E la destra inciampò sulla cultura

Come s’è arenata la controffensiva. Il woke all’italiana e la mistica dell’antifascismo. Perché l’egemonia culturale non è una cosa buona finita nelle mani sbagliate ma è un’idea sbagliata in sé

31 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 12:49
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Foto di Filippo Attili per Palazzo Chigi via LaPresse

"Il governo più stabile, l’Italia più forte". Così sta scritto sullo striscione al porto di Bari, dove lo stato maggiore di Fratelli d’Italia si raduna venerdì per festeggiare il record di longevità – si superano i fatidici millequattrocentododici giorni del Berlusconi II, si raggiunge il primato più italiano che ci sia: restare aggrappati a Palazzo Chigi. Longevità è parola che fa pensare magari alle tartarughe delle Galápagos, ai pini contorti che campano cinquemila anni, a quelle lampadine accese per anni perché fanno poca luce – qui invece vuol dire azione, forza, quasi un superpotere. Intanto, tutto è pronto per queste nozze d’oro: palco, defilé di ministri, maxischermo, bandieroni, militanti in infradito, una specie di Atreju “summer camp”, magari con un “after” a Borgo Egnazia, già resort del G7. C’è però in questa festa un dettaglio che apre un mondo: la cerimonia della lunga durata doveva tenersi alla Fiera del Levante, simbolo della città, ma il palco era già prenotato e per questo si finisce al porto. Ma occupato da chi? Da un concertone di Caparezza: rapper di Molfetta, nostalgico di Rifondazione comunista, uno che si intristisce se vede qualcuno che si scatena con la sua Vieni a ballare in Puglia come un tormentone qualsiasi – mentre è “una denuncia sul caporalato, le morti sul lavoro, i veleni dell’Ilva” (ricordatevelo, la prossima volta che la ballate). Sarà un segno del destino? La fatidica egemonia culturale della sinistra – quella cosa lì, sempre in agguato – che si vendica, colpisce ancora, sabota perfino la festa della longevità?
Tra un record e l’altro, è infatti il momento di chiedersi dove sia finita tutta quella controffensiva culturale promessa quattro anni fa, quando tutti, anche la stampa estera, parlavano della fatidica “egemonia”. Che fine ha fatto tutto quel Gramsci? Nella lunga intervista al New York Times non c’è traccia del Grande Tema. Meloni parla di Trump e dei rapporti che si guastano, di migranti, di Papa Leone, dell’unità dell’Occidente. L’unica parola che sfiora il territorio è appunto “woke”, evocata già quasi con nostalgia. Niente più egemonia, niente riconquista dell’immaginario e altri highlights dell’ultima campagna elettorale, con la Grande Battaglia Culturale piazzata in cima al programma (e a ripensarci: che lusso sfoderare Gramsci ora che al centro dell’agenda Vannacci piazza la remigrazione, il patriarcato mediterraneo, l’ora di militare a scuola). Si prenda il woke. Si arriva a questo traguardo dopo schiumose baruffe su un bersaglio che – qualsiasi cosa fosse, e ormai nessuno è più sicuro di saperlo – forse spettava alla destra demolire. Invece no. Qui lo butta giù Giuseppe Conte con una lettera a Repubblica, non si sa se per fare un favore al nemico o ribadire che in fatto di idee, mode, dogmi culturali, tutto come al solito si decide a sinistra.
La bravata dell’egemonia andò avanti, come si ricorderà, per mesi e mesi: circoletti del cinema minacciati di restare senza quattrini, epiche tolkeniane, premi Atreju a pioggia, direttrici d’orchestra bionde e meloniane, foibe a Sanremo, romanzi dello Strega mai letti dal ministro (con grande ammirazione da parte nostra). Finché dai e dai si cominciò a inciampare: trappole, errori, malintesi, gaffe, scivoloni, faide tra correnti, valzer di sottosegretari. Piano piano il Grande Disegno si annebbiò. Ora che è tempo di record e bilanci, ora che si entra nel vivo della campagna elettorale, questa cosa dell’egemonia culturale merita allora una qualche riflessione, se siete in grado di sopportarla.

Burnout da egemonia

“Ribaltare l’egemonia culturale della sinistra” era la missione, il mandato ricevuto dagli elettori, e nulla sembrava poterlo impedire. Alla fine del 2022, armati di nomine, decreti, lunghi post su Instagram, dichiarazioni al Tg1, i nuovi conquistatori culturali avanzavano con l’entusiasmo dei neofiti, anche se tanto neofiti non erano. Si facevano largo al Collegio Romano, tra le leve del comando cultural-ministeriale, nei grandi ritrovi festivalieri, tra biennali, fondazioni, think tank, dichiarandosi da sempre gramsciani (Gramsci letto da destra non è una novità, ma la platealità dell’operazione apriva una nuova fase). A rimettere in fila proclami, dichiarazioni, osanna per le tante controegemonie della prima fase di governo viene fuori un remixone virale, ipnotico, con molto riverbero, tipo Io sono Giorgia, sono una madre ecc.., versione Gramsci. Scorrono immagini, come in un vecchio film: Ignazio La Russa, appena eletto presidente del Senato, che invoca “l’abbattimento delle casematte”, Sangiuliano, particolarmente scatenato, che reclama subito una targa per Gramsci alla clinica Quisisana (ma la clinica dice no), poi proclama Dante padre nostro della fiamma tricolore. 
Poi il pamphlet di Giuli (Gramsci è vivo), le convention di Fratelli d’Italia coi cartonati di Flaiano, Diabolik, Hannah Arendt; e gli Stati generali della cultura nazionale e altre adunate un po’ tetre e demodé, tra molte “linee programmatiche” e contrasti alla “cultura woke che ci arriva dai campus americani”, con un lessico però più holdeniano che gramsciano – cambiare narrazione, un’altra narrazione, nuove narrazioni per l’Italia. Intorno invece, tutto un negare, minimizzare: un’egemonia culturale della sinistra sempre “presunta”, “eventuale”, “supposta” – egemoni noi? Ma quando mai! “L’egemonia culturale della sinistra non è mai esistita”, spiegava a La7 Dacia Maraini. “Se c’è non l’ho mai vista”, replicavano scrollando le spalle scrittori e registi tra festival e saloni – “un’invenzione piagnona e paranoica della destra”; “sì, forse ai tempi del grande Pci, ma ora tutta un’egemonia del neoliberismo, signora mia”. Non c’era nessuna egemonia da abbattere perché l’egemonia – come il woke – non esisteva. Salvo poi ripetere sempre, come un mantra, che “a destra votano quelli che leggono poco e hanno studiato meno” – ultimo Bonaccini, ma è un grande classico, un refrain e una spettacolare, involontaria confessione di egemonia: più libri leggi, più titoli di studio accumuli, più diventi di sinistra.
Come dimenticare la mostra tolkeniana a Valle Giulia, Roma, prima tappa del Grande Disegno di ribaltamento. Mostra autocelebrativa, regolamento di conti, vendetta del fantasy al potere con un’inaugurazione roboante: tanti bodyguard e auto blu parcheggiate sotto viale Gramsci (guarda un po’), Meloni raggiante che tagliava il nastro, Sangiuliano commosso, “dopo tanti anni è finita l’egemonia culturale della sinistra” – altri, più cauti, “sta per crollare” (non si sa mai). I miei amici di sinistra, naturalmente senza dirlo troppo in giro, apprezzavano la nomina di Buttafuoco – “sta facendo un ottimo lavoro alla Biennale, che eleganza, che bravo, ti giuro non credevo…” – altri andavano di nascosto a vedersi la mostra sul Futurismo, subito messa sotto torchio da Report con la solita fuffa – “ma lo sai che non era mica brutta… anzi…”. Persino allo show tolkeniano tutto un andirivieni di personalità e celebrities e sottobosco romano, come alle presentazioni dei libri di Veltroni. Insomma, all’inizio le cose non andavano poi così male. Poi, uno dopo l’altro, arrivarono i casini. Una raffica di casini: le risse e le barricate per la legge sul cinema, l’affaire Boccia con virata da Gramsci a “Temptation Island”, il pastrocchio Beatrice Venezi – prima issata a La Fenice, poi accompagnata all’uscita – il gran casino della Biennale, italianissimo, questo sì, col duello Giuli-Buttafuoco a colpi di citazioni dal “Gattopardo”; poi quello di Regeni, inteso come documentario non finanziato dal ministero, dimenticando sicuramente qualcosa. La politica culturale, da sempre orpello per lo più insignificante di ogni governo, diventava la pietra d’inciampo di Palazzo Chigi. Il punto debole.
Arrivati a quel punto qualcuno iniziava a dubitare. Qualcuno sottovoce cominciava a domandarsi – ma ’stegemonia ce serve o non ce serve? Scriveva in quei giorni Alessandro Campi: “Pare che le sorti di questo governo, e quelle della stessa Repubblica, dipendano ormai da ciò che accade al ministero della Cultura, divenuto evidentemente un simbolo”. Ma simbolo di cosa? Mai in effetti si era litigato così tanto per un dicastero che tutti i governi della Prima Repubblica ritenevano minore (a questo je diamo ’a cultura – era la frase rituale nelle contrattazioni tra correnti e partiti giunti alle quarte o quinte file). Perciò un risultato, a dire il vero, la destra l’ha ottenuto: non si è mai parlato così tanto di cultura come da quando governa lei. I fondi al cinema, la Fenice, la Biennale, ogni nomina, ogni euro assegnato o negato, ogni bando ministeriale. Ci lamentiamo da sempre che la cultura in Italia non se la fila nessuno. Bastava mettere i fratelli d’Italia al Collegio Romano per riportarla in prima pagina, nel cuore degli italiani. Facile.

“Mi sono leggermente persa”

Interrogata sul groviglio della Biennale e la vicenda russa, Giorgia Meloni consegnava la battuta che vale l’intera stagione egemonica: “Confesso che in questa storia mi sono leggermente persa”. Massima solidarietà. Resta quello in effetti un capitolo emblematico. La vicenda è nota, non vale la pena tornarci su. Basta l’immagine con cui si è chiusa: il padiglione russo aperto tre giorni per restare sbarrato sei mesi, ma con le finestre spalancate – nessuno può entrare, da fuori si sbircia l’opera “reclusa”, ci si indigna per la censura, l’ambasciatore versa da bere. Una soluzione così perfettamente italiana da meritare un padiglione a sé. Su quella riammissione Pietrangelo Buttafuoco incassava anche l’endorsement di Luciano Canfora, nume tutelare della sinistra stalinista. Perché prima o poi finisce sempre così. Nel gran casino della Biennale viene infatti fuori la patria segreta dell’intellettuale italiano – di destra, di sinistra, di centro, governativo o dissidente, con la tonaca o il foulard, il papillon o la kefiah, la giacca sformata o il mantello, ma sempre con un po’ di anticapitalismo addosso e magari qualche smania di uscita dalla Nato.
Come si è detto e scritto allo sfinimento, di tutta questa bravata egemonica erano sbagliate le premesse. Non serve aver letto Gramsci per sapere che una qualche egemonia culturale si orchestra semmai prima della conquista del potere, non dopo, di sicuro mai durante, di certo non annunciandola al Tg1 – “E’ tempo di una nuova egemonia!” – così, per decreto, calata dall’alto, infilata nella finanziaria, invece che sedimentata nella lingua e nei miti nel corso di decenni. Quella cosa per cui “scrittore impegnato”, “pensiero critico”, “società civile”, “attivista” funzionano come sinonimi di “sinistra”, senza neanche bisogno di specificarlo. E’ insomma un lavorone di lungo periodo. Altro che festa della longevità!
Nella pratica poi, sappiamo tutti che non esiste una cosa come “l’egemonia culturale”. Non esiste nella concretezza dei nostri comportamenti, non esiste nell’epoca dei meme, dello scrolling, dell’AI – dove ognuno, semmai, è preda dell’egemonia di sé stesso, della sua bolla, del proprio algoritmo. Non esiste in quel modo disordinato, caotico, contraddittorio con cui le cose ci arrivano addosso ogni giorno: l’ultima canzone che ti si ficca in testa, il meme scemo che ti fa ridere, la serie che ti tiene incollato, il racconto letto su Substack. Diventare soldatini di un’ideologia che legge i libri giusti, guarda i film giusti e condanna tutto il resto, è una cosa che ha vita facile solo nelle teocrazie o nelle dittature o nelle autocrazie à la Putin. Ma il woke – direte voi? Non è forse la prova che un’egemonia culturale, oggi, si può ancora fabbricare? Ma il woke – ennesima onda lunga del ’68 aggiornata all’epoca della suscettibilità e delle transizioni di genere, solita tentazione intollerante da cui la sinistra si crede immune (e non si capisce perché) – racconta semmai il contrario: come le mode culturali funzionano finché restano linguaggio, sensibilità, aria del tempo, e cominciano a franare nel momento preciso in cui provano a farsi egemonia: norma, divieto, comitato, cartellino da esibire all’ingresso.

Più Cencelli meno Gramsci

In un paese molto anziano, con pochi laureati, dove un adulto su tre è analfabeta funzionale e se la passa male anche con Internet, la Rai scalda ancora i cuori più di algoritmi e minacciose intelligenze artificiali. Nell’America trumpiana il ribaltone culturale puntava su Harvard, Stanford, Columbia – lì dove girano soldi, si producono idee, pezzi di classe dirigente di domani – da noi il grosso della battaglia si è riversato su Viale Mazzini, lì dove il sogno proibito di un elettore di destra sarebbe stato forse lo smantellamento, la privatizzazione, certo non l’egemonia. Di tutte le Rai che abbiamo attraversato mancava in effetti solo quella di destra. La Rai degli eredi del Movimento Sociale: gli ultimi, i subalterni della lottizzazione. Ora il giro è completo. Terminale forse. La lamentazione sulla Rai di questi quattro anni – dall’arrembaggio di Pino Insegno alla cacciata di Ranucci – è diventata un totem della chiacchiera pubblica, un rosario che si recita a prescindere: non c’è più nessuno, non fanno mai niente, l’hanno occupata tutta; ormai se ne lamentano anche i nonni davanti al televisore, ci danno solo i pacchi, neanche Techetecheté è più quello di una volta.
Pare ci si sia accorti – anche qui solo grazie alla destra – che la Rai è un baraccone politico, un mammozzone ingestibile, uno stato nello stato la cui unica prospettiva di salvezza sarebbe lo sfoltimento radicale, lasciando il minimo indispensabile, la privatizzazione fin dove possibile. Ma come si dice: tutti sappiamo cosa andrebbe fatto, solo che non sappiamo come farci rieleggere dopo averlo fatto. Perciò magari il problema fosse TeleMeloni. La verità è che la Rai nasce così, avvinghiata allo stato, alla politica, e TeleMeloni non è la corruzione o l’autodistruzione di un corpo sano, ma l’ultimo giro di un sistema malato dalla nascita. L’unico modo di gestirlo non è l’egemonia: altro che Quaderni di Gramsci, il riferimento d’obbligo dovrebbe sempre essere il Manuale Cencelli. Tessera della Dc presa a diciassette dalle mani di De Gasperi, scomparso poche settimane fa, a novant’anni, Cencelli è stato un faro di pacificazione nazionale in un paese votato alla rissa permanente.
TeleMeloni non è la corruzione di un corpo sano, ma l’ultimo giro di un sistema malato dalla nascita. L’antifascismo, un antifurto tarato male: non scatta mai quando entrano i ladri (mai con Putin, mai con gli ayatollah), suona al minimo smottamento dello status quo
Il manuale era un prontuario matematico, la sezione aurea del consenso, un algoritmo – diremmo oggi. La cosa più liberale, più mite, più civile prodotta dalla politica italiana in quegli anni. Lo si evoca sempre con schifiltosità – “lottizzazione”, “spartizione”, “malcostume” – era invece l’esatto contrario: la pace perpetua di Kant, il trattato di Westfalia in salsa democristiana. Prendevi il peso di ciascuno – le tessere, le correnti, i voti, i dorotei e i fanfaniani e gli amici di Taviani, financo i più microscopici – e traducevi in frazioni. Uno virgola ottanta ministri a te, tre virgola ventiquattro sottosegretari a me. Aritmetica, non ideologia. E dov’è l’orrore, di grazia? Gramsci voleva le coscienze, a Cencelli bastava una percentuale. Gramsci voleva convincerti – che è sempre il primo passo verso il volerti correggere, prima di toglierti di torno se non ci si riesce. Cencelli provava solo a trovare la quadra. In un Paese plurale, diviso su tutto, fatto di tribù che non si convertiranno mai a vicenda, Cencelli è di gran lunga più utile di Gramsci e pure di Tolkien. Uno vuole vincere la guerra culturale, annientare il nemico. L’altro sa che non finirà mai, e si limita a spartire il bottino, senza troppi spargimenti di sangue.
Tanto più qui, dove si grida al fascismo anche se chiude “Rai Scuola”, canale 57 del digitale terrestre – che in pochi guardavano, in tanti non sapevano esistesse – ma se al suo posto metti un’antologia di borghi italiani (ma perché allora non il vecchio intervallo Rai, le pecore, le cartoline, la musica di Haendel?) diventa essenziale allo sviluppo della vita democratica: “Un attacco alla scienza, alla cultura, alla società civile”, mi è capitato di leggere. Una cosa che si prende una pagina su Repubblica, si intervistano collaboratori, si lanciano petizioni, presìdi, adunate, ed è subito “brigata Rai Scuola”, patrocinio Anpi.

L’antifurto antifascista

All’epoca del referendum sulla giustizia, un giornalino scolastico mi contattò chiedendo di spiegare, in parole semplici, le ragioni del Sì. Dovevo rispondere a delle domande, le risposte sarebbero uscite in uno specchietto, accanto alle ragioni del No, affidate a un consigliere comunale del Pd romano. Bello, facciamolo, ci mancherebbe. L’ultima domanda era: quali film consiglieresti a dei ragazzi, per farsi un’idea sul tema? Risposi con l’ovvio: In nome del popolo italiano, Detenuto in attesa di giudizio, poi la serie su Enzo Tortora che andava in quei giorni. Banale, didascalico, lo so. Sapete invece cosa aveva scelto il mio avversario, paladino del No? C’è ancora domani e un documentario sul golpe di Pinochet: emergenza democratica, patriarcato, colonnelli, fascismo e colpo di stato. Lo capite anche voi: non è una gara che si può vincere. L’avversario gioca in un altro campo. Io avevo in mente una riforma della giustizia; lui mobilitava le coscienze: o stai con la Costituzione antifascista o coi golpisti Nordio e Meloni. Per non dire poi di quel piccolo prodigio statistico per cui, nel suddetto referendum, non un artista, non uno scrittore, non un attore si è trovato dalla parte non dico del Sì, ma del Nì. Un mondo del cinema da percentuali bulgare, monocolore, senza attriti: neanche un direttore della fotografia, un attrezzista, un tecnico del suono sfiorati dal dubbio. Eppure anche lì – e ne conosco parecchi – c’è chi è a favore della separazione delle carriere, chi è convinto che una qualche riforma della giustizia ci voglia: ma si guardava bene dal finire nella lista sbagliata. Del resto, chiunque abbia frequentato ambienti del genere – l’università in testa – lo sa: lì il progressismo non è una posizione tra le altre, è la posizione dell’uomo sensibile e informato, di chi ha letto e quindi capisce. Un qualsiasi scetticismo – sul gender o la patrimoniale – non passa per un’opinione diversa, ma per un difetto, una mancanza, un problema. Perché è questo, alla fine, il vero woke italiano – non i pronomi, gli asterischi, il misgendering. Il woke italiano è tutto nel “patentino antifascista”, una stronzata sublime, come si ricorderà, ma perfettamente in linea con le vette di intolleranza dei campus americani, calato però nella storia e nel costume nazionale. La mistica dell’antifascismo distribuisce ancora premi, riflettori, distintivi, credibilità, consenso. L’antifascismo funziona come un antifurto tarato male: non scatta mai quando entrano i ladri (mai con Putin, mai con gli ayatollah), suona invece al minimo smottamento dello status quo. Il tema non è nuovo. Però va sempre peggio. Venticinque anni di social hanno resettato tutto: discorsi sul fascismo ormai regrediti a prima degli studi di Renzo De Felice, alla coppia “ha fatto anche cose buone” vs. “Male Assoluto”, categoria emotiva, minchiata buona per le risse su Instagram. Se però non scrivo “antifa” nella bio, se non chiudo ogni frase con “antifascista” potrebbe darsi che non ne possa più di tutta questa roba: dell’antifascismo come clava, di eroi del mondo giornalistico-culturale che si vivono come bersagli mobili, sempre censurati, in esilio in una Ventotene perenne, ricercati dall’OVRA (“volete mandarmi al Cario per farmi fare la fine di Regeni”, dice l’ex leader di Report, ormai in versione Lungotevere Sigfrido Ranucci, martire della libertà), mentre a dargli la caccia sono soltanto festival, giornali, televisioni, altri ingaggi, sondaggi e campi larghi. E’ questa la legge fondamentale del woke all’italiana: ogni cambiamento è una minaccia fascista, anche quando di cambiamento non c’è nemmeno l’ombra (forse non ve lo ricordate più, ma nell’ultima campagna elettorale Chiara Ferragni giurava che con Giorgia non si poteva più abortire nelle Marche).

Una modesta proposta

Ma questo, si capisce, è un lavorone di generazioni, una cosa di lungo periodo – quello in cui saremo tutti morti. Nel frattempo, ci si potrebbe dare obiettivi più concreti. Al primo posto di una controegemonia culturale, metterei non l’identità, i confini, il canone occidentale, ma intanto un po’ di educazione finanziaria a scuola, certo più utile di quella “sentimentale”. Quelle due o tre competenze di base che da noi non padroneggiano neppure gli intellettuali più pregiati (siamo ultimi nei paesi Ocse). Addestrare poi i piccoli italiani a districarsi nella foresta di sigle che li attende da grandi – Irpef, Ires, Irap, Imu, Tari, F24, Isee, Durc, Spid, Pec – altro che i pronomi del woke! Prepararli a sopravvivere in uno dei sistemi fiscali più intricati del mondo, dove per mettersi in regola servono qualcosa come duecentoquaranta ore l’anno – un mese pieno passato a fare i conti con lo stato. Insegnargli a leggere una busta paga, a distinguere il lordo dal netto, a non usare “profitto” come insulto né “extraprofitto” come versione blockbuster del suddetto insulto. Soprattutto spiegargli, il prima possibile, che una colf col suo contratto nazionale ha più tutele di un caporedattore a partita Iva – anche se, va da sé, a una cena fa più figo dire “scrivo per Idea Critica” che “faccio le pulizie dalla signora Maria”, si capisce. Però almeno avvertirli in tempo, prima che da grandi ci sommergano poi di lamenti bambineschi sull’Italia che non riconosce i talenti, il genio incompreso con tre lauree e dodici master costretto a fuggire all’estero o restare ma piegando maglioni da Zara – per colpa, naturalmente, del neoliberismo.

Un’altra modesta proposta (poi basta)

Dopo Tolkien per l’epica e Michael Jackson per l’inglese, Roger Scruton è il nome che ricorre spesso nei discorsi di Giorgia. Citato in occasione della fiducia alla Camera, rievocato all’Onu con la sua oicofobia – l’odio della propria casa – o ritirando un premio “Margaret Thatcher”, o sulle pagine dello Spectator, dove Meloni ha detto di sentirsi più in debito “con il compianto filosofo conservatore britannico che con il socialista rivoluzionario Mussolini” (e meno male). Simbolo della Old Britain, casa in pietra ad Albany, amante della caccia alla volpe, fondatore della Salisbury Review – uno che alla domanda “perché sei conservatore?” rispondeva “perché sono pessimista” – Roger Scruton è il filosofo di riferimento, il faro, anche se Tolkien, si capisce, fa subito breccia nelle fantasie pop. Nel suo libro di memorie, Scruton ricorda l’euforia che percorse le università di Londra il giorno dopo la vittoria di Margaret Thatcher, nel 1979. Finivano anni di scialbo consenso socialista – anni in cui, per avere un nemico, si frugava negli angoli a caccia di qualche squallido fascista contro cui valesse la pena schierarsi. Finalmente, arrivava qualcuno da odiare sul serio. Un vero demonio. E fu la cosa migliore che potesse capitare ad artisti, intellettuali, insomma al mondo della cultura. Risvegliata dal torpore dei sussidi laburisti, Londra tornò a essere la capitale della musica, della moda, della cultura giovanile. Il posto in cui andare negli anni Ottanta. Maggie fu la musa involontaria del post-punk e dei Clash, delle sfilate di Vivienne Westwood, dei film di Derek Jarman, di una generazione intera di canzoni che le auguravano ogni male. Tutti odiavano Margaret Thatcher, lei lasciava fare. Nel frattempo, rivoluzionava l’economia, tirava fuori il paese da una lunga stagnazione, rendeva mainstream una serie di teorie liberiste e market-oriented che sin lì erano rimaste nel ghetto di qualche istituto isolato (il minimal state di Nozick, le teorie di Hayek e Mises, il liberalismo di Oakeshott, l’individualismo etico di Ayn Rand). La cultura e gran parte dell’opinione pubblica erano contro di lei, aggiungendoci quel tocco di disgusto per chi proviene dalla middle-class (figlia di un salumiere, per di più donna, una cosa che non le sarà mai perdonata soprattutto a sinistra). Ma in pochi anni Margaret Thatcher ribaltò un paese in crisi profonda, appiattito su sussidi, statalismo, servizi inefficienti, burocrazia inutile, politiche di socialismo soft – “chiunque dubiti che il thatcherismo abbia migliorato la qualità della vita in Gran Bretagna dimentica quanto male ci vestissimo e mangiassimo nel ’79”, ha scritto Niall Ferguson. Che la si applauda o la si maledica, tutto questo Margaret Thatcher lo ottenne senza pronunciare, una sola volta, la parola cultura, figuriamoci egemonia. Non organizzò convegni su Hayek, non piazzò un plotone di ultraliberisti alla Bbc per mandare Friedman in prima serata, non si mise a riscrivere i programmi di storia. Non fu una santa laica del pluralismo ma non provò a possedere la cultura, a colonizzarla. La lasciò esattamente dov’era: libera di detestarla. Il più grande teorico dell’egemonia culturale del dopoguerra britannico, Stuart Hall – l’uomo che coniò la parola “thatcherismo” e che rilesse Gramsci apposta per capirla – scrisse le sue pagine migliori contro di lei. Ian McEwan disse che Margaret Thatcher li aveva spinti a scrivere romanzi migliori. Per carità, non siamo qui a sperare in un progetto thatcheriano, impensabile oggi, sempre impensabile in Italia – lo stato minimo, il mercato-misura-di-tutte-le-cose, l’ode all’individuo, sono tutte cose per cui non saremo mai attrezzati. Ma il thatcherismo ricorda che le battaglie decisive non si vincono sulla cultura. Si può governare bene, si può governare a lungo, inanellare record, avendo contro tutti gli artisti, gli intellettuali, le grandi firme, le prime serate. Anzi: forse è proprio quello il segreto.
L’egemonia culturale non è una cosa buona finita nelle mani sbagliate. E’ un’idea sbagliata in sé. Appartiene alla grande e non così adorabile famiglia delle idee totalitarie: presuppone una massa da educare e un’avanguardia che sa dove portarla. In Gramsci non c’è Popper, non c’è Mill, non c’è il pluralismo come valore – c’è la lotta di classe con altri mezzi: al posto dei fucili, i romanzi; al posto delle barricate, i professori a scuola e all’università. Diceva Giovanni Malagodi, che oggi ricordano in quattro, “una politica della cultura la fanno i partiti totalitari, i partiti che vogliono imporre dei contenuti alla cultura”. Una cultura liberale, semplicemente, non sa che farsene dell’egemonia. Dovrebbe casomai dissolverla. Sciogliere l’idea stessa nel mare della società aperta, lasciare la cultura al suo caos – dispersione, rumore, roba inutile – libri, film, canzoni senza scopo, senza messaggio, senza impegno, e che, viva Dio, non servono a “portare avanti” nessuna battaglia.