Politica
tax the rich •
"Una cosa di sinistra" (e lotta di classe). Il libro del dem Lorenzo Pacini
La tassazione dei ricchi è l'obiettivo del militante del Partito democratico che punta sul "socialismo municipale": "Sono di sinistra perché credo nel benessere dei molti contro il privilegio dei pochi", scrive nel primo capitolo. Un manifesto per la candidatura a sindaco di Milano
19 SET 26

Foto LaPresse
Non inganni la presentazione dall’aria istituzionale, il 29 settembre, “in” Feltrinelli Duomo, come si dice a Milano, né l’editore progressista (Ponte alle Grazie) ma con piedi piantati in una grande holding (Mauri Spagnol) dalle solide radici non ultra-proletarie. Nessun inganno: “Una cosa di sinistra - come far tornare alla politica chi non ci crede più”, il libro del trentenne Lorenzo Pacini, assessore dem al primo Municipio nella capitale lombarda e da tempo autocandidato a sindaco per il centrosinistra in vista delle futuribili primarie, è proprio quello che dice di essere. Una cosa di sinistra, ma di sinistra-sinistra, talmente di sinistra che qualsiasi Varoufakis impallidirebbe, e fin dalla frase in esergo: “Dedicato a chi non si arrende, a chi non crede nella vana speranza, ma solo nella felicità collettiva”. Di più. Il libro è un manifesto con la M maiuscola, nel senso di Marx ed Engels che, attraverso i secoli, echeggiano come nota a piè di pagina, e in senso pratico: alla riga dieci, infatti, Pacini scrive quello che ha detto ai milanesi qualche mese fa, prima che dall’impero dei podcast uscisse il candidato ufficioso Mario Calabresi.
E dunque: “Ho scritto ‘Una Cosa di Sinistra’ per raccontare come sia necessario riportare al centro della politica le persone e i loro bisogni e come possiamo farlo ora a partire da Milano. Sono di sinistra perché credo nel benessere dei molti contro il privilegio dei pochi. E perché credo che il socialismo sarà sempre l’unica alternativa alla barbarie. Sono di sinistra perché credo si possa essere felici solo se lo sono tutti. Sono anche militante del Pd, e mi candido a diventare sindaco della mia città”. Ed ecco che il programma del candidato Pacini, anche nel frattempo intervistato su Vanity Fair, prende forma in purezza (altro che bollo auto), dopo un’estate trascorsa a distribuire angurie nei quartieri disagiati immersi nella canicola. E a Milano leggenda urbana vuole che l’assessore, all’arrivo di un settembre cocciutamente afoso, stupito per la sparizione prematura delle angurie dagli scaffali dei supermercati, si sia spinto a cercarle fuori dalla cintura urbana, mentre i più burloni tra i suoi seguaci facevano battute sul possibile complotto di qualche fan del consigliere regionale dem Piefrancesco Majorino, l’uomo che (in teoria) alle primarie doveva essere il primo iscritto. Che non abbiano visto arrivare Pacini, al Nazareno, o che preferiscano lasciare Milano ai milanesi, primarie comprese, fatto sta che il manifesto del candidato non lascia nulla al dubbio. Della serie: ridistribuire, ridistribuire, ridistribuire; tassare i ricchi, tassare i ricchi, tassare i ricchi. Il primo capitolo (“I miliardari non sono un modello, ma il nemico”) fa scuola: con qualche miliardario un po’ meno miliardario, è il concetto, si starebbe molto meglio, in questo scenario di ascensori sociali fermi e di sinistra che non parla di soldi (“La sinistra deve parlare di soldi”, si consiglia infatti al capitolo due).
Anzi: si starebbe meglio con qualche miliardario in meno, in città, visto che il miliardario, oggi, dice Pacini, non porta quasi mai investimenti, ma quasi sempre speculazione, falsando al rialzo il mercato immobiliare, per tacere delle criptovalute. Ne consegue che, per far ripartire l’ascensore sociale, bisogna “tornare alla lotta di classe” (se non ci si crede, si vada a leggere il capitolo quattro, “Lotta di classe intergenerazionale”). E non è tutto: la ricetta per una “rivoluzione a Milano” (e poi chissà), oltre ovviamente alla patrimoniale, prevede un “socialismo municipale” fatto di “mutualismo” diffuso (e proprio nella città del lusso), per risolvere la “vera unica emergenza, quella sociale” (non parlateci di sbarchi e maranza, è il concetto). Intanto, dice Pacini, oltre a iniziare a parlare di soldi, cari compagni aprite gli occhi: “Il nemico del popolo non arriva con lo yacht, ma con il jet privato”.