Politica
L'ANNIVERSARIO •
Cosa resta della Padania trent'anni dopo
Il 15 settembre del 1996 Bossi, in un eccesso inefficace, proclamava l’indipendenza a Venezia. Ma le ragioni economiche di quella rivolta, fisco e burocrazia, esistono ancora e si sono aggravate. Oggi tocca alle regioni interpretarle
15 SET 26

Leghisti il 15/09/1996 a Venezia per la dichiarazione d’indipendenza della Padania
Oggi, trent’anni fa, Umberto Bossi proclamava a Venezia che “la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana”. Si trattava del culmine di una manifestazione iniziata due giorni prima alle pendici del Monviso, che aveva portato circa un milione di persone a riunirsi lungo il corso del Po. Il messaggio che ne usciva era qualcosa di più di una mera prova di forza politica: era l’espressione di un sentimento pre-politico, che nasceva da problemi reali. La Lega li ha, per un periodo, saputi interpretare. Oggi sembra avere rinunciato a farlo. Cosa rimane di quell’esperienza?
Col senno di poi, se ne ricorda soprattutto la dimensione folkloristica: l’ampolla con l’acqua del Po, una dichiarazione di indipendenza scopiazzata da quella americana del 1776, l’immancabile militante con l’elmo e le corna e via discorrendo. Ma non era solo folklore. Bossi aveva capito che, per costruire un’identità, servivano dei simboli. Per questo il Senatùr si era appropriato del colore verde. A Venezia era stato presentato un governo della Padania. Pochi mesi dopo, la Lega aveva organizzato le elezioni per il Parlamento padano, a cui tra gli altri partecipò il radicale Benedetto Della Vedova. Poi vennero le Camicie Verdi. La cosa finì per scappare di mano: l’8 maggio 1997, i Serenissimi portarono il loro tanko in Piazza San Marco a Venezia. Furono subito arrestati, ma la Lega – più per la spinta dei militanti che per volontà del capo – si strinse attorno a loro (inclusa una grande manifestazione fuori dal carcere di Modena dove erano detenuti).
Fu proprio la forza di quei simboli a scatenare la reazione di chi, all’opposto, vi vedeva un momento eversivo. Forza Italia e Alleanza Nazionale organizzarono contromanifestazioni. Il centrosinistra riscoprì la Patria e la Nazione, con le maiuscole d’ordinanza. Giorgio Napolitano, all’epoca ministro dell’Interno del primo governo Prodi, non nascose i suoi timori. Addirittura, il 18 settembre 1996 la Digos fece irruzione nella sede di Via Bellerio, perquisendo illegalmente l’ufficio di Roberto Maroni e ferendolo. Secondo i sondaggi, una robusta minoranza dei cittadini settentrionali – tra il 20 e il 25 per cento – appoggiava apertamente l’indipendenza. Un altro 50 per cento, pur non credendo utile o necessaria la rottura dell’unità nazionale, chiedeva forme spinte di federalismo e autonomia.
E’ proprio questo l’aspetto che restituisce all’anniversario odierno un’importanza che trascende le limitate conseguenze della breve stagione secessionista della Lega. Le cause che produssero quella sollevazione non sono state affrontate né tantomeno rimosse. Diversamente da altre “piccole patrie”, la Padania – pur avendo alcuni tratti culturali comuni – non era un prodotto della storia; era principalmente un prodotto dell’economia. Da un lato, il Nord si sentiva ingiustamente sfruttato dal punto di vista fiscale: dati recenti sul cosiddetto residuo fiscale non sono disponibili, ma secondo le ultime stime della Banca d’Italia, nel 2019 la differenza tra quanto le regioni del centro-nord versavano in tasse e ciò che ricevevano in cambio ammontava a 95,9 miliardi di euro, mentre Sud e isole erano in attivo per 64,2 miliardi. Dall’altro lato, l’Italia imponeva una seconda e meno evidente tassa, dovuta all’inefficienza dei servizi pubblici e alla proliferazione di regole contraddittorie. Secondo una stima di Confesercenti, gli oneri burocratici infliggono alle piccole e medie imprese un costo pari al 3 per cento del fatturato; se avessimo leggi scritte meglio, dice un lavoro degli economisti Tommaso Giommoni, Luigi Guiso, Claudio Michelacci e Massimo Morelli, il pil italiano sarebbe più alto di 5 punti.
Di fronte a questi dati, è difficile negare che la Lega stesse cogliendo un problema reale. La strategia di Bossi nel 1996 fu estrema e, in ultima analisi, scarsamente efficace: ma intanto il problema, invece di risolversi, si è aggravato. Sono intervenuti almeno tre grandi mutamenti: uno istituzionale, uno economico e uno politico. La differenza istituzionale è che il vento degli anni Novanta ha portato qualche riforma; sfortunatamente, il risultato è deludente. L’intervento più ampio è stato, nel 2001, la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra, da cui derivano gli attuali progetti di autonomia differenziata. Nei fatti, ha creato confusione su alcune competenze senza realmente rivedere l’equilibrio dei poteri e, soprattutto, senza rendere fiscalmente responsabili le regioni.
La Padania – pur avendo alcuni tratti culturali comuni – era un prodotto dell’economia e non della storia
Ma c’è un cambiamento ancora più importante. Nella seconda metà degli anni Novanta, l’Unione europea stava muovendo i primi passi verso la sua forma attuale. Questo fenomeno si prestava a diverse letture. All’interno della Lega – e intorno a essa, in un fermento culturale che non si è più ripetuto, né lì, né altrove – si confrontavano due prospettive: secondo gli uni, l’integrazione europea rappresentava un’opportunità, non solo per la caduta delle barriere commerciali, ma anche perché offriva una cornice di stabilità in cui sarebbe stato possibile inserire le rivendicazioni autonomiste (era la stessa strategia degli indipendentisti catalani). I “leghisti liberali” erano critici con la burocratizzazione dell’Unione, ma ritenevano strategica la creazione del mercato interno. All’estremo opposto c’erano invece militanti e intellettuali radicalmente anti europeisti, che, in quanto nazionalisti, erano ostili al mercato. Per un certo periodo, il progresso dell’Ue ha effettivamente dato ossigeno economico al Nord, come vedremo tra poco. Ma, politicamente, all’interno della Lega, ha prevalso questa seconda prospettiva. Di conseguenza, la battaglia culturale (“Prima gli italiani”) ha preso il sopravvento su quella economica (“Più lontani da Roma, più vicini all’Europa”) e la migrazione politica verso destra ha soppiantato l’appartenenza geografica al Nord.
Nel frattempo, anche l’economia globale si stava modificando. La globalizzazione e la fine delle svalutazioni competitive avevano innescato un processo di “distruzione creatrice”, che ebbe proprio nel Nord il suo epicentro. Molte imprese fallirono; molte altre investirono e innovarono conquistando così sempre più terreno sui mercati esteri: oggi l’economia italiana si regge su una fetta di imprese esportatrici, in gran parte settentrionali. La Lombardia genera da sola oltre un quarto dell’export nazionale; se consideriamo anche Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria arriviamo a quasi i due terzi del totale. Tale straordinario sviluppo è frutto di una progressiva specializzazione produttiva e dello spostamento verso segmenti di mercato ad alta specificità innovativa. Ma la nuova realtà e la più agguerrita competizione globale rendono ancora più insostenibile una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, in presenza di servizi spesso inefficienti, perché limita la capacità delle imprese di reagire agli choc. Secondo un’elaborazione di Itinerari Previdenziali, per esempio, il Nord, col 46,5 per cento della popolazione, versa il 56,7 per cento dell’Irpef. La stessa Ue, soprattutto dopo il Covid, ha progressivamente accentuato la propria produzione normativa, perseguendo al contempo finalità di trasformazione economica (e non più di mera integrazione). Sicché, l’iper-regolamentazione di Bruxelles, l’inefficienza italiana e l’elevata tassazione si amplificano a vicenda.
Così, anche politicamente tutto è cambiato. La Lega ha perso il suo primato e il partito più votato al Nord è Fratelli d’Italia, che adesso reclama la presidenza della Regione Lombardia. Del resto, questo rovesciamento è anche la conseguenza della ridefinizione della mission leghista: Via Bellerio ha abbandonato l’ambizione di agire da sindacato territoriale. Che adesso si torni a parlare di questione settentrionale appare dunque strumentale al posizionamento interno. Come ha notato Gianna Gancia, ben poche voci si sono levate quando i totem dell’epoca bossiana venivano abbattuti uno dopo l’altro: la Lega non è più “Nord” e tanto meno “per l’indipendenza della Padania”; il Sole delle Alpi è scomparso dal simbolo e dalle bandiere; persino il verde è stato soppiantato da un cromatismo molto più truce. Riannodare oggi quel filo è difficilissimo.
La Lega ha cessato di interpretare una domanda reale, ma ciò non rende quella domanda meno reale
Ciò nonostante, le ragioni di insofferenza del Nord negli anni Novanta si sono ingigantite. La crisi della globalizzazione e la deriva regolatoria dell’Ue rendono ancora più determinante il ruolo delle regioni. Qualcuno comincia ad accorgersene: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Liguria hanno stretto un accordo sulla politica industriale, riconoscendo di avere esigenze condivise (Guido Fanti, primo presidente dell’Emilia-Romagna, lo diceva già negli anni Settanta, quando per primo utilizzò il termine Padania con un significato politico). Ma, per parafrasare il Sommo Poeta, è uno slancio generoso senza un sogno matto: è il massimo che si possa fare nell’attuale quadro istituzionale, ma manca completamente di quella prospettiva politica ampia che, trent’anni fa, seppe trasformare una rivendicazione economica in una mobilitazione di massa. E’ significativo, a tal proposito, che il principale quotidiano economico-finanziario del paese, nonché organo di Confindustria, non abbia trovato lo spazio per parlare dell’iniziativa.
Per motivi diversi da allora, la dimensione regionale o macro-regionale è nuovamente in grado di intercettare un bisogno diffuso e tradurlo in una proposta politica. Il trionfo dell’estrema destra dice che gli elettori non si fidano di delegare più potere a Bruxelles (anche perché delusi dal modo in cui tale potere è stato esercitato finora). Ma l’estrema destra, da AfD al generale Vannacci, appare incapace di offrire una risposta coerente e fondata sul piano economico perché non riesce a emanciparsi dalla dimensione nazionale (e quindi dalla naturale ostilità a qualunque esperimento europeo). Viceversa, un nuovo protagonismo delle regioni può esprimere una nuova vitalità e trovare un punto di equilibrio con l’Europa. Come scriveva profeticamente Gianfranco Miglio, lo Stato nazionale appare tremendamente inadeguato a bilanciare le esigenze del territorio con le sfide globali: per disegnare un nuovo equilibrio dei poteri serve una dimensione intermedia, come appunto quella macro-regionale, sufficientemente vicina agli elettori ma anche abbastanza grande da poter giocare un ruolo in un contesto più ampio. Il coordinamento appena annunciato è il massimo che si possa fare a regole date; ma è anche, chiaramente, inadeguato alla sfida.
Ecco perché la lezione del 15 settembre 1996 non solo non va perduta, ma merita di essere recuperata. Quella manifestazione fu qualcosa di più dell’iniziativa di un partito; per questo sarebbe uno spreco se diventasse il mero pretesto dello scontro interno che si consumerà a Pontida il prossimo 20 settembre. L’ideologo della fase secessionista della Lega, Gilberto Oneto, scrisse nel 1997 un libro intitolato “L’invenzione della Padania” (che torna adesso in libreria, arricchito di nuovi contributi, grazie all’associazione che ne preserva la memoria). Il termine “invenzione” alludeva al suo doppio significato: quello corrente, di costruire qualcosa che non esiste, e quello etimologico, di ritrovare qualcosa che invece esiste già. La Lega ha cessato di interpretare politicamente una domanda reale, ma ciò non rende quella domanda meno reale. La rende soltanto più difficile da vedere.