“Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”. Parlano Violante-Grasso-Ayala

Ranucci si accosta ai caduti per mafia. Violante: "Mai avrebbero cenato con Lavitola". Grasso: "Ci sarà sempre chi userà quei nomi per farsi scudo”. Ayala: "Incommentabile" 

14 AGO 26
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Si accosta a Giovanni Falcone, Aldo Moro. Poi a Piersanti Mattarella, Paolo Borsellino. Sono tutti fratelli suoi. Sigfrido Ranucci scrive così, su Facebook. E le dichiarazioni del governo non tardano: “Ranucci delira”, dice Matteo Salvini. Ma ecco come, al di là del riflesso condizionato – e dell’indignazione a destra – ci sia anche chi osserva lo scorrere del fiume dall’altra sponda.
“Sono un magistrato e aspetto sempre prima di parlare”, premette al Foglio l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, giudice a latere nel Maxiprocesso a Cosa nostra e procuratore capo a Palermo. Grasso che non vorrebbe parlare ma che poi se lo lascia sfuggire. “Ci sarà sempre – dice – chi userà quei nomi per farsi scudo”. I nomi dei caduti. “Io aspetto. Ma, a dire il vero, non è niente di nuovo”.
L’ex presidente della Camera Luciano Violante, già magistrato, presidente della commissione parlamentare Antimafia – e membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro – non vorrebbe “fare il moralizzatore del moralista”. Vorrebbe semmai “capire bene cosa è accaduto”, “aspettare”. Eppure, sul tema, neanche lui indugia: “Moro, Mattarella, Falcone, Borsellino non sarebbero andati a cena con Lavitola”. Punto.
Sicché, mentre da sinistra gli ex magistrati e alte cariche dello stato osservano il crepuscolo dell’idolo, di Valter Lavitola viene confermata la detenzione in carcere. Il rischio è di inquinamento probatorio e pericolo di fuga. E le dichiarazioni – pur dopo cinque ore di interrogatorio – sarebbero risultate “fumose”. Gli inquirenti della procura di Roma potrebbero convocare, adesso, Sigfrido Ranucci. Come persona informata sui fatti. I fatti? Un attentato a Pomezia, lo scorso ottobre, “per il suo bene, per consentirgli di ottenere un livello di scorta maggiore, alla luce delle minacce ricevute”.
Ma cos’è dunque la scorta, per un giornalista d’inchiesta? Un indicatore di credibilità oppure un marchio? Scorta oppure stigmate nella lunga linea che da Roberto Saviano porta oggi a Sigfrido Ranucci e inciampa forse nell’autoattentato di un giovane giornalista di Vicenza?
Risponde al Foglio Giuseppe Ayala: “Spesso è stato esattamente quel che dice lei: un indicatore di credibilità”. Ayala, pubblico ministero nel Maxiprocesso e sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi, di Giovanni Falcone fu il compagno di scrivania. E alla nostra domanda sulla liceità dei paragoni, sospira. Vorrebbe non parlarne. Ma forse più per pudore che per prudenza. “Per chi ben conosce queste storie – dice, alla fine – è un accostamento semplicemente incommentabile. Ranucci è incommentabile”. Perché lo dice? “Perché è impossibile trovare le parole. L’enormità di quelle storie, accostate a questa vicenda, mi lascia interdetto”.
E senza parole, in questo viaggio al termine – forse no – di Report, è persino Sigfrido stesso. Il cui avvocato Roberto De Vita ha spiegato ieri che “mai avrebbe potuto immaginare che un amico arrivasse a tanto”. Che l’amore fosse esplosivo, cioè, quasi quanto la giustapposizione dell’inchiestista a Falcone e Borsellino. Mai avrebbe potuto immaginare, però, che l’impudente paragone qualcuno l’avesse già immaginato. O come dice Pietro Grasso: “Niente di nuovo”.