La fatale legge elettorale

Nessun tecnicismo, la questione è tutta politica. Cambiare le regole per non perdere. Dalla legge Acerbo al gerrymandering


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La legge Acerbo prometteva un premio di maggioranza, pari a due terzi dei seggi, a vantaggio della lista che avesse ottenuto almeno il 25 per cento dei voti (foto Getty)

La discussione e l’approvazione della nuova legge elettorale furono rapidissimi. Proposta dal Consiglio dei ministri in giugno, fu discussa alla Camera dal 10 al 15 luglio, approvata il 21 luglio. In Senato dovettero rimandare l’approvazione a novembre. C’è chi dice: “per rasserenare il clima e preparare il terreno per la successiva campagna elettorale”. Non rasserenò un bel nulla. Anche perché cambiare le regole del gioco non aveva l’obiettivo di migliorare il gioco, renderlo più interessante, ma favorire una delle squadre, a scapito dell’altra.
La nuova legge elettorale prometteva un premio di maggioranza, pari a due terzi dei seggi, a vantaggio della lista più votata. Il quorum per ottenere automaticamente una maggioranza assoluta di seggi era di appena il 25 per cento dei voti validi. Sarebbe quindi bastato un voto su quattro per ottenere una Chambre introuvable, come quella di Luigi XVIII nell’Ottocento, o una maggioranza bulgara, come è uso dire in gergo giornalistico. In commissione qualcuno si era opposto. Aveva proposto che il quorum venisse innalzato al 40 per cento almeno. Niente da fare. In aula ci fu chi propose di alzare il quorum dal 25 ad almeno il 33 per cento. Ma il governo si era impuntato. Aveva posto la fiducia. 25 per cento o tutti a casa. Non c’era Corte costituzionale che potesse farli ragionare. La legge passò com’era.
La cosa buffa è che di quel premio di maggioranza non avevano bisogno. La cosa decisiva non fu il premio, effettivamente scandaloso, ma la coalizione. Allora si votava a scrutinio segreto. La legge passò grazie ai voti dei deputati nazionalfascisti, di quelli liberali e all’astensione o al voto favorevole di parte dei popolari cattolici. Il voto parlamentare segreto aveva rivelato una fatale capacità coalizzatrice dei fascisti e un’incapacità di coalizzare della potenziale opposizione. Galeotta fu la coalizione, non la legge elettorale.
Alle politiche, la lista dei partiti che componevano la maggioranza, passata alla storia come listone, ebbe il 60,9 per cento dei voti, superando di gran lunga il quorum del 25 per cento, e aggiudicandosi 355 seggi su 535. Come non bastasse, una lista “civetta” (detta lista bis), presentatasi solo in alcune regioni, diede alla maggioranza altri 19 seggi, a scapito delle briciole proporzionali spettanti all’opposizione. Non volevano sorprese. Non volevano pareggi. Era come decidere in anticipo quale squadra si sarebbe aggiudicata la coppa del mondo. Il listone indicava di fatto la scelta del premier. Venne chiamato “Listone Mussolini”.
La legge Acerbo passò anche grazie ai voti dei liberali e all’astensione di parte dei popolari. L’elemento decisivo fu la coalizione
Quella legge elettorale è nota anche come Legge Acerbo, dal nome del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, un fascista moderato, che l’aveva redatta. L’anno in cui venne approvata, e promulgata a novembre, era il 1923. Si votò il 6 aprile 2024. Peraltro fu la prima e ultima volta che si votò con la legge Acerbo. Nel 1929 sarebbe stato introdotto un sistema plebiscitario, col fascismo pigliatutto. Le donne non avevano diritto di voto. La nuova legge aveva però abbassato l’età per votare: da 30 a 25 anni. L’inno del fascismo era, non per niente, Giovinezza, giovinezza
Era evidente che l’approvazione di una nuova legge elettorale avrebbe portato allo scioglimento delle Camere e ad andare al voto quanto prima. Siccome a capo del governo c’era il cavaliere Benito Mussolini, significava andare a votare con il ministero dell’Interno in mani fasciste. Non furono elezioni tranquille. Un candidato socialista fu ucciso, diversi candidati di sinistra furono feriti, fu impedita l’affissione di manifesti sgraditi, i prefetti ingerirono a favore del governo. La Milizia volontaria per la sicurezza nazionale aveva legalizzato e messo a difesa dell’ordine pubblico le squadre fasciste. Persino la guardia armata di Montecitorio era stata sottratta ai carabinieri e affidata alle Camicie nere. Mussolini alternava abilmente persuasione e intimidazione verso gli alleati nel governo. “Questo governo, che è dipinto come liberticida, è stato forse troppo generoso […] ma, o signori, non bisogna abusare di questa nostra generosità”, aveva detto a Montecitorio, riferendosi alle “300 mila camicie nere che esistono, che non attendono che d’essere chiamate”.
Insomma: o votate questa riforma, o saltate quella finestra. Alla faccia del rasserenare gli animi! Mussolini rivendicava ogni mezzo per tenersi alla testa del governo. Teorizzava, proprio nei giorni in cui il suo partito proponeva la nuova legge elettorale: “Quando un gruppo o un partito è al potere, esso ha l’obbligo di fortificarvisi e di difendersi contro tutti” (l’articolo “Forza e consenso”, in Gerarchia, marzo 1923). Era spregiudicato. Ma non stupido. I fascisti non osarono proporre una riforma costituzionale, qualcosa per cui occorresse più di una maggioranza semplice, perché sapevano benissimo che su quella sarebbero stati battuti. Gli fu dura anche far passare una legge semplice.
I popolari proprio il 10 luglio erano stati privati del segretario don Luigi Sturzo, dimissionario per pressione di Mussolini sui vertici ecclesiastici. Si spaccarono, buona parte votarono con i fascisti. La componente parlamentare liberale, pure divisa in molte fazioni, contava almeno 187 deputati contro gli appena 35 del gruppo parlamentare fascista, votò come voleva Mussolini, o si astenne. Votò a favore della legge Acerbo il fior fiore dell’intelligenza, compreso Benedetto Croce. Sostenevano che si trattava di un male necessario per garantire stabilità e arginare il “politicantismo” e la frammentazione parlamentare. Quattro su cinque ex presidenti del Consiglio (Giolitti, Salandra, Nitti, Orlando, con la sola eccezione di Ivanoe Bonomi) votarono a favore o si astennero dal fare campagna contro.
Eppure non erano degli sprovveduti. Francesco Saverio Nitti si era tirato fuori dallo scontro, convinto com’era che “bisogna che l’esperimento fascista si compia indisturbato; nessuna opposizione deve venire da parte nostra”. “Se l’esperimento non riuscirà, nessuno potrà dire che l’insuccesso dipende da noi [l’opposizione], o comunque che abbiamo creato ostacoli. Se riuscirà, si dovrà tornare alla normalità e alla Costituzione, […] e i fascisti ci avranno reso un gran servigio”. Questa la lezione di realismo politico da strapazzo impartita da Nitti nella lettera del 23 aprile 2023 a Giovanni Amendola, il quale invece si ostinava a sostenere che “La Costituzione rappresenta la linea di resistenza al di là della quale non si può, non si deve retrocedere”. C’è sempre chi pensa, in politica, di saperla più lunga degli idealisti ingenui. Giovanni Giolitti, che pure aveva partecipato attivamente ai lavori parlamentari, anzi aveva presieduto la Commissione parlamentare dei diciotto (una sorta di bicamerale incaricata di istruire la legge), era pregiudizialmente ostile al proporzionale. Gli riteneva preferibile qualsiasi altra soluzione. Pregiudizio a cui il vecchio volpone aggiungeva la convinzione che “sarebbe stata opera inutile e del tutto improduttiva tentare di battere il Governo su una questione di riforma elettorale”.
Il vecchio establishment del Regno d’Italia non amava affatto il maggioritario. Avrebbe preferito di gran lunga il ritorno ai collegi uninominali, il modello che gli aveva garantito una lunga stagione di governo. Il maggioritario gli era quasi più ostico del proporzionale, favorito invece sia dai cattolici del Partito popolare che dalle sinistre. Il sovranista, autoritario e centralista Vittorio Emanuele Orlando considerava la legge maggioritaria come un “esperimento da laboratorio”, che preludeva a un cancellierato (non lo chiamavano ancora premierato), assicurato da “una pseudo maggioranza creata artificiosamente”. Ma non aveva neppure preso parte al dibattito parlamentare. Sarebbe finito anche lui reclutato nel Listone sotto il simbolo del fascio littorio. Nessuno, nemmeno nelle migliori famiglie, resiste alla lusinga di un seggio in Parlamento.
Bonomi aveva intuito che, privata della funzione di sorreggere o far cadere i governi, l’aula di Montecitorio sarebbe diventata del tutto superflua
Salandra avrebbe addirittura accettato di fare il capolista. “Ma la legge sarebbe passata anche senza il nostro voto: e la situazione politica si sarebbe fatta, pel nostro dissenso, fin da allora più critica ed aspra”, si sarebbe poi giustificato nelle sue Memorie politiche. Solo Bonomi si adoperò per contrastare la legge Acerbo. Anzi, cercava di consolidare un’intesa tra popolari e socialisti su una linea di difesa ad oltranza del proporzionale, con i liberali riformisti nel ruolo di garanti e mediatori. Aveva intuito che una volta privata della funzione di sorreggere o far cadere i governi, l’aula di Montecitorio avrebbe perso ogni ruolo decisionale, diventando un organismo del tutto superfluo.
Gli altri centristi sbagliavano di brutto. Si arresero in nome dell’uovo oggi (l’obolo, il meno peggio) anziché la gallina domani (la difesa della democrazia parlamentare). Un deputato socialista, Luigi Frontini, li bollò come combattuti “tra il terrore della riforma e il terrore di non votare la riforma”. Già il Parlamento non godeva di gran prestigio, era disprezzato dalla destra quanto dalla sinistra. Ma fu il realismo interessato al proprio “particulare” dei liberali ad affossarlo. Nel merito, la maggioranza era divisa quanto l’opposizione. C’era chi sosteneva il proporzionale puro (“un uomo un voto”) e chi invece sosteneva i collegi uninominali (collegio per collegio vince il candidato che ha più voti). Mussolini si affidava a una scommessa: che, posti dinanzi al dilemma tra una cattiva legge elettorale e una crisi di governo senza ritorno, buona parte dei deputati liberali non gli avrebbe negato la fiducia. La vinse. Alla Camera, la legge Acerbo passò con un margine superiore alle aspettative. Al Senato passò perché ben 194 senatori non avevano partecipato al voto, insomma per astensionismo più che per consenso.
 Luigi Albertini, direttore del Corriere, dei padri nobili liberali disse: “Nei momenti più gravi tacciono, quando non brillano per la loro assenza”
Durissimo il giudizio del senatore Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, e capo del primo grande giornale-partito della storia italiana, non tacciabile di simpatie per la sinistra, a proposito della mancanza di coraggio dei padri nobili liberali: “Essi non parlano quasi mai, si compromettono il meno possibile. Anche nei momenti più gravi tacciono, quando non brillano per la loro assenza”. Non poteva certo immaginare, con un secolo di anticipo, l’epoca in cui parlano sempre, su tutti gli schermi, ma per non dire nulla. La conversione di Albertini all’antifascismo fu troppo tardiva perché avesse effetto. La sua audience, i suoi lettori, la borghesia lombarda, avevano già ingoiato e digerito il rospo, anzi cominciavano ad amarlo.
Le distrazioni, le omissioni, le occasioni perdute, sono spesso più colpevoli della complicità. Non era stato il fascismo a ridurli al silenzio. Semmai il loro silenzio aveva favorito il fascismo nella conquista del potere. Si consumò Il “suicidio” della classe dirigente liberale. Così avrebbe efficacemente definito la legge Acerbo lo storico Giovanni Sabbatucci, nel suo saggio del 1989. Tutto, o quasi tutto quel che vorreste sapere su come andarono le cose, nell’esaustivo recente saggio di Paolo Varvaro a cui ho attinto per quanto sopra. “Una larvata guerra civile”: l’opposizione liberale, in Annali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice: il presente storico, XXXVI, 3, 2024 (Rubbettino, 2024).
La cosa su cui non ci piove è che le riforme elettorali non sono mai questioni solo tecniche. Non sono neutrali. Sono strumentali. E’ una storia antica. Se ho paura di perdere le elezioni, ti cambio le regole. Idem se ho paura di non vincerle con margine sufficiente a garantirmi i “pieni poteri”. Talvolta mi va bene. Tal’altra, male. A perdermi può essere un eccesso di pessimismo, veder le cose più nere di quelle che sono in realtà. Oppure un eccesso di ottimismo. E’ possibile sbagliare i calcoli sopravvalutando la forza, la capacità di compattarsi degli avversari. Oppure sottovalutandola. Si può sbagliare per timidità. O sbagliare per tracotanza, eccesso di fiducia sul consenso alla propria parte o alla propria persona. E’ successo nelle migliori famiglie. Da noi successe a Matteo Renzi, quando pensò che un 40 per cento di consensi al suo Pd alle europee giustificasse una riforma pigliatutto, con abolizione del Senato e grosso premio di maggioranza. Disse che si sarebbe dimesso se al referendum non avessero approvato la nuova legge. Messi di fronte all’aut aut, o votate sì, o mi dimetto, agli elettori non parve vero poter dire finalmente la loro: andarono in massa alla urne a votargli contro. Successe a Matteo Salvini quando un simile risultato per la sua Lega gli fece credere di essere ormai lui il predestinato ai “pieni poteri”. Succede a quelli che fortissimamente vogliono fare i presidenti del Consiglio (o i presidenti della Repubblica). Succede a chi entra in Conclave Papa e ne esce solo cardinale. Potrebbe succedere a Giorgia Meloni. Anzi, le è già successo, quando ha confuso i consensi che sulla carta avevano i partiti che avevano votato la riforma della giustizia, col consenso che gli elettori gli avrebbero invece negato al referendum.
Non si tratta di una questione solo italiana. In America l’idea fissa di Trump, prima ancora di rimettere piede alla Casa Bianca, era cambiare le regole elettorali a proprio vantaggio, per mantenere, e se possibile allargare, la propria maggioranza. Lì lo chiamano redistricting, o, con un termine specifico difficile da rendere in italiano, gerrymandering. Viene dalla combinazione del nome dell’ottocentesco governatore del Massachusetts, Elbridge Gerry, e da salamander, salamandra in inglese. Consiste nel ridisegnare i confini di una determinata circoscrizione elettorale al fine di diluire o concentrare i ceti o le classi di età che si presume siano sostenitori di un determinato partito o candidato. In un sistema in cui in ogni circoscrizione chi arriva primo prende tutto, diventa decisivo concentrare nella circoscrizione che sei sicuro di perdere tutti i presunti sfavorevoli, e invece in una in bilico tutti i presunti favorevoli. Se concentri a Manhattan tutti quelli che sai già voteranno democratico, perderai quel distretto ma potresti magari prenderne altri. In California sei sicuro, mettiamo, di perdere le circoscrizioni in cui prevalgono neri e immigrati. Se ne allarghi i confini, aggiungendo e concentrando altri neri e immigrati, non puoi perdere più di quanto è già perso sulla carta. Ma puoi guadagnare altre circoscrizioni. Le linee dei collegi così ridisegnati per ottenere un risultato elettorale ottimale, nel caso di quelli ridisegnati due secoli fa dal governatore Gerry, erano così irregolari e tortuose da farlo sembrare a forma appunto di salamandra.
Trump e i repubblicani stanno mettendo nel redistricting molto più impegno che nel ridisegnare i confini geopolitici planetari
E’ la ragione per cui Trump e i suoi repubblicani stanno mettendo nel redistricting molto più impegno che nel ridisegnare i confini geopolitici planetari. Così come gli stati democratici ce la stanno mettendo tutta a impedirgli di ridisegnarli, oppure a ridisegnarli a proprio favore. Sulle regole elettorali è in corso una vera e propria guerra civile, a colpi di diktat amministrativi e ricorsi in tribunale. La Corte suprema finora ha dato ragione un po’ agli uni un po’ agli altri. A seconda di chi prevarrà in questa guerra civile, nelle elezioni di midterm alcuni stati decisivi potrebbero passare ai democratici, o viceversa. Si confermerebbe la maggioranza in Congresso ai repubblicani di Trump. O gli verrebbe negata, cosa che lo metterebbe a rischio di impeachment. It’s the electoral law, stupid!
In altre democrazie europee le cose sono ancora più complicate. In Germania gli è bastato Hitler fatto cancelliere negli anni Trenta in nome della stabilità. O almeno si spera gli sia bastato. In Francia a garantire stabilità era finora il doppio turno. Ma non sarebbe la prima volta che un pareggio porta a una coabitazione (peraltro gradita ai francesi) tra un presidente di un segno e un premier di segno diverso. In Regno Unito un risultato univoco dalle urne era stato garantito dai collegi uninominali. Ma la cosa non funziona più se i partiti da due (laburisti e conservatori), diventano tre o quattro. Meno ancora se il Regno, da Unito nel solo nome, si spezzetta in Inghilterra, Scozia e Galles. Delle due l’una: o dittatura di una maggioranza che è in realtà una minoranza, o i tanto deprecati ma indispensabili compromessi politici. Agli elettori l’ardua sentenza.