Libertà, o quantomeno i domiciliari, per Lavitola

Già fu arrestato con un mese di ritardo. Ora, dopo la confessione, non serve tenerlo in carcere un giorno in più

8 SET 26
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Circa un mese fa, il Foglio è stato il primo giornale a chiedere le misure cautelari nei confronti di Valter Lavitola: si trattava del primo caso della storia di un indagato per strage con metodo mafioso a piede libero.
Il trattamento anomalo riservato dalla procura di Roma nei confronti dell’amico di Sigfrido Ranucci, vittima della “bomba d’amore”, non aveva alcuna logica visto che Lavitola era stato fermato mentre stava per prendere un volo per l’Africa per raggiungere il suo complice Clesio Gomes Tavares e visto che, attraverso le sue continue interviste, Lavitola stava condizionando altre persone (tra cui lo Ranucci) e depistando le indagini. Pericolo di fuga e di inquinamento delle prove, quindi. Ora quelle esigenze cautelari non ci sono più, o quantomeno non sono più così forti. 
Subito dopo l’arresto, avvenuto il 10 agosto con oltre un mese di ritardo rispetto alla perquisizione del 4 luglio, Lavitola ha confessato nell’interrogatorio di garanzia di aver commissionato l’azione contro Ranucci “per il suo bene, per consentirgli di ottenere un livello di scorta maggiore”: un attentato finto per salvarlo da uno vero. La Gip, con la condivisione della procura, ha respinto la richiesta dei domiciliari perché le dichiarazioni di Lavitola sono state ritenute “fumose, assolutamente generiche e prive qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro”. Ieri Lavitola ha confermato, arricchendola, la stessa versione ai giudici del Riesame: l’attentato era per proteggere Ranucci da un attentato.
Il tema, però, non è se il movente sia “verosimile”, ma se permangono le esigenze cautelari: Lavitola ha confessato e finirebbe ai domiciliari in Basilicata, con divieto di comunicazione, da dove non può fuggire né inquinare le prove. La detenzione in carcere non è una misura che serve a estorcere una confessione né una pena anticipata per un reo confesso. Se la procura ha sbagliato (e rischiato) a chiedere l’arresto di Lavitola con un mese di ritardo, ora i giudici non farebbero una cosa giusta a tenerlo in carcere per un giorno in più.