Dal Msi a Trump: Meloni e il prezzo della fedeltà tradita

Diffidenza da Londra, Parigi e Berlino e accuse da Vannacci: dopo anni di grande solidità, la strategia politica della premier tocca con mano i suoi limiti strutturali

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L'incontro dei leader europei con Zelensky a Londra (Foto Getty)

Giorgia Meloni viene da una tradizione politica nella quale la fedeltà vale più della competenza e spesso più delle idee. E’ una cultura politica nata all’opposizione, cresciuta nella marginalità e alimentata da un forte sentimento comunitario. Una cultura nella quale il peggior peccato non è sbagliare, ma tradire. Lo si capisce dal modo in cui, per anni, è stato raccontato Gianfranco Fini: non un leader che aveva imboccato una strada non condivisibile ma un traditore. La svolta di Fiuggi, il progressivo allontanamento dalle radici del Msi, sono stati letti prima di tutto come una rottura di fedeltà.
Meloni si è formata dentro questo universo sentimentale e politico. E ne ha conservato il lessico. La fedeltà ai compagni di strada, agli amici di una vita, ai camerati degli anni 70 e 80, è diventata il criterio con cui ha costruito la propria classe dirigente: non i migliori ma i più fidati, non i più competenti ma i più leali. Fini aveva scelto la rottura, Meloni ha scelto il rinvio. Non ha mai voluto consumare fino in fondo quella rottura simbolica che una parte dell’opinione pubblica e delle cancellerie europee le ha chiesto per anni. Per questo ha lasciato uno spazio di agibilità politica e simbolica ai vecchi camerati, ai reduci della comunità missina, alle organizzazioni e ai linguaggi che continuavano a considerarsi eredi di quella storia. Non necessariamente perché ne condividesse ogni parola d’ordine, ma perché una rottura definitiva sarebbe apparsa come un tradimento delle proprie origini. Allo stesso tempo, però, Meloni ha cercato di accreditarsi come leader di una destra conservatrice europea. Da presidente del Consiglio ha finito per fare molte delle cose che per anni aveva criticato: ha accettato i vincoli della finanza pubblica europea; ha collaborato con Bruxelles sul dossier migratorio; ha difeso l’atlantismo e il sostegno all’Ucraina anche quando una parte del suo mondo politico avrebbe preferito altre strade. L’esercizio del governo l’ha portata più volte a correggere, o addirittura rovesciare slogan che l’avevano accompagnata all’opposizione.
Per molto tempo questa ambiguità controllata è sembrata una prova di abilità politica. Meloni riusciva a parlare contemporaneamente a pubblici diversi, a rassicurare interlocutori internazionali senza rompere con la propria comunità di origine. Oggi, però, quello spazio di equilibrio si restringe. Le contraddizioni che per anni Meloni è riuscita a tenere insieme cominciano a trasformarsi in un problema. Da destra arriva la sfida di Vannacci, che costruisce il proprio consenso sull’accusa che Meloni abbia annacquato i valori identitari della destra. A Bruxelles, a Parigi, a Berlino resta invece il dubbio opposto: che la sua conversione all’europeismo sia più prudente che profonda. La fotografia di Starmer, Macron e Merz accanto a Zelensky a Downing Street non è soltanto una fotografia. E’ una gerarchia politica resa visibile: non perché l’Italia sia stata esclusa da qualche direttorio europeo, ma perché mostra chi viene considerato interlocutore indispensabile e chi no. Del resto Meloni ha sempre interpretato la politica soprattutto come una questione di relazioni personali. L’“amica Giorgia” non era soltanto una formula giornalistica, era l’idea che un rapporto di lealtà potesse trasformarsi in una risorsa politica. E’ la logica che l’ha portata a investire così tanto sul rapporto con Trump, immaginando di farne uno strumento utile per l’Italia e per l’Europa. Oggi quella scommessa mostra tutti i suoi limiti. La leader che per anni ha chiesto fedeltà ai suoi, che ha cercato di tenere insieme mondi diversi senza rompere con nessuno, si trova accusata di tradimento da più parti: da chi ritiene che abbia normalizzato troppo la destra italiana, da chi continua a considerarla troppo poco affidabile per il conservatorismo europeo e persino da Trump, che della lealtà personale ha fatto uno degli strumenti principali della propria leadership.
Meloni ha cercato di governare le contraddizioni attraverso la fedeltà. A lungo questa strategia ha funzionato. Ma arriva sempre un momento in cui la fedeltà non basta più a evitare una scelta. Per anni ha evitato la rottura che aveva segnato il destino politico di Fini. Oggi scopre che il problema dei guadi è che non si possono abitare per sempre.