L'articolo che ha mandato su tutte le furie Travaglio, su Lavitola, Ranucci e le cene che Falcone non avrebbe fatto

Per gli ex magistrati Ayala, Grasso e Violante “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”. Travaglio commenta dicendo che avrebbe fatto di peggio, visto che "lavorava nel governo Andreotti". "Un esempio di cattivo giornalismo", dice la sorella del magistrato ucciso dalla mafia
18 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 10:41
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Foto ANSA

Al disappunto dei famigliari di Falcone e alla considerazione tutto sommato pacata di ex magistrati come Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala che hanno osservato che “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”, il direttore del Fatto Marco Travaglio ha replicato motteggiando che Falcone avrebbe fatto di peggio, visto che “lavorava solo con il governo Andreotti”.
Intervistato dal Foglio, l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, giudice a latere nel Maxiprocesso a Cosa nostra e procuratore capo a Palermo, aveva commentato il post in cui Sigfrido Ranucci si accostava a volti storici come Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Paolo Borsellino e, per l'appunto, Giovanni Falcone. “Ci sarà sempre chi userà quei nomi per farsi scudo”. Per l’ex presidente della Camera Luciano Violante, già magistrato, presidente della commissione parlamentare Antimafia, “Moro, Mattarella, Falcone, Borsellino non sarebbero andati a cena con Lavitola”
Le parole di Travaglio hanno lasciato Maria Falcone, sorella del magistrato "profondamente amareggiata", ha commentato. Quella del giornalista "è una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti. Mio fratello – ha puntualizzato la sorella del magistrato ucciso dalla mafia – non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo stato italiano. Quando, nel 1991, Giovanni accettò l'incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via".
Falcone, ha ricordato la sorella, "era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro più diverse amicizie e connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra. A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello stato", ha concluso. 
Come ricordiamo in questo editoriale, Falcone è stato direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia, e in quel ruolo promosse l’istituzione della Procura nazionale antimafia. Falcone ha lavorato per lo stato e per rafforzare e riorganizzare in modo più efficiente l’azione antimafia dello stato, per poi pagare il suo impegno con la strage di Capaci.