Le accuse di "collaborazionismo" ai conduttori di "Report", sintesi perfetta del giornalismo più ottuso

Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi: sono loro i due kapò, secondo la gentile definizione del Safari quotidiano, che finiranno letteralmente spremuti e poi gettati nella spazzatura dai nazisti di Viale Mazzini

28 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 17:56
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Foto Lapresse

"Collaborazionisti" sono nella storia coloro che scelsero di favorire per tornaconto personale l'occupazione nazista dei loro paesi, gente che conviveva attivamente e senza problemi con l'orrore, il disonore, il dolore dei resistenti e dei perseguitati. "Collaborazionisti" è l'accusa che il giornalismo merdaiolo, perché questo è quello che è, rivolge con toni minacciosi a persone che, nella squadra giornalistica di "Report", si sono dette disposte a continuare il lavoro della trasmissione senza Sigfrido Ranucci, adeguatamente ricollocato a nuovi livelli di narcisismo egotico, il Duce dell'Investigativo caduto nelle spire di un famoso cacciatore di elefanti in Zimbabwe e ristoratore in Monteverde, Roma, l'uomo che aveva organizzato, prima di prendersela con gli elefanti per sedersi sul loro dorso, un sondaggio politico per l'entrata in politica del Superconduttore e Superseduttore di stagiste, con un falso attentato alla bomba d'accompagno. Un safari un po' particolare, quello di Pomezia, difficile da digerire come trama estiva di una sana e vigorosa amicizia professionale tra il buon Ranucci e l'ottimo Lavitola, anche per i duri della Rai, che duri non sono affatto ma alla fine, sostenuti dall'evidenza dell'intenibile, hanno deciso di affidare la conduzione del baraccone censorio gestito fino ieri dal censurando a due giovani giornalisti interni all'azienda e alla trasmissione, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Sono loro i due kapò, secondo la gentile definizione del Safari quotidiano, che finiranno letteralmente spremuti e poi gettati nella spazzatura dai nazisti di Viale Mazzini.
Questo modo di ragionare in pubblico, definire e insultare la gente, intimidirla, disumanizzarla oltre che deprofessionalizzarla, rivaluta l'uscita psichiatrica di Danilo Toninelli, che ha chiesto a Ranucci e dovrebbe chiedere al suo bardo increscioso di guardarsi dentro per trovare la forza di liberarsi dall'infezione mentale. Viviamo forse nel peggiore dei mondi possibili, al contrario di Candide, ma l'aedo della galera e delle manette che si fa moralista della forca contro i galoppini di Hitler in questo mondo immaginario ha trovato un habitat di confortevole realismo. D'altra parte il soggetto è uno che disprezza il giudice istruttore Giovanni Falcone, tanti decenni dopo l'attentatuni che glielo levò dalle palle, dopo l'aggressione giustizialista dei suoi amichetti che lo aveva colpito nel concorso per giudice istruttore a Palermo, perché aveva lavorato agli Affari penali nel governo di Giulio Andreotti. La radice della grottesca malattia di questi cantori alle nozze politiche di Ingroia, pronti a cantare anche nel matrimonio Ranucci-Lavitola, e a stornellare contro l'eroe internazionale dell'antimafia vera, ché questa è la loro nozione di quel che è politica e questione morale, sta in ciò, che la storia va effettivamente riscritta, come pretendevano loro quando lavoravano per mettere il golpismo giudiziario al posto delle istituzioni democratiche, ma va riscritta non per azzannare i partiti della Prima Repubblica e i loro uomini, che distrussero la mafia, bensì per fare i conti con chi insozza con la bravata del collaborazionista dei nazisti Rai quel po' di gente ordinaria che rilutta ad affondare nella cloaca recentemente scoperta del giornalismo più ottuso, fazioso e politicamente ambiguo del mondo.