La Lega rivuole Salvini al Viminale, invece di puntare su ciò che più interessa al Nord: l’economia

Prima il Carroccio ha scaricato il suo elettorato di riferimento e poi, con la secessione di Vannacci, ha perso il primato sul fronte del populismo. E con le questioni economiche fuori dal suo radar politico, Giorgetti diventa un asset tanto prezioso quanto inutile per il leader leghista. Paradossi

12 GIU 26
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Foto ANSA

Per fermare il generale Roberto Vannacci ci vuole il capitano Matteo Salvini? Lo stato maggiore della Lega ne sembra convinto, se è vero che dal Consiglio federale di mercoledì è uscita la richiesta di scambiare il ministero dei Trasporti con quello dell’Interno. La nostalgia per il 34,3 per cento che Salvini conquistò dal Viminale è, in questo caso, canaglia: le circostanze del 2019 sono irripetibili. Il leader leghista era riuscito a costruire un ponte (pun intended) con il Mezzogiorno senza tagliare il cordone ombelicale con il Nord; e questo era possibile, tra l’altro, perché la Lega era uscita dal centrodestra, proprio mentre la stella del Cav. stava tramontando e quella di Giorgia Meloni doveva ancora sorgere.
Quell’esperienza ha, però, lasciato una duplice eredità da cui il Carroccio non riesce a liberarsi. In primo luogo, la Lega ha – letteralmente e consapevolmente – rinunciato alla sua vocazione territoriale, rimuovendo il Nord perfino dalla sua stessa denominazione. 
A difendere il fortino sono rimasti solo i governatori (mercoledì il presidente della Lombardia Attilio Fontana si è lamentato che “fanno le leggi contro il Nord”). Secondariamente, il partito ha compiuto un’altra scelta cruciale: ha rinunciato ai temi economici. La fase “nordista” era soprattutto la manifestazione di una (percepita) comunanza di interessi: la mitologia dell’acqua del Po era strumentale a una narrazione più ampia e identitaria, ma il punto di partenza era – ed era sempre stato – lo squilibrio fiscale tra una Padania produttiva e un Mezzogiorno sussidiato. La prova veniva dal “residuo fiscale”, cioè la differenza tra imposte versate e spese ricevute.
Nelle ultime elaborazioni della Banca d’Italia, relative al 2019, il Centro-nord aveva un saldo negativo per 95,9 miliardi di euro, mentre Sud e Isole ottenevano 64,2 miliardi più di quanto versavano (la differenza corrisponde all’avanzo primario che, andando a ripagare il debito pubblico, non è imputabile a nessuna regione in particolare).
Questo spostamento politico e geografico emerge chiaramente dal peso che la Lega dà ai portafogli ministeriali. Durante la prima fase della sua storia, puntava ai dicasteri economici: nel primo governo Berlusconi (1994) aveva le Politiche europee, le Riforme, l’Interno, il Bilancio e l’Industria; nel Berlusconi II e III (2001-2006) le Riforme, la Giustizia e il Lavoro; nel Berlusconi IV (2008-2011) le Riforme, le Semplificazioni, l’Interno e l’Agricoltura. Con Salvini segretario, nel governo Conte I ha la Pubblica amministrazione, le Autonomie, la Famiglia, l’Interno, l’Agricoltura e l’Istruzione (oltre che, per un breve periodo, gli Affari europei); con il governo Meloni gli Affari regionali, le Disabilità, l’Istruzione e i Trasporti. E’ vero che, attraverso Giancarlo Giorgetti, formalmente occupa la scrivania del piemontese Quintino Sella (quello del pareggio di bilancio). Ma Salvini ha sempre chiarito di non considerare Giorgetti un suo uomo, ma un tecnico. Lo stesso ministero dei Trasporti, che pure una rilevanza economica ce l’ha, è un taxi che non viaggia verso Nord (e infatti l’opera simbolo della gestione salviniana è il Ponte sullo Stretto).
Il Viminale, beninteso, ha sempre avuto una rilevanza nella logica leghista: prima di Salvini nel 2018, l’aveva occupato Roberto Maroni nel 1994 e nel 2008. Ma diversi erano il contesto e le finalità: per quella Lega, gli Interni erano anzitutto un’assicurazione contro i colpi di mano (lo stesso Maroni aveva subito una perquisizione illegale del suo ufficio nel 1996). Inoltre, per un partito fortemente ancorato alla dimensione locale, il tema della sicurezza era due volte cruciale: perché la sicurezza è il cuore del patto dello stato con il cittadino e perché era la prova di quanto male “loro” gestivano i “nostri” soldi. Oggi che di tasse non parla più, il richiamo securitario perde questa intonazione e rende la Lega indistinguibile da qualunque partito di destra. Chi ieri la votava, oggi può tranquillamente scegliere Fratelli d’Italia e domani magari Vannacci.
Il paradosso è che ciò accade proprio quando Via Bellerio esprime il ministro dell’Economia: ma, poiché l’economia è uscita dal suo radar politico, Giorgetti diventa un asset tanto prezioso quanto inutile per Salvini. Doppio paradosso, perché sull’economia non solo la Lega aveva un canale privilegiato di comunicazione con i suoi ex elettori, ma lo stesso Vannacci non può essere competitivo, avendo idee confuse e nessuna esperienza o credibilità di governo.
In sostanza, prima il Carroccio ha scaricato il suo elettorato di riferimento e poi, con la secessione di Vannacci, ha perso il primato sul fronte del populismo. Molti elettori settentrionali si sono disamorati non perché adesso c’è Vannacci, ma perché la Lega fu Nord, parlando di tutto, non si distingue più su niente.