Politica
L’offensiva del fondatore •
Grillo (di nuovo) contro Conte. “L’obiettivo è il simbolo”, dice il prof. Becchi. “E ora attenti a Di Battista”
Il fondatore accusa: "Il movimento ha perso la sua identità ed è finito a occuparsi di poltrone". Gli storici volti ancora al comando, da Fico a Taverna, tacciono e lasciano replicare Conte. Anche Di Maio (da Montecitorio) evoca lo scontro sul simbolo.Ma tutti ora guardano a Dibba. Sarà lui a "provare a rispondere" alle "domande" evocate da Grillo e abbandonate dal partito di Conte? Intanto si intromette anche l'uomo di Musk in Italia, Andrea Stroppa
30 LUG 26

“Il post di Grillo? Belin, ma me l’aspettavo. Era atteso”, dice il professor Paolo Becchi, genovese come il fondatore e, un tempo, considerato l’ideologo del Movimento. Beppe Grillo è tornato all’attacco. In un lungo post sul suo blog ha accusato: “'Il M5s ha perso la sua identità e, soprattutto, quella ‘diversità’ che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica, ma poi la politica ha cambiato il MoVimento. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone”. Da Fico a Taverna, da Appendino a Raggi, tra gli storici esponenti – “i rivoluzionari che scoprono i palazzi”, li chiama Grillo – è un profluvio di “no comment”. Le repliche sono lasciate a Conte: “Aveva detto che Draghi era un grillino, fate un po’ voi”, dice con argomento rodato.
Ma, anche se nell’intervento il fondatore non la cita mai, è alla causa sul simbolo con l’ex premier, la cui udienza, poi rinviata, doveva svolgersi tre giorni fa, sostiene Becchi, che bisogna guardare. “Con Beppe – dice – è sempre così, bisogna leggere tra le righe. Prima del rinvio si sapeva che a luglio doveva iniziare la causa contro Conte per riprendersi il simbolo. E così, anche se i giudici hanno rinviato, lui ha deciso comunque di farsi sentire in un altro modo, mandando un messaggio anche a questi magistrati che si trovano in una situazione molto delicata su un partito importante, per dire loro: ‘guardate che io non mi sono dimenticato della causa, ci tengo a quella cosa lì, non potete mica rinviarla per i prossimi anni, perché le elezioni saranno quest’anno e prima di allora dovrà esserci una sentenza’”. Con questa interpretazione, sembra d’accordo anche Luigi Di Maio, ex pupillo di Grillo, ma ormai uomo di establishment (persino internazionale) che era ieri alla Camera per un’audizione sulla crisi nel Golfo. Era nei panni di inviato speciale della Ue, ma, per qualche minuto, è tornato, come accadeva ai vecchi tempi, esegeta dei messaggi del fondatore. Interpellato dai cronisti ha detto la sua: “Le dichiarazioni di Grillo sono legate al fatto che c’è una sentenza che deve arrivare sul simbolo. E’ normale che una delle due parti utilizzi il tema dei valori fondanti per rivendicarne l’integrità”. E sul fatto che la partita sia proprio questa concorda anche un ex parlamentare rimasto vicinissimo a Grillo come Marco Bella: “Beppe – dice – rivuole simbolo e nome, che sono suoi anche semplicemente dal punto di vista morale. Se fossi uno dei parlamentari dell’attuale partito di Conte, mi sentirei in imbarazzo ad usare qualcosa che non mi appartiene. Come se qualcuno occupa casa, non è che per questo ne diventa il proprietario, neppure per idea”.
Grillo nel lungo elenco di “temi traditi” – reddito di cittadinanza, democrazia diretta, limite dei due mandati e transizione ecologica, diventati ormai, dice “slogan da pronunciare nei convegni e dimenticati dopo il buffet” – cita, indirettamente, anche Musk e la sua previsione sui lavori che scompariranno e renderanno necessario “un reddito universale”. E riceve così, poco dopo, il plauso di Andrea Stroppa, “l’uomo di’ Musk in Italia” che su X scrive: “Il M5s, una potente innovazione portata al grande pubblico da Grillo e tradita da disgraziati. Sarebbe giusto che il tornasse al co-fondatore e che si ripartisse dall’idea originaria”. Tanto basta a chi è vicino a Conte per malignare: “Vedete, se pure Stroppa è d’accordo è perché sa bene che indebolire il M5s significa favorire la destra e Vannacci”. Ma il timore reale è che al di là della guerra su un’immaginario e su un simbolo, ci possa davvero essere qualcosa che, politicamente, si muove. Il post di Grillo termina d’altronde con una frase sibillina: “Il MoVimento era nato per affrontare queste domande che non sono scomparse, sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…”. Una minaccia? “Questo è l’altro messaggio nascosto tra le righe e riguarda il futuro”, dice il prof. Becchi. “Grillo dice che c’è bisogno che qualcuno riprovi a riprendere le battaglie di un tempo. E qualcuno in effetti c’è”. Chi? “Alessandro Di Battista non ha rinunciato all’idea di un partito. Ha fatto un esperimento con la raccolta firme contro il finanziamento pubblico ai giornali. Ne ha raccolte oltre 300 mila, non abbastanza per un referendum, ma sufficienti per presentarsi al voto. Se la legge elettorale non prevederà le preferenze, entrerà in campo. E a quel punto, tra il simbolo contestato e un Di Battista che torna come erede del Movimento che fu, le cose potrebbero prendere tutta un’altra piega”.
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A Roma da sempre, anzi dal 1992, a eccezione di una parentesi di due anni a Perugia per studiare giornalismo. Una laurea in Economia. Prima del Foglio, ha scritto per OmniRoma, Agenzia Nova e il Tempo. Tende ad appassionarsi a troppe cose rispetto al tempo che una vita concede

