La Lega tette al vento: la devozione furbetta per Salvini e l'appartenenza di un partito tribale. E adesso?

"Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà". La saggezza di Guccini che Fontana non ha imparato. Ora il popolo del nord vuole mandare a casa il Capitano in disarmo, ma ormai il sospetto che tutto sia fuori tempo massimo è realtà. E Vannacci ringrazia
19 AGO 26
Immagine di La Lega tette al vento: la devozione furbetta per Salvini e l'appartenenza di un partito tribale. E adesso?

Matteo Salvini - foto LaPresse

"Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà". Sull'onda emozionale ancora recente per l'addio di Guccini, al popolo leghista d'antan, il popolo del nord e del sacro Pratone, dei lumbard e dei veneti che ora pare, o vuole, rialzare la testa e mandare a casa il Capitano in disarmo Salvini ("libera, libera, liberaaa / nos Domine!") converrebbe riflettere un poco, giusto prima di agire, su un cruciale insegnamento del Maestrone: "Tu giri adesso con le tette al vento / io ci giravo già vent'anni fa". In amore, ma ancor più in politica, bisogna saper scegliere in tempo. Una delle critiche ricorrenti e tutto sommato sensate, magari senza molta fantasia, di politici e osservatori a proposito di un malumore di molta parte della base tradizionale del partito che si è fatto finalmente concreto, fino a smuovere la sua dirigenza di governatori e amministratori, è il sospetto che tutto sia oramai fuori tempo massimo. A buoi padani abbondantemente scappati, e anche peggio va per gli elettori; e con i territori del mitico e bistrattato Nord (anche dal governo amico) ormai desertificati.
L'intervista due giorni fa di Attilio Fontana, "chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l'impostazione del partito", in cui la parola fatidica "passo indietro" era ancora nelle labbra dell'intervistatore, ma la risposta finalmente netta, "nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento" è stata accolta come lo squillo del corno di caccia dei redivivi barbari padani. "Il nostro primo capitale sono i tanti amministratori locali, che interpretano quotidianamente la concretezza che noi chiediamo alla Lega". L'uscita di Fontana, e le altre di questa estate d'afa padana, sono state accolte come l'atteso, troppo a lungo atteso, do di petto dei tenori nordisti: la voce più vera, a lungo strozzata in gola, della Lega. Anche se al momento si parla della nascita di una "associazione", non proprio la presa del Palazzo d'inverno.
Dall'altra parte della riva fatale (dell'Adda, del Po) e ovviamente con voce un tantino meno suadente, la voce roca delle guarnigioni assediate, ci sono i fedelissimi della Lega per Salvini, i pretoriani della rivoluzione che aveva cambiato la pelle (e il Dna?) del movimento di Bossi, il più antico partito politico attivo oggi in Italia. Il governatore del Veneto Alberto Stefani ha detto: "Io mi domando: chi oggi polemizza perché a suo tempo non ha scelto di candidarsi e di raccogliere il voto dei militanti?". E non ha nemmeno torto – tranne che in politica si può cambiare idea, perché la politica evolve – se non che ci sono due fattori che non si possono trascurare, con la Lega.
Il primo è la storia pregressa. Tredici anni è durato il regno di Salvini sulla Lega, il cui vessillo raccolse come un cencio del quattro per cento da una terra arida per portarlo ai trionfi pre Papeete. Allora nessuno obiettava. Anche se il malumore per la trasformazione della Lega autonomista e nordista in un partito nazional sovranista (la Lega per Salvini Premier, un eccesso di egolatria) è sempre esistito. Nostalgici, lo liquidavano. Irrealisti. Ma nel 2022 il Comitato Nord fu benedetto dall'Umberto Bossi, con Roberto Castelli e altri colonnelli dell'epoca eroica. Poi ci furono i fuoriusciti del Grande Nord, e altri mal di pancia.
L'altro fattore si chiama Dna, o anima padana, un legame indistruttibile con i "territori" e con i miti fondatori: autonomismo, autogoverno, un senso di appartenenza popolana che Papa Montini avrebbe definito "una comunità etnica sui generis". Un legame di appartenenza che è riuscito a superare le crisi del Cerchio magico del Senatur ormai malato, dei diamanti e dei danée; capace di risorgere nella "notte delle ramazze" e di credere ancora una volta nel mito dei "barbari sognanti" di Bobo Maroni. Una tenuta politica e sociologica che ha un solo eguale nella storia politica italiana, quello del fu popolo del Pci. E il paragone non è impertinente. Perché la Lega, Nord o per Salvini che sia – ha una sua natura trotzkista, o leninista magari: la fedeltà al partito, alla Linea, al Segretario chiunque sia è stato il vero collante di quattro decenni di una storia vissuta spericolatamente, e con un'infinità di pasticci e inciampi che hanno sempre costituito l'altra faccia di medaglia di un relativo o effettuale buon governo, sindacato territoriale.
Sono questi due elementi, la sottomissione un po' troppo furba o timida o cinica al nuovo capo che intanto spostava il luogo del mito dalla Padania alla steppa putiniana e la fedeltà incrollabile della tribù a esplodere oggi. E a contraddirsi, e a rendere dubbia la riuscita della nuova resurrezione: l'Associazione come le ramazze di un tempo, con meno sogni. Da un lato, le foto al tavolino dei governatori non hanno lo stesso appeal sugli elettori (quelli in fuga verso Vannacci ma anche gli altri, perplessi come artisti sotto il tendone di un circo). Dall'altro, ai nuovi leader – che politicamente hanno esperienza e mestiere e possono avere anche le ragioni – manca quel crisma dell'unzione del dio Po, quell'urlo di battaglia che era appannaggio di Bossi, e anche va detto del primo Salvini, la dotazione dei leader nuovi. Di quelli che sanno prendere il momento giusto. Bisognava saper scegliere in tempo: adesso con le tette al vento rischia di girare solo Vannacci.