Lavitola ammette di essere il mandante dell'attentato a Ranucci

Nel corso dell'interrogatorio a Rebibbia l'imprenditore conferma l'accusa. "L'ha fatto per tutelare l'incolumità e fargli alzare la scorta", ha detto ai cronisti l'avvocato Sergio Cola. No comment sull'eventuale consapevolezza del conduttore, che intanto, in un post su Facebook, si paragona a Moro e Falcone 
12 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 19:13
Immagine di Lavitola ammette di essere il mandante dell'attentato a Ranucci
Sono io il mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci. Valter Lavitola ha confermato subito l'ipotesi accusatoria del gip nel corso dell'interrogatorio di garanzia, durato oltre 5 ore, che si è svolto oggi a Roma nel carcere di Rebibbia, dove l'imprenditore è in carcere da lunedì.
A dirlo ai cronisti è il suo avvocato Sergio Cola. "Ha confermato l'ipotesi accusatoria della procura della Repubblica ammettendo di essere stato il mandante dell'attentato e dice di averlo fatto per tutelare la incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e fargli innalzare la scorta", ha detto l'avvocato. 
L'attentato è avvenuto il 16 ottobre dello scorso anno di fronte all'abitazione del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci, a Pomezia. Proprio oggi sui suoi social Ranucci è intervenuto così: "Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza". Il post su Facebook ha come titolo "La voce spaventa" e continua: "Muoiono tutti nello stesso identico modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l'ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta", conclude Ranucci.
Il post ha sollevato le critiche dei componenti di Fratelli d’Italia della Commissione Vigilanza Rai, secondo cui è "ignobile che giornalista si paragoni a chi combattuto mafia". Nella nota si chiede al giornalista di spiegare "perché, come risulta dagli atti dell’inchiesta, il giorno della perquisizione a Lavitola è stato due ore al telefono con il presunto mandante dell’attentato per tentare di concordare un alibi per lo stesso Lavitola".