Ranucci alla festa di Avs, tra gli hamburger vegani assaggia la politica che dice di non volere

Arriva alla festa del partito, a Roma, tra i bambini che bevono GazaCola e le signore che si sventolano sotto un cielo abbagliante di settembre. Un uomo che per due mesi ha combattuto contro un direttore di rete si ritrova ora in cartellone contro Netanyahu e Bezos, il che, come promozione, non ha forse precedenti nella storia della televisione pubblica
10 SET 26
Immagine di Ranucci alla festa di Avs, tra gli hamburger vegani assaggia la politica che dice di non volere

(Foto Ansa)

"Non faccio politica e non mi candido, perché do più fastidio quando faccio il conduttore di Report”. Ma poi, di nuovo, dopo un po’, come l’altra sera alla Garbatella: “Li avete visti i sondaggi?”. Allude, si ritrae, avanza. L’antica liturgia vuole che il vescovo designato rifiuti la mitra, e che la rifiuti ad alta voce, dichiarandosi indegno, impreparato, troppo minuto per la sede che gli si sta apparecchiando sotto il naso. E allora eccolo l’onorevole Sigfrido, camicia scura aperta fino al più audace bottone, blue jeans, mezzo conduttore e mezzo tribuno, gigione ribelle (“le chat con le ragazze? tutte cazzate”), il candidato riluttante, deciso a non prendersi quello che nessuno gli ha ancora offerto. Arriva alla festa di Avs, a Roma, tra i bambini che bevono GazaCola e le signore che si sventolano sotto un cielo abbagliante di settembre, accolto da Angelo Bonelli, il leader dei Verdi – confessa un vecchio compagno: “Angelo vorrebbe candidarlo davvero, ma Fratoianni è contrario”.
I militanti di Avs gli chiedono autografi, una signora gli regala una spilla a forma di anguria, simbolo ProPal. Si avvicinano anche i cronisti, che sono l’unico corpo elettorale realmente mobilitato di questa serata, e gli chiedono ciò che tutti sono venuti a sentire. E lui risponde di “no” in quel modo particolarissimo che si impara da bambini e che consiste nel negare tenendo aperta la porta con il piede, sicché il “no” alla politica si allunga, si arrotonda, prende fiato, ammette una subordinata, e nella subordinata ricompare un dato del sondaggio Swg su Report divulgato da Enrico Mentana lunedì sera, che Ranucci trasforma in un indice della propria popolarità come capo del governo. “Il 63 per cento degli italiani, secondo Swg, mi considera credibile per guidare il paese”. Lo aveva già detto martedì, aggiungendo: “Ma questo Mentana non lo dice”. E Mentana non l’aveva detto, in effetti, perché quel numero non esiste. 
Nel sondaggio Swg, quel 63 per cento riguardava la qualità delle inchieste di Report, che è un complimento al programma, non al conduttore, e tantomeno al futuro premier. Il resto lo aggiunge Ranucci, con la mano leggera dell’inchiestista che sa dove guardare. Poi l’onorevole Sigfrido sale sul palco, e lì si misura la distanza percorsa da Report fino ad Avs. Perché fino a ieri l’avversario aveva un nome domestico e un ufficio al terzo piano, Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento Rai, colui che gli ha tolto la conduzione, e le controversie erano quelle di una qualunque azienda con troppi corridoi. Adesso il quadro si è allargato con una generosità che toglie il fiato, e si va da Gaza al genocidio, dalla colonizzazione americana ai tecno-oligarchi della Silicon Valley, e la massoneria si intreccia con Elon Musk, Daniele Capezzone e Google, in un unico grande disegno che il pubblico segue – gettando un occhio allo stand con gli hamburger vegani – con la devozione di chi sa che alla fine tutto torna. La mappa, i nodi che si toccano, il vicepresidente americano Vance e la riforma della giustizia in Italia.
Cambia soltanto la scala, giacché un uomo che per due mesi ha combattuto contro un direttore di rete si ritrova ora in cartellone contro Netanyahu e Bezos, il che, come promozione, non ha forse precedenti nella storia della televisione pubblica. Sono discorsi che una volta assaggiati forse non si lasciano più, e infatti Ranucci quasi li pronuncia con l’appetito di chi ha scoperto una cucina nuova tra le fumiganti pignatte della festa di Avs. Del giornalismo resta l’apparecchiatura. Il resto sembra già un tour elettorale. Dunque non si candida, e non si è candidato a Lamezia Terme, a Seriate, a Bassano del Grappa, a Erbusco, a Casalfiumanese, a Lecce, a Trieste, e continuerà a non candidarsi in autunno a Bologna, a Ferrara, a Salerno, a Mestre. In Italia le liste si chiudono in una settimana. Un rifiuto ben condotto, invece, può durare una stagione teatrale intera, e questa ha già le date fissate fino all’inverno. E dire che l’unico ad averlo capito, in questo paese di ciechi, era Valter Lavitola, il quale ordinò il sondaggio sulla popolarità con largo anticipo e a proprie spese, come si prenota il tavolo buono per una cena che si terrà nel 2027. Fu preso per faccendiere alle vongole sgusciate. Era un talent scout.