Editoriali
Sì, Falcone lavorò per lo stato
L’oscenità di Travaglio che arriva a negare persino il ruolo di un martire

Foto Ansa
La difesa sbracata e senza argomenti di Marco Travaglio a favore di Sigfrido Ranucci sta raggiungendo e superando tutti i limiti della logica (del buongusto, non da ieri). Persino la dichiarazione del conduttore che si paragonava, seppure indirettamente ai martiri della mafia e del terrorismo, da Moro a Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone (vittime di attentati veri) viene apprezzata dal direttore del Fatto quotidiano. Al disappunto dei famigliari di Falcone e alla considerazione tutto sommato pacata di ex magistrati come Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala che hanno osservato che “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”, l’ineffabile Travaglio ha replicato motteggiando che Falcone avrebbe fatto di peggio, visto che “lavorava solo con il governo Andreotti”.
Tutti sanno, compreso Travaglio, se non fosse un turlupinatore seriale, che Falcone è stato direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia, e che in quel ruolo promosse l’istituzione della Procura nazionale antimafia, e solo per il prevalere di un gioco di correnti a lui ostile (tragicamente) nel Csm non fu nominato procuratore nazionale antimafia. Falcone lavorò per lo stato e per rafforzare e riorganizzare in modo più efficiente l’azione antimafia dello Stato, negli anni in cui un governo non certo fatto dagli idolucci di Travaglio e Ranucci la mafia la combatté davvero. E pagò il suo impegno con la strage di Capaci. Va detto che Ranucci, paragonandosi a Falcone, a parte il cattivo gusto, ha però espresso l’ammirazione per il magistrato. Travaglio, nella sua ossessiva difesa di Ranucci, va oltre e arriva a svalutare l’azione di Falcone dipingendolo come una specie di politicante arrivista. Si direbbe che ci sono dei limiti di decenza che neppure la più accesa delle polemiche dovrebbe superare. Lo si direbbe per tutti, ma non per Travaglio che ha fatto del travalicamento di ogni limite la sua cifra. È proprio questa sua tendenza a prevalere su tutto, fino al punto di diventare controproducente al fine dell’asserita difesa di Ranucci, che invece riece solo a indebolire.