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La scorta “quid” di Ranucci. Lavitola confessa: “Attentato per il suo bene”
La vera parte lesa non è (solo) la Rai, l’ad Rossi, che non ha più bisogno di attendere la relazione del comitato etico per sospendere il conduttore di Report, ma sono gli agenti
13 AGO 26

Foto ANSA
Lasciate stare l’etica e telefonate a Medicina 33. Entra di diritto nel lessico della lunga miseria italiana questa frase di Valter Lavitola, oste e bombarolo, che confessa ai magistrati: “L’attentato a Ranucci l’ho fatto per il suo bene”, i vetri rotti al posto del diamante, la benzina servita come il Barolo a cena. Entra nel palinsesto anche l’indecenza sulla scorta, che svela, e finalmente, un altro guasto italiano, la scorta come pochette, l’automobile insaccata di tritolo, e solo, spiega Ranucci, “per fargli innalzare il livello della scorta”. La vera parte lesa non è (solo) la Rai, l’ad Rossi, che non ha più bisogno di attendere la relazione del comitato etico per sospendere Ranucci, ma sono gli agenti. Chi dovrebbe chiedere la rimozione di Ranucci sono gli uomini che lo hanno tutelato, accompagnato alle adunate dell’Anm, alle presentazioni del suo libro, atteso dietro le quinte del suo spettacolo, questi agenti che nel menù Lavitola erano trattati come lavapiatti, dei Tavares tonti, di serie B. E’ unto e puzza di fritto anche il “no comment” alla domanda: “Ma Ranucci sapeva dell’attentato?”, che Ranucci smonta con l’alzata della spalla. E’ da mezzo attentatore anche il suo “non posso dire altro”, sempre sull’amico che sognava di portare a Palazzo Chigi, scampi e Servizi segreti accanto ai moscardini. Sono ormai mezze notizie perfino le presunte telefonate di Lavitola a Ranucci: “Se sono stato io, è stato anche Ranucci”.
Sbaglia chi adesso si indigna del Ranucci che usa i suoi account social per paragonarsi ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E’ da pernacchia, e non da “chieda scusa”, il Ranucci che si crede una “voce che spaventa” perché, e continua, “la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza”. Siamo arrivati ai canti orfici di Report tanto che gli stessi colleghi di Ranucci suggeriscono: “Siamo davanti a un caso che necessita la medicina e non più la polizia giudiziaria”. Quando Rossi ha parlato dei rischi del “giornalismo di teorema”, c’è stato chi, come Sandro Ruotolo, del Pd, ha chiesto le dimissioni di Rossi, un ad che deve ripulire i fornelli della Rai da questo tanfo di intrallazzoni che sporca anche la memoria. Per salvare Report si sta ragionando se mandare in onda i servizi con il sommario, la vecchia intuizione di un programma rigoroso come Tv7, ma non si sa se a migliorare possa essere Report o se il rischio è sporcare anche le teche. Solo gli spettatori di Ranucci, “la sua scorta”, il “popolo”, possono ancora credere che sia un complotto (lo stanno scrivendo sotto la sua bacheca) e spaesa la risposta dei legali di Ranucci: “La confessione di Lavitola lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia”. Ranucci è sotto scorta dal 2021 e sono vere le minacce ricevute, ma grazie a Ranucci (lo avrà fatto per il bene del paese?) si può finalmente parlare della scorta usata come la pipa, qui dove è stata negata a Marco Biagi. L’attentato d’amore di Lavitola a Ranucci era per alzare il livello della scorta, e prima ancora, a destra, la scorta ha fatto litigare l’ex direttore di Libero licenziato dall’editore Angelucci (sotto scorta) nei giorni in cui, raccontava Sechi, “sono finito sotto scorta”. Renzi ha rinunciato alla scorta quando Mantovano ha deciso di rivedere la formula agli ex presidenti del Consiglio mentre Angelo Bonelli ha chiesto al ministero degli Interni quante sono le scorte in Italia. Quante? Ha risposto il sottosegretario Molteni: i magistrati dispongono di 416 agenti, altri 100 agenti tutelano i politici, e a crescere è stata la categoria dei giornalisti con 59 agenti e 27 automobili. Si sentono storie di uomini sobri che dopo aver ricevuto la scorta hanno perso l’equilibrio, iniziato a vedere fantasmi, ordinato di transennare anche le porte di emergenza. Servirebbe una puntata di Report. Silvio Berlusconi lo chiamava quid. Lavitola ha compreso che la scorta è il quid al tempo di Report, il quanto basta per assemblare un leader. Le auto che sgommano, gli agenti che escono dall’auto, quattro, invece che due. La scorta è il nostro premio di maggioranza.
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio
