invece, a parte le rodomontate sugli extraprofitti, non riesce a giocare una parte. Anzi: non vuole giocarla. Nelle ultime due legislature, il Carroccio è stato quasi ininterrottamente in maggioranza sostenendo tre governi diversi (Conte 1, Draghi, Meloni). In nessuno di essi ha espresso ministri o sottosegretari con deleghe rilevanti sull’energia, pur avendo al proprio interno persone competenti (come gli ex parlamentari Gianni Fava e Paolo Arrigoni, incomprensibilmente marginalizzati). Peggio ancora: a Pontida si è discusso di tutto tranne dell’accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sulla politica industriale, uno dei fatti politici più interessanti da trent’anni in una prospettiva nordista. Del resto, Durigon è stato chiarissimo nel suo intervento: citando sicurezza, riduzione dell’età pensionabile ed estensione della flat tax, ha detto che “l’obiettivo della prossima campagna elettorale sarà questo, su questo dobbiamo concentrarci, le altre sono solo storie”. Delle storie fa parte, evidentemente e necessariamente, anche il federalismo.
Nel corso di un incontro coi militanti pochi giorni fa, al governatore lombardo Fontana hanno chiesto cosa gli manchi del passato: “La cattiveria – ha risposto – all’epoca eravamo soli contro tutti ma facevamo paura. Oggi non facciamo paura a nessuno”. Porre la Questione Settentrionale equivaleva a mettere in discussione lo squilibrio fiscale tra le regioni più produttive e il resto del paese. Ora che ha abbandonato il Nord, la Lega è solo un altro partito romano.
