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il caos in fn •
Ecco le purghe vannacciane: Sforzini cacciato da Fn. Lavarini: "Usava il generale per farsi pubblicità"
"La sua espulsione era inevitabile, ha dato informazioni al nemico, cioè a voi giornalisti. E poi il suo centro studi non aveva niente a che fare con Vannacci". Parla il "barone nero", mentre il leader di Fn tace

Foto Lapresse
Ecco le purghe vannacciane. "La direzione disciplinare nazionale di Fn ha deliberato l’espulsione dell’iscritto Luca Sforzini, a seguito delle sue ripetute sortite sulla stampa e sui social network foriere di attacchi ad altri iscritti del partito e di descrizioni del movimento del tutto infondate". È questa la sorte decisa da Futuro nazionale in merito alI'imprenditore e direttore del Centro studi Rinascimento nazionale, considerato il Think tank del partito, con cui negli ultimi giorni i rapporti si erano piuttosto raffreddati. "Se qualcuno pensa di utilizzare Futuro Nazionale per le proprie ambizioni personali volte a saziare appetiti antichi che si prestano alle mire di chi vuole avvelenare e soffocare il partito dall’interno deve sapere che qui ci sono degli anticorpi talmente forti da bloccare qualsiasi tentativo di sabotaggio”, fanno sapere i fedelissimi al generale.
Il “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, volto noto del mondo neofascista milanese, festeggia più degli altri. "La sua espulsione era inevitabile, e anche la mia sollecitazione ha influenzato la scelta legittima e giusta dai vertici nazionali", dice al Foglio. Alla base della purga non ci sarebbero motivazioni ideologico, ma di comportamento. "All'interno di un grande e moderno partito come Fn è legittimo ci sia anche una quota moderata. Ma non puoi diffondere chat private e fornire informazioni al nemico, cioè ai giornalisti". Proprio in quelle chat, lo avevamo scritto qui, era divampata una discussione a tema fascismo: Sforzini premeva affinché il partito smettesse di sembrare nostalgico del Ventennio, Lavarini minimizzava, per poi beccarsi dall'imprenditore l'appellativo di "nazista autentico". "Me ne frego. Per me è come pioggia che mi bagna", risponde oggi il barone. "Siamo nel 2026, sono passati 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, siamo in un altro millennio. Certo – puntualizza – non tradisco le mie radici culturali, la mia militanza nel Movimento sociale italiano e nella destra sociale italiana. Ma Sforzini, da massone e repubblicano, ha altre tradizioni". Ma il barone ha altri sassolini da togliersi. "In Futuro nazionale Sforzini contava poco o nulla, si vantava di parlare tutti i giorni col generale, ma non ci parlava mai!. E il suo centro studi, inoltre non era legato a Futuro nazionale. Anzi, non esiste, non si è mai riunito, la meta di quelli citati sul sito internet avevano già chiesto di essere rimossi, e non ha mai avuto niente a che fare col generale". Ha sfruttato il nome di Vannacci per fare pubblicità al suo centro studi? "Certamente sì – dice –. E poi ha iniziato ad attaccarlo probabilmente per cercare di presentarsi come vannacciano buono e liberale per cercare di candidarsi in qualche altra lista del centrodestra, ma non mi meraviglierei, anche col Pd, con Renzi o con Calenda".
Dal canto suo, Sforzini si difende. "Non ho mai lavorato per distruggere Futuro nazionale dall'interno. Non rinnego una sola parola di ciò che ho detto e scritto in queste settimane", ha affermato, attaccando anche il generale: "Evidentemente a Vannacci i grilli parlanti non piacciono e le cornacchie nere, che si sono ormai impossessate della gestione del partito, amano lanciarli contro il muro. Stiano serene le cornacchie nere – ha aggiunto – continuerò a far politica e a promuovere riflessioni e iniziative col mio Centro Studi Rinascimento Nazionale, aperte a tutte quelle forze politiche disponibili al confronto e al dialogo".
Fatta fuori l'anima liberale di Futuro nazionale, Lavarini potrebbe finalmente iscriversi al partito. "Stiamo dialogando", risponde il barone, che dice di stare ragionando su come dare il suo contributo. Nel frattempo, dopo le dimissioni di Luca Belotti, già sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali nel governo Berlusconi IV, un'altra grossa lotta intestina si consuma dentro il partito. Nel silenzio del generale.


