Il caso
Lavitola, indagato a piede libero per la bomba a Ranucci, parla con tutti tranne che con i pm
C’è una sproporzione enorme tra l’accusa di strage mafiosa e il trattamento di riguardo riservato al sospettato. Perché la procura non ha chiesto le misure cautelari? Una pista per capire i rischi di un ricatto
16 LUG 26

Dopo la bomba, il depistaggio. Ne sono convinti, secondo quanto riportano le cronache, gli inquirenti della procura di Roma che stanno acquisendo le numerose interviste di Valter Lavitola rilasciate quotidianamente a giornali e tv: il presunto mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci starebbe, attraverso le sue dichiarazioni pubbliche, tentando di condizionare e deviare il corso delle indagini. E’ un’altra anomalia di questa inchiesta, che però è figlia di un’altra anomalia più grande: la mancata adozione di misure cautelari nei confronti di Lavitola. C’è una sproporzione enorme tra il capo d’imputazione e il trattamento di riguardo riservato all’indagato. Un unicum nella storia repubblicana per un’inchiesta su una strage aggravata dal metodo mafioso. Astraiamoci dal caso specifico.
Era possibile immaginare, prima del caso Lavitola-Ranucci, che la persona indagata per essere il mandante di un commando che ha messo una bomba ai danni di un personaggio di rilevo nazionale fosse lasciata libera durante la perquisizione di parlare con la vittima? E che poi fosse lasciato libero, nei giorni successivi, di comunicare con il suo factotum, nel frattempo allontanatosi in un paese esotico, indagato per aver ingaggiato il commando terroristico-mafioso?
E che poi fosse lasciato a piede libero, e soprattutto a bocca libera, in grado cioè di usare le interviste e i giornali per mandare messaggi trasversali ai presunti complici e alla vittima? A chiunque sarebbe sembrata una follia. Eppure è esattamente ciò che è accaduto, e sta accadendo, in questa surreale vicenda.
Durante la perquisizione, che tra l’altro prevedeva il sequestro dei telefoni cellulari, Lavitola ha telefonato a Ranucci e gli ha scritto dei messaggi. Poi ha parlato con il suo uomo di fiducia, Clesio Tavares Gomes, che secondo l’accusa ha messo a disposizione l’auto agli esecutori materiali dell’attentato e che dopo la bomba se n’è andato in Camerun. E questo sebbene, secondo gli inquirenti, Lavitola sia “il soggetto dal quale dipende il ritorno in Italia” di Gomes. In sostanza, da oltre una settimana Lavitola parla con tutti. Tranne che con i pm.
Lavitola ha scelto di non rispondere alle domande dei magistrati, ma di rispondere a quelle dei giornalisti continuando a comunicare a distanza con presunti complici e vittima a cui, tra l’altro, ha fatto una promessa: “Se questo stronzo dice anche di avere un minimo dubbio sul fatto che possa essere stato io, vado lì dove si trova e gli sputo in faccia” (che è sempre meglio della nitroglicerina sotto l’auto). Al contempo Lavitola dice, sempre attraverso i media, che Ranucci è “come un fratello” e che Gomes è “come un figlio”, mentre quello dal Camerun conferma rispondendo che Lavitola è “come un padre”.
In questa situazione surreale, non è in discussione la legittima strategia difensiva e comunicativa di Lavitola, che si ritiene innocente. Ma degli inquirenti che lo ritengono il possibile mandante. Com’è possibile che non abbiano ancora chiesto delle misure cautelari? Se non il carcere, misura generalmente chiesta per i reati di stampo mafioso, quantomeno i domiciliari per impedire la comunicazione con l’esterno, dai possibili complici alla vittima. D’altronde è anche singolare che i quattro accusati di aver messo l’ordigno esplosivo davanti alla casa di Ranucci siano agli arresti, mentre il loro presunto mandante no.
La scelta degli inquirenti può avere una giustificazione tecnica, che però regge sempre meno. L’indagine subisce un’accelerazione, dopo una nota informativa della polizia giudiziaria del 4 luglio, anche perché gli inquirenti si rendono conto che Lavitola aveva comprato un biglietto e fatto le valigie per raggiungere il socio Gomes in Camerun. E’ quindi possibile che la procura non avesse ancora gravi indizi di colpevolezza sufficienti a chiedere le misure cautelari, ma che appunto li cercasse attraverso la perquisizione prima che il sospettato si rendesse irreperibile. Cosa, peraltro, tutt’altro che improbabile visto che già nel 2011 Lavitola si era reso latitante in America Latina nell’ambito delle inchieste sulle escort ai tempi di Berlusconi.
Già questo elemento, però, il pericolo di fuga, è esattamente una delle esigenze che giustificano le misure cautelari. L’altra è il pericolo di inquinamento probatorio, che ora viene denunciata attraverso i giornali dalla procura: Lavitola starebbe usando la sua libertà per condizionare se non addirittura depistare le indagini. In questo contesto c’è un altro tema rilevante, che è il rapporto con la vittima. Escludendo a priori l’ipotesi, evocata dallo stesso Lavitola in un messaggio a Ranucci, di un accordo tra i due per un finto attentato, Ranucci ora rischia di essere due volte vittima: prima della bomba e ora del ricatto. La reputazione del conduttore di Report è ora infatti nelle mani, o meglio nella bocca, del suo presunto attentatore: qualsiasi dichiarazione di Lavitola, vera o falsa che sia, può avere un effetto devastante sulla vita personale e professionale di Ranucci. Per certi versi peggiore dell’ordigno esplosivo. E neppure questa è un’ipotesi astratta, ma è storia: Lavitola è stato condannato per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, di cui pure era un “amico”, per avergli chiesto svariati milioni di euro (mai ricevuti) in cambio del silenzio sul giro di escort.
E’ per certi versi la storia che si ripete. Berlusconi negava di essere stato estorto da Lavitola e ora Ranucci si dice convinto che Lavitola non avrebbe mai fatto del male a lui e alla sua famiglia. Sia Berlusconi sia Ranucci difendono finché possono l’amico Valter, non si sa se perché riconoscenti o perché ricattati dal vero o dal falso. La differenza è che nel primo caso Lavitola poteva inquinare i pozzi da latitante per reati minori a Panama, stavolta lo fa da indagato a piede libero in Italia per strage mafiosa: allora c’era un mandato d’arresto, ora no. Il problema della procura di Roma è che Lavitola parli con chiunque dell’inchiesta, ma il problema dell’inchiesta è che Lavitola sia lasciato libero dalla procura di Roma di parlare con chiunque.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
