Il caso del docufilm su Regeni arriva in Aula. Che fare ora? Parla il produttore Tozzi

"Il diniego del finanziamento al documentario è ingiustificabile (Giulio Andreotti direbbe: è peggio di un peccato, è un errore politico)", dice Tozzi. "La reazione di Domenico Procacci è giusta e bene hanno fatto i due qualificati membri della commissione a dimettersi, ma è importante aprire una riflessione più generale sui contributi selettivi"

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9 APR 26
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Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, durante il question time alla Camera, Roma, 8 aprile 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Questione politica o non politica, questo è il problema. Il dilemma rotea nell’aria sopra il cortile della Camera, durante la sosta-sigaretta di deputati e ministri, e fa da cornice al caso del docufilm sul ricercatore Giulio Regeni (diretto da Simone Manetti e co-prodotto da Fandango e Ganesh), caso arrivato in Aula per il question time all’apice delle polemiche sul negato contributo statale, dopo le dimissioni dei consiglieri Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti dalla Commissione del ministero della Cultura che assegna i contributi selettivi al cinema. Partendo dalla fine, il cortile vede il saluto stempera-tensione (con abbraccio e bacetto) tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli ed Elly Schlein, segretaria del Pd, il partito che – partendo dall’inizio – ha voluto chiamare il ministro in Aula per un j’accuse a più voci, tra cui quella del dem Gianni Cuperlo (salutato però alla fine con un “buon lavoro”). E se Giuli dice che il “mancato finanziamento da parte della Commissione del ministero della Cultura del docufilm su Giulio Regeni non è stato frutto di una scelta politica”, ma il risultato “di un giudizio tecnico” che il ministro non ha condiviso “né sul piano ideale né su quello morale”, Cuperlo parla perché, oltrea Giuli, anche il presidente meloniano della Commissione Cultura Federico Mollicone intenda: “Avete piegato quella e altre commissioni a logiche amicali e criteri di pura e sciocca fedeltà e i risultati sono sotto gli occhi di tutti”, dice Cuperlo, le persone scelte “potevano scegliere tra il cinismo degli interessi e la difesa della vostra dignità; hanno scelto il servilismo degli interessi e voi avete perso un pezzo della vostra dignità”. Intanto, il giorno prima, il produttore Procacci, annunciando il ritorno in sala del docufilm (che ha già vinto il Nastro della Legalità), aveva definito la scelta di negargli il finanziamento pubblico frutto di “una battaglia politica” che “dovrebbe interessare tutti gli italiani, non certo soltanto una parte”. E mentre la domanda “è stata scelta politica oppure no?” aleggia ache fuori Montecitorio, la querelle travalica la singola questione, per abbracciare l’intero quadro: funziona o no, il sistema attraverso il quale si decide quali opere debbano avere il finanziamento pubblico? Dice il produttore Riccardo Tozzi, fondatore di Cattleya: “Il diniego del finanziamento al documentario su Regeni è ingiustificabile (Giulio Andreotti direbbe: è peggio di un peccato, è un errore politico); la reazione di Domenico Procacci è giusta e bene hanno fatto i due qualificati membri della commissione a dimettersi”. Ma è importante, dice Tozzi, “aprire una riflessione più generale sui contributi selettivi. Perché, nell’attuale situazione di mercato, in cui i distributori-finanziatori hanno pressoché dimezzato l’investimento unitario sui film arthouse (mi scuso per il termine inglese, ma ‘film d’autore’ vuol dire altro: anche film molto commerciali sono tecnicamente tali), i contributi selettivi sono diventati decisivi per questo tipo di cinema. Un cinema che ha visto diminuire il suo pubblico, io credo per effetto della concorrenza della nuova serialità, ma resta importante per l’evoluzione complessiva del racconto per immagini”. Che fare, allora, al di là delle polemiche? Per Tozzi “occorrerebbe ripensare il funzionamento di questo strumento, sia per quanto riguarda la composizione delle commissioni, che hanno, nella nuova situazione, responsabilità diverse e maggiori; sia per i criteri operativi. Se infatti per le opere prime e seconde la discrezionalità non può che essere libera, per i film più strutturati credo sia utile stabilire dei criteri all’interno dei quali sia applicata. Ovviamente non politici (sarebbe censura preventiva), ma professionali”. E in passato? “Che io ricordi, le commissioni hanno sempre operato in modo insoddisfacente, in un contesto di polemiche. L’unico periodo in cui oggettivamente i risultati sono stati migliori fu quello del cosiddetto reference-system, poi demolito perché considerato ‘restrittivo’. Probabilmente era imperfetto, e andrebbe riconsiderato oggi in modi diversi. Ma resta, storicamente, il meno peggio”.