Politica
Milano e la caccia alle streghe •
L’urbanistica non è un reato. Ci scrive la presidente dell’Ordine degli Architetti
Gli architetti non possono essere capri espiatori di scelte che sono state prima di tutto politiche. Francesca Scotti difende la professione, ma chiede una discussione adulta sul modello di città costruito negli ultimi anni
17 GIU 26

Foto Ansa
Venerdì 8 maggio sono intervenuta a un incontro dal titolo “L’urbanistica non è un reato”. L’urbanistica, ovviamente, non è un reato. Non lo è perché l’urbanistica è, o dovrebbe essere, una delle forme più alte della decisione pubblica: il luogo in cui una comunità decide come vuole crescere, quali parti della città vuole trasformare, quali interessi vuole comporre, quali squilibri vuole correggere, quale idea di futuro vuole rendere visibile nello spazio urbano.
Ma proprio per questo l’urbanistica non può diventare il terreno su cui tutti si nascondono. Non può diventare un alibi tecnico, uno scaricabarile amministrativo, un fascicolo giudiziario a cui affidare, anni dopo, la ricostruzione di scelte che avrebbero dovuto essere prima di tutto politiche. Milano non è cambiata per caso. Non è cambiata per una svista. Non è cambiata perché una categoria professionale, da sola, ha deciso di ridisegnare la città. Milano è cambiata perché per anni sono state assunte decisioni, sono stati dati indirizzi, sono state applicate norme, Tutto questo, fino a prova contraria, non è un reato. Ma è certamente una responsabilità. L’urbanistica ha una caratteristica che la rende diversa da quasi tutte le altre scelte politiche: resta. Una circolare si cambia, una delibera si corregge, un regolamento si aggiorna. Un edificio no. Un quartiere trasformato no. La città costruita rimane davanti agli occhi di tutti, ogni giorno, per decenni. La vedono i cittadini, la abitano le famiglie, la attraversano i lavoratori, la subiscono o la apprezzano le generazioni successive. Per questo la responsabilità urbanistica è forse la più visibile delle responsabilità politiche. Ed è, paradossalmente, quella che più spesso viene rimossa.
C’è poi un altro elemento che nel dibattito pubblico si dimentica troppo facilmente: il tempo della città non coincide con il tempo della cronaca. Quello che vediamo oggi non è quasi mai il risultato di una decisione presa ieri. Un edificio inaugurato nel 2026 può avere radici in scelte compiute anche più di dieci anni prima, in un PGT precedente, in una norma scritta due cicli amministrativi fa. Chi decide oggi sa che i risultati delle proprie decisioni saranno giudicati forse quando non sarà più al governo. Questo non cancella le responsabilità. Le rende più serie. E dovrebbe imporre a tutti un minimo di rigore prima di trasformare la discussione sulla città in un processo permanente.
Il problema principale, oggi, è la confusione. Si confonde il piano penale con quello amministrativo. Si confonde la legittimità degli atti con la bontà delle scelte. Si confonde la responsabilità dei singoli con la responsabilità di un sistema. E quando si confondono questi piani non si fa giustizia e non si fa nemmeno città. Se ci sono comportamenti individuali da accertare, sarà la magistratura a farlo, nel rispetto delle garanzie e della presunzione di innocenza. Se ci sono procedure amministrative da verificare, bisogna verificarle con serietà. Ma c’è un terzo piano che non può essere espulso dal dibattito: il piano politico. Che Milano abbiamo costruito? Che Milano abbiamo lasciato costruire? Che Milano vogliamo da qui in avanti?
Questo è il punto che oggi andrebbe detto con chiarezza: non possiamo delegare alla via giudiziaria ciò che appartiene alla responsabilità della politica. Non perché la giustizia non debba fare il proprio lavoro quando emergono ipotesi di irregolarità. Ma perché una città non dovrebbe essere governata a posteriori da un’indagine. Non dovrebbe essere un fascicolo penale a sostituire un piano urbanistico. Quando è un’aula di tribunale a decidere, dopo anni, quale equilibrio dove esserci tra interesse pubblico e iniziativa privata, tra rigenerazione e densificazione, tra mercato immobiliare e diritto alla città, quando le domande fondamentali sull’assetto urbano vengono poste solo dentro una vicenda giudiziaria, vuol dire che prima qualcosa non ha funzionato. Vuol dire che la politica non ha scelto con sufficiente chiarezza, che le norme non hanno parlato con sufficiente precisione, che l’amministrazione non ha avuto strumenti adeguati, che il confronto pubblico è arrivato troppo tardi. La via giudiziaria può accertare responsabilità individuali. Non dovrebbe diventare il surrogato di una politica urbanistica. Può dire se un atto sia legittimo o illegittimo, se un comportamento sia penalmente rilevante oppure no. Ma non dovrebbe dire da sola quale città vogliamo. Se arriviamo al punto in cui per capire la trasformazione di Milano dobbiamo aspettare le carte di un’inchiesta, abbiamo evidentemente perso una parte essenziale della discussione democratica.
Negli ultimi anni Milano è stata raccontata come modello di dinamismo, attrattività, modernità. E in parte lo è stata davvero. Ha saputo attirare investimenti, talenti, funzioni, energie. Ma oggi sarebbe irresponsabile non vedere anche l’altra faccia di quel modello: una città certamente più costosa, più tesa, più diseguale, stretta tra la pressione del mercato immobiliare e i bisogni di chi la abita. Nessuno, evidentemente, ha mai voluto intenzionalmente progettare una Milano diseguale. Ma la politica non dovrebbe limitarsi a dire che non lo voleva. Dovrebbe chiedersi se ha saputo prevedere gli effetti delle proprie scelte. Dovrebbe chiedersi se ha governato il mercato o se lo ha semplicemente accompagnato. Dovrebbe chiedersi se l’interesse pubblico sia stato davvero tutelato o se, in troppe occasioni, sia rimasto una formula pronunciata nei convegni e dimenticata nei procedimenti. In questa discussione gli architetti non possono essere muti. Ma non possono nemmeno essere trasformati nel capro espiatorio di tutto. L’architetto è un prestatore d’opera intellettuale e ha il dovere di contribuire al dibattito pubblico, di elaborare un’idea di città, di segnalare criticità. Ma è anche un professionista che opera dentro un quadro normativo che non scrive. Lo applica, lo interpreta, lo rispetta, può criticarlo nelle sedi opportune. Attribuire a un’intera categoria la responsabilità di scelte che sono state prima di tutto politiche è un’operazione comoda, ma ingiusta.
Questo non significa difendere corporativamente qualunque cosa anche perché, vale la pena di ricordare, l’Ordine degli Architetti che io rappresento non è un sindacato ma è un’istituzione a tutela dell’interesse pubblico e non dei propri iscritti. Significa fare fino in fondo la nostra parte: offrire alla politica strumenti di lettura, analisi, valutazione degli effetti. La competenza tecnica non deve sostituirsi alla decisione democratica, ma deve impedire che la decisione democratica diventi cieca. Non spetta a noi dire quale città debba volere la politica. Spetta a noi dire quali conseguenze producono certe regole. E spetta alla politica assumersi la responsabilità di scegliere.
Oggi questa responsabilità va esercitata su due livelli. Il primo è locale. Milano ha bisogno di riaprire luoghi stabili di confronto tra amministrazione, ordini professionali, tecnici, cittadini. L’Osservatorio Edilizio, previsto dal nostro Regolamento Edilizio ma oggi sostanzialmente chiuso, deve tornare a funzionare e non essere un ornamento istituzionale. Deve tornare a essere il luogo in cui le criticità emergono prima di diventare casi giudiziari, prima di diventare scandali mediatici, prima di diventare ferite urbane. Deve servire ad anticipare, non a inseguire. A leggere gli effetti delle norme mentre producono trasformazioni, non quando quelle trasformazioni sono ormai finite e la discussione si è già spostata nelle procure o sui giornali.
Il secondo livello è nazionale. L’Italia continua a governare trasformazioni urbane del XXI secolo con un telaio normativo nato in un altro mondo. La legge urbanistica fondamentale è del 1942: prima della Repubblica, prima della Costituzione, prima dell’Italia che conosciamo. Da allora si sono stratificati interventi, decreti, e soprattutto leggi regionali. Se la legge non dice con chiarezza quando sono obbligatori i piani attuativi, con quali soglie e con quali conseguenze l’ambiguità scende lungo la catena: regioni, comuni, uffici, professionisti, giudici. E alla fine il governo della città non avviene più nella politica, ma nelle carte bollate. Lo stesso vale per il Testo unico dell’edilizia. Oggi la pratica più diffusa nelle città non è costruire su terreni vergini, ed è un bene. E’ sostituire edifici esistenti: demolire e ricostruire con caratteristiche diverse per sagome, altezze, sedimi, destinazioni d’uso. Ma la sostituzione edilizia non è riconosciuta in modo autonomo come qualifica. Finisce, a seconda delle interpretazioni, nella qualifica di ristrutturazione o nuova costruzione, con effetti procedurali profondamente diversi. Questa zona grigia produce incertezza per i cittadini, rischi per i professionisti, difficoltà per le amministrazioni, conflitti per la città. Inserire formalmente la sostituzione edilizia come categoria autonoma non è una finezza da tecnici. E’ una condizione minima di serietà.
La chiarezza delle norme è una garanzia democratica. Quando le regole sono chiare, l’interesse pubblico può essere difeso meglio, i professionisti possono lavorare con certezza, le amministrazioni possono controllare con efficacia, i cittadini possono capire che cosa accade nella loro città. Per questo bisogna smettere di usare l’inchiesta giudiziaria come alibi per non discutere di politica urbana. Distinguere i piani non significa assolvere tutti. Significa evitare che tutti si assolvano da soli. La magistratura faccia il suo lavoro sui singoli comportamenti. L’amministrazione verifichi le procedure. I professionisti si assumano il proprio ruolo tecnico e culturale. Ma la politica torni a fare la politica: dica quale città vuole, con quali regole, con quali limiti, con quale idea di interesse pubblico.
L’urbanistica non è una fatalità. Non è una somma di pratiche edilizie. E’ una scelta. E se è una scelta, qualcuno deve avere il coraggio di rivendicarla, criticarla o difenderla, correggerla o cambiarla. Milano ha bisogno di una discussione adulta sulla città che è diventata e sulla città che vuole essere. Perché quando l’urbanistica viene consegnata ai tribunali, abbiamo perso tutti.
Francesca Scotti
presidente dell’Ordine degli Architetti
