Politica
l'editoriale dell'elefantino •
C’è un limite alla discesa in campo
Entrare in politica resta una cosa seria, è necessario avere carisma, non solo amici compiacenti che in trattoria ti preparano attentati per i gonzi. Bisogna saper fare bum!, ma non nel senso di Pomezia o di Cefalù
14 AGO 26

Foto ANSA
Pur avendo partecipato direttamente a quell’avventura fatale e riformatrice della democrazia italiana, l’incarnazione dell’alternanza, ho sempre detestato l’espressione calcistica “scendere in campo”, la sostituivo regolarmente con entrare in politica o entrare in lizza. Il populismo non è il mio forte. Anche il nome Forza Italia mi faceva un po’ senso, ciò che dissi subito a Berlusconi già pronto con il suo kit e i suoi uomini in blazer con il sole in tasca, eppure quel nome ebbe il successo che sappiamo. Il Cav. deve aver pensato, bè questo Ferrara sa scrivere, è veloce, utile, ha esperienza, ma è completamente scemo, “una specie di Mariotto Segni dalla mia parte”. Adesso tutti scendono in campo, fessi blasonati dall’inutile accademia e tipi loschissimi blasonati dalla tv della demagogia e della gogna, gente che si paragona a Moro Mattarella Falcone e Borsellino come niente fosse, Sciascia avrebbe detto “i professionisti del martirologio”. Come ha notato De Bortoli, spesso finiscono in tribunale, come quelli di +Europa, formazione delle più inutili, perché non hanno regole né capi riconosciuti, e se hanno capi sono Conducatores, più che altro. L’avevo detto io che ci voleva la doppia conduzione o nessuna conduzione, per evitare che la gente si montasse la testa nella caccia agli ascolti e alla dabbenaggine degli spettatori. Ma entrare in politica resta una cosa seria, bisogna avere carisma, non solo amici compiacenti che in trattoria ti preparano attentati per i gonzi, bisogna avere il fisico del ruolo, un doppiopetto a prova di Caraceni, magari soldi e un’esperienza negli stadi di tutto il mondo.
Attaccato da Luigi Spaventa, che aveva un vero prestigio accademico e non blaterava sconcezze antisioniste sui social in sandali e maglietta dalla California, Berlusconi rispose al suo rivale nel collegio di Roma, un economista alla Maynard Keynes, che prima di parlare bisognava avere vinto qualche coppa intercontinentale e qualche scudetto. Bum!
Bisogna saper fare bum!, ma non nel senso di Pomezia o di Cefalù. Certo, il popolo è credulone, “chi disse popolo disse mille volte uno pazzo”, sosteneva Guicciardini, ma ci sono dei limiti. Anche alle discese in campo. Che cosa aveva da dire il Conducator? Che sono tutti corrotti e mascalzoni, che ci vuole un repulisti, urge una remigrazione della classe dirigente, una specie di Piazza pulita universale, e un uomo solo al telecomando. Un po’ poco. Il Cav. col suo “di là o di qua”, con il suo italianismo innamorato, con i suoi dollaroni e dipendenti, con la sua maglia rossonera e le sue ville, aveva un programma e un metodo, i sondaggi li sapeva far fare e sopra tutto utilizzare con un garbo che questi se lo sognano. Una certa idea dell’Italia ce l’aveva, come direbbe Ezio Mauro, il nostro miglior commentatore greco. Un pezzo di società e di individualismo li rappresentava, il Reagan della Brianza, nomignolo affibbiatogli da Gad Lerner, non basta Monteverde Vecchio, con tutto il rispetto, o un paesino della provincia di Latina che ti ha dato la cittadinanza onoraria. Il Cav. purtroppo ha fatto scuola nei continenti, fino al suo opposto simmetrico, lui che era un narcisista strettamente costituzionale ed europeista, un adoratore della vita capace di emozione e dignità, anche nelle esagerazioni più funamboliche, non come il suo emulo cattivo, il suo opposto simmetrico perverso, quel Trump del Queens che ha fatto degli Stati Uniti una dépendance del suo Report.
Scendere in campo, dopo il Grillozzo col gommone, dopo l’adunata dei perdigiorno con doppia laurea, dopo il sistema Rousseau, è diventato un esercizio di belluina pretesa al potere, e basta. O forse un modo per curare nevrosi personali, insoddisfazioni, evidenti problemi psicotragici rivelati dalle autobiografie. Statevene a casa, che è meglio.
Di più su questi argomenti
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

