Politica
L'editoriale del direttore •
Il falò del metodo Ranucci. Storie, tic e vie di fuga
Allo spettacolo dei garantisti per Lavitola (prima servono le prove!) se ne aggiunge uno ancora più ricco: il crollo del mito fasullo del giornalismo tarato sulla moralizzazione

Foto Ansa
L’incredibile spettacolo a metà tra il comico, il grottesco, il surreale e lo spassoso emerso nelle ultime settimane attorno ai rapporti opachi tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola offre la possibilità di concentrarsi su due temi simmetrici, speculari e a loro modo entrambi eccezionali. Il primo spettacolo, molto indagato, è quello che riguarda i contorni dell’inchiesta giudiziaria, con tutta la ricostruzione dell’attentato dello scorso ottobre organizzato per colpire Ranucci, attentato che Valter Lavitola ha sostenuto di aver ideato in prima persona, per alzare il livello della scorta all’amico Ranucci (gli improvvisati garantisti per Ranucci, convinti che dietro quella bomba ci sia in realtà qualcun altro, la mafia, la camorra, la criminalità organizzata, i servizi deviati, forse addirittura il governo da qualche giorno sono lì che cercano di sostenere una tesi nel passato non particolarmente appoggiata: è vero, dicono, Lavitola ha parlato, ma non basta una dichiarazione di fronte a un magistrato per considerare quella dichiarazione come veritiera, servono fatti, prove, certezze: ce lo segniamo, come avrebbe detto Massimo Troisi). Il secondo spettacolo, meno indagato, è quello che sopravviverà a prescindere dall’esito dell’inchiesta attorno a Lavitola e compagnia bombarola e che potremmo provare a inquadrare all’interno di una cornice precisa: il metodo Ranucci.
Il metodo Ranucci, che è cosa diversa dal metodo “Report”, che con tutti i suoi difetti, i suoi errori, i suoi scivoloni è un programma che nel passato non ha prodotto solo fuffa ma anche inchieste vere, è un metodo che incarna una prassi giornalistica specifica, chiara, esplicita, di cui Ranucci è diventato uno dei portavoce principali. Il metodo Ranucci funziona così. Si alimenta di cultura del sospetto, di illazioni, di allusioni, di mozziconi di prove, di evocazioni di “sistemi”, di veline dei magistrati, di interviste anonime, di intercettazioni decontestualizzate, di teoremi spacciati per verità, di taglia e cuci abili e spregiudicati con cui provare a demonizzare colui a cui si sceglie di dedicare qualche attenzione. Per rendere il metodo valido, però, non basta utilizzare questi ingredienti. Occorre qualcosa di più. E quel qualcosa di più riguarda le caratteristiche che deve avere lo chef, che con sapienza mescola il pentolone. Non basta il taglia e cuci smaliziato, l’utilizzo furbo dei mozziconi di prove, i teoremi spacciati per verità. E’ necessario avere in mano il bollino della “scomodità”, attraverso il quale si prova a vidimare con la ceralacca della verità morale ogni cosa che si tocca. Per avere quel bollino, come capita spesso anche ai magistrati più smaliziati, non importa raggiungere dei risultati, verificare che le proprie inchieste fossero fondate su fatti concreti e non su filamenti di letame finiti nel ventilatore.
Per avere quel bollino occorre rendere manifesti gli obiettivi, occorre presentarsi sulla scena come il cane da guardia del potere che tutti vogliono silenziare per tappare la bocca a chi racconta verità alternative a quelle proposte dal sistema e occorre, soprattutto, avere una grancassa che trasforma ogni tuo mozzicone di prova in verità e che trasforma le tue azioni in atti non sindacabili. La grancassa di solito è la politica antisistema che, trasformando il giornalista eroe in una mina vagante piazzata sotto il sistema, si rallegra quando il giornalista eroe usa le proprie energie per colpire i simboli del sistema. Ma la grancassa più importante, ingranaggio fondamentale del circo mediatico-giudiziario, è quella che deriva dal mondo della magistratura, fatto naturale in un mondo in cui il confine fra cronista e pubblico ministero diventa spesso molto sottile, circo che quando poggia la sua mano sulla spalla di un giornalista gli conferisce il potere di essere considerato un portatore di verità e non solo di punti di vista a prescindere dai risultati di quel giornalista. Contano gli obiettivi, non i risultati. Contano le intenzioni, non le prove. Contano i teoremi, non i fatti. Il metodo Ranucci è quello di presentarsi, con il compiacimento di molti, come l’ultimo presidio dell’informazione libera, in un mondo in cui l’informazione è “compromessa”, e di conseguenza ogni tentativo di criticare quel metodo non diventa un punto di vista. Diventa qualcosa di più. Una complicità con i crimini combattuti da quel giornalista, una minaccia esistenziale alla sua libertà. E in questa logica, come aveva ben capito Lavitola, più cresce il consenso, più diventa difficile criticare il metodo, più diventa possibile che quel metodo, come forse aveva capito anche Ranucci, possa diventare intoccabile, insindacabile anche in altri ambiti, compreso quello politico.
Aldo Grasso, nel suo delizioso volume scritto per Raffaello Cortina editore, “Cara televisione”, sostiene che la proliferazione di giornalisti eroi, in Italia, derivi anche da un grande equivoco legato alla favola dell’obiettività. Il mito dell’obiettività, dice Grasso, con buone ragioni, è una manifestazione di falsa coscienza. Il compito del giornalista non è quello di convincere il lettore che egli stia dicendo la verità, bensì di avvertirlo che gli sta raccontando la sua verità ma che ce ne sono anche altre, perché un giornalista che dice la verità è, molto semplicemente, un giornalista che non solo evita di spacciare le illazioni per fatti, ma ammette di aver trattato i fatti secondo le proprie opinioni. Il giornalista eroe esiste, l’Italia è piena di giornalisti eroici. Ma quando al gran ballo dell’informazione un giornalista non si limita a raccontare fatti ma sceglie di dividere il mondo tra chi sta dalla parte giusta e chi no può succedere di ritrovarsi con un amico desideroso di sfruttare quella tua notorietà per rendere il tuo profilo politicamente a prova di bomba. I confini del metodo Lavitola verranno messi a fuoco dai magistrati. I confini del metodo Ranucci forse meriterebbero di essere messi a fuoco anche da tutti coloro che oggi tentano di non applicare la cultura del sospetto modello Ranucci al caso Ranucci, ovvero i follower del giornalista eroe che dopo essere stati abituati a dividere il mondo tra chi sta dalla parte giusta e chi no, oggi cercano disperatamente di resistere alla melodia delle sirene che gli suggeriscono di applicare a Ranucci lo stesso metodo che Ranucci avrebbe forse applicato a qualunque nemico di Ranucci che si fosse trovato nelle sue condizioni: complice fino a prova contraria di Lavitola, naturalmente solo giocando con qualche mozzicone di verità.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.


