Politica
L'errore statistico •
Perché i sondaggi a volte sbagliano? Da Venezia a Vannacci, cosa inganna le previsioni
Il compito delle rilevazioni politiche è quello di restituire una fotografia della realtà, basata sulle serie storiche. Ma alcuni fenomeni nuovi possono ribaltare il risultato. I fattori imponderabili, i nuovi partiti come Futuro Nazionale e le variabili difficili da misurare. Parlano i sondaggisti Gigliuto, Noto e Buttaroni

Foto Ansa
Liste civiche, margini di errore calcolati e fenomeni politici nuovi. Di norma i sondaggi ci offrono una fotografia abbastanza fedele della realtà, ma quando intervengono fattori imponderabili anche la statistica può sbagliare. Come dimostra il caso Venezia. Nell’ultima tornata amministrativa del 24 e 25 maggio, tra gli oltre settecento comuni al voto, c’erano anche diciotto capoluoghi di provincia, di cui uno anche di regione, Venezia appunto. In quel caso alcuni istituti di sondaggi davano il candidato del centrosinistra, il senatore del Pd Andrea Martella, al 49 per cento, mentre quello del centrodestra, Simone Venturini, assessore uscente della giunta Brugnaro, al 41. Insomma, c’erano tutte le carte per avere un ballottaggio, ma con il campo largo in vantaggio. Subito dopo il voto però il risultato è stato l’opposto di quello previsto: ha vinto Venturini al primo turno con il 51,03 per cento, Martella si è fermato al 39,1. Dove ha sbagliato la statistica?
Carlo Buttaroni dell’istituto Tecné, spiega al Foglio il motivo della discrepanza tra voto stimato e ottenuto e precisa che “c’è un elemento che ha il potere di stravolgere la continuità statistica, e quell’elemento è la politica”. Nel caso del capoluogo veneto il dato che non poteva essere ponderato era l’effettivo valore della lista civica di Venturini che ha preso il 30,11 per cento, molto al di sopra degli altri partiti della coalizione. “E questo probabilmente è stato uno degli elementi decisivi della sua vittoria”, dice Livio Giugliuto dell’Istituto Piepoli. Questa lista non aveva partecipato a elezioni in precedenza e quindi è venuto a mancare il confronto con la serie storica. I sondaggi, infatti, utilizzano dei modelli statistici storici, cioè basati sul comportamento del passato, ma “un fenomeno politico nuovo – continua Buttaroni – è in grado di ribaltare le stime fatte”. Sul punto interviene anche Antonio Noto dell’omonimo istituto di sondaggi: “Venturini era un assessore uscente che evidentemente si è fatto apprezzare dai suoi cittadini. Il sondaggio è molto più preciso quando c’è un consenso di tipo ideologico. Invece quanto più il consenso si basa sul merito della persona e non sull’ideologia, come nel caso di una civica, si mette in moto un comportamento che può sfuggire alla rilevazione”.
Ma Venezia non è l’unico caso recente. Anche a Reggio Calabria e Fermo ci sono state delle differenze tra quello che avevano rilevato i sondaggi e il risultato delle urne. Nella città calabrese, la maggior parte delle rilevazioni dava per vincente il candidato di centrodestra Francesco Cannizzaro contro lo sfidante Domenico Donato Battaglia. Cannizzaro ha poi effettivamente vinto al primo turno con il 65,6 per cento, ma alcuni istituti hanno sottostimato il distacco con una differenza di quasi dieci punti. Anche in quel caso sono entrate in gioco le civiche. “A sostenerlo ce n’erano diverse”, ricorda Noto, tra cui anche quella del candidato, che ha preso il 12 per cento (più di Fratelli d’Italia e Lega e lo 0,02 per cento in meno rispetto a Forza Italia). A Fermo invece non ci sarà un secondo turno perché il civico Alberto Maria Scarfini ha vinto con oltre il 52 per cento contro i due candidati del centrodestra e del campo largo. Secondo alcuni sondaggi, nessuno dei tre era dato sopra il 35 per cento.
C'è poi un fattore temporale. Le ultime rilevazioni per le comunali risalgono a una ventina di giorni dalla data dell’elezione perché, per legge, i sondaggi non possono essere pubblicati nei quindici giorni prima del voto. E questo potrebbe alterare il dato. “Le persone decidono a ridosso del voto. E questo si è visto soprattutto con il referendum di marzo”, dice Buttaroni.
Diversi sondaggi non davano per certa la vittoria del no alla consultazione sulla riforma della giustizia, o quantomeno non con una differenza così ampia (53,75 per cento contro 46,25 di sì): “Abbiamo notato un fenomeno, soprattutto nelle fasce giovanili: circa cinque milioni e mezzo di elettori che non avevano votato alle europee, non avevano votato alle politiche e non sarebbero andati a votare se ci fosse stato il rinnovo del Parlamento quel giorno sono scesi in campo”. E questo, aggiunge Gigliuto, “è stato un fattore assolutamente imprevedibile che ha rivoluzionato qualcosa. Si è trattato dei così detti cigni neri, come li ha definiti Nassim Nicholas Taleb”.
C'è poi un margine statistico da considerare. I sondaggi, ricorda Noto, hanno una stima di errore che si aggira intorno al 3,5 per cento, quindi “anche quegli istituti che davano il No al 49 per cento rientravano nell’errore statistico. Anche se poi è chiaro che dal punto di vista politico un conto è prendere 53, un altro 49. Ma in statistica è diverso. Come tutte le scienze probabilistiche i sondaggi hanno un livello di affidabilità molto alto, ma non è mai uguale al 100 per cento. In media si arriva al 95”. E a determinare quanto un errore nella rilevazione possa considerarsi accettabile è il budget. Buttaroni spiega che “più è alto il budget, maggiore sarà il campione e di conseguenza più basso sarà l’errore: è una questione matematica”.
Nella recente storia politica italiana, un altro errore dei sondaggi c’è stato anche quando il Movimento 5 Stelle si è presentato per la prima volta alle politiche nel 2013. Tredici anni fa il partito di Grillo era stato molto sottovalutato: “Era un soggetto politico nuovo e non aveva un indicatore di analisi storica, in questi casi il margine di errore è maggiore”, dice Noto. Anche se, prosegue, “è stato un caso strano perché di solito le forze politiche che non si sono misurate con un’elezione sono generalmente sovrastimate”. E a questo punto il discorso si sposta sulla nuova creatura di Roberto Vannacci, Futuro nazionale, che i sondaggi danno stabilmente tra il 4 e il 5 per cento. “La novità colpisce sempre di più, poi però quando il partito inizia ad avere un suo posizionamento politico può succedere che alcuni elettori si ritraggano”. In generale, i tre sondaggisti concordano nel ricordare che sbaglia chi attribuisce al sondaggio un valore predittivo perché le rilevazione fatte mostrano soltanto una fotografia o un trend: “Tra le molte proprietà che il sondaggio ha, l’unica che sicuramente manca è quella di predire il futuro”.