La legge elettorale passa anche al Senato. Ciriani: “La fiducia alla Camera? Ho perplessità”. Scontro su Schengen con Madrid

Via libera anche a Palazzo Madama, ora però il testo dovrà essere approvato in terza lettura a Montecitorio. E dubbi serpeggiano anche dentro Fratelli d'Italia. La strategia delle opposizioni che si affidano alla Corte costituzionale

16 SET 26
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La legge elettorale ha appena ricevuto il tanto agognato ok dal Senato, 113 sì, 71 no e due astenuti, le preferenze e l’alleanza di centrodestra hanno resistito a immani turbolenze. E allora un senatore di FdI si stravacca sui divanetti di Palazzo Madama, risponde al telefono: “Sì, l’abbiamo appena approvata, ma a me continua a sembrare una cagata...”. E’ questa la paura di Meloni, nelle ore in cui il governo spagnolo definisce “indecente e vergognosa” la proroga della sospensione di Schengen da parte di Roma. Che nonostante tutto, tornando alla Camera a fine mese, lo Stabilicum finisca impallinato lo stesso. Come dice un altro senatore di maggioranza, “è tutt’altro che finita”.
Chiariamolo subito: non è stata, quella di ieri al Senato, una giornata segnata da particolare pathos. L’approvazione della legge elettorale è avvenuta quasi in sordina, per gli standard cui ci ha abituato il Parlamento. Un rito stanco. Cartelli delle opposizioni con “no alla legge truffa”, alcuni interventi di maggioranza per rispedire al mittente le accuse di “non aver fatto una sola riforma in questi quattro anni”. Quasi che il pensiero fosse già rivolto altrove: a Montecitorio. Dove il centrodestra, lo ha fatto capire ieri il presidente della commissione Affari costituzionali Nazario Pagano, punta a incardinare il testo già da oggi. Con quali tempistiche? L’obiettivo è far partire la discussione generale in Aula a partire dal 28 settembre. E visto che il testo potrà essere emendato solo nelle parti in cui è stato modificato al Senato, a destra sono convinti di poter arrivare all’approvazione in tempi piuttosto rapidi, entro la prima settimana di ottobre. “Porre la fiducia? Lo decideremo a tempo debito. Io ho delle perplessità”, dice passeggiando in Transatlantico il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Gli sherpa (come faremo senza questo termine una volta che la legge elettorale sarà stata definitivamente archiviata?), i tecnici che hanno seguìto la partita per i diversi partiti, spiegano che quella della fiducia è una questione che non riguarda il contingentamento dei tempi. “Quello ci sarà comunque, visto che se scivoliamo a ottobre siamo in pre-sessione di bilancio”. Tutt’altro discorso è il risvolto pratico-politico. Perché se vuole evitare lo spauracchio del voto segreto, il governo dovrà porre la fiducia, cosa che non ha fatto durante la prima lettura alla Camera (dove il governo traballò dopo l’affossamento delle preferenze). Come spiega al Foglio il costituzionalista Salvatore Curreri, “il voto a scrutinio palese rimane per tutte le materie in cui il voto a scrutinio segreto non è prescritto. E nel caso della legge elettorale richiederlo è solo facoltativo”. C’è già un precedente che ha preso a circolare e che serve a tranquillizzare Meloni: quando nell’ottobre 2017 l’allora governo Gentiloni pose la questione di fiducia per l’approvazione del Rosatellum. “E’ chiaro che non potremmo essere accusati di operare una forzatura da coloro che quella forzatura se la intestarono”.
Questo sul fronte squisitamente parlamentare. Ma le principali apprensioni (forse ben più della crisi in corso con la Spagna su Schengen, rinfocalata dagli attacchi di ieri di Madrid), nell’approvazione dello Stabilicum, potrebbero forse arrivare una volta completato l’iter d’Aula. E cioè quando le opposizioni, come hanno annunciato, adiranno la via del ricorso costituzionale. I più avviati, su questo versante, sono Avs e +Europa, che hanno già dato mandato ai propri tecnici di studiare nel dettaglio la questione. Anche Elly Schlein e Giuseppe Conte vi ripongono buone chance, quantomeno perché un intervento della Consulta potrebbe allontanare lo svolgimento delle primarie. Un ulteriore ricorso lo sta preparando il costituzionalista Roberto Zaccaria, incaricato dal comitato vicino alla fondazione Demo, presieduta da Gianni Cuperlo. Uno dei nodi è la raccolta definita "spropositata" di firme, ma non solo. Sul fatto che un pronunciamento possa arrivare per tempo, prima di eventuali elezioni anticipate, però non tutti sono convinti. Usiamo Ivano Fossati: “Dicono che c’è un tempo per seminare/ E uno più lungo per aspettare/ Io dico che c’era un tempo sognato/ che bisognava sognare”. Anche per chi sogna il via libera definitivo o s’appiglia all’ultimo colpo di scena.