Ritratto di Silvia Salis. “Io l’anti Meloni? Ci penserei”

Tenacia nella preparazione e velocità dell’esecuzione. Ambizioni, amici, non amici, staff e il tentativo di esportare nella politica il modello dello sport. Possibile? Chi è davvero Silvia Salis, sindaca di Genova, e come sta costruendo il suo percorso per diventare l’anti Meloni. Un ritratto a più voci

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20 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:03 PM
Immagine di Ritratto di Silvia Salis. “Io l’anti Meloni? Ci penserei”

La sindaca di Genova Silvia Salis alla 42/a assemblea dell’Anci alla Fiera di Bologna, 13 novembre 2025. ANSA/MICHELE LAPINI

Uno, due, tre giri, il braccio che rotea, il piede che si pianta a terra, il corpo che si prepara al parossismo di tensione, la fune che si tende e la sfera metallica che, infine, spicca il volo minacciosa: guardi per la prima volta in vita tua un video di lancio del martello, non sapendo nulla di una disciplina che affonda le sue origini nella notte delle Highlands scozzesi, e trasecoli. Anzi: trasecoli e capisci tutto o forse non capisci niente, perché è chiaro che Silvia Salis, sindaca di centrosinistra di Genova ed ex atleta martellista, per aver vinto dieci titoli nazionali ed essere andata due volte alle Olimpiadi con uno sport simile, deve aver esercitato per anni tenacia e velocità, caratteristiche che tutti coloro che hanno avuto un ruolo nella scelta del suo nome per la corsa al Comune le riconoscono, Andrea Orlando in testa: “Silvia è di una rapidità incredibile nel comprendere problemi e trovare soluzioni”, dice l’ex ministro dem; “parli a Silvia di una vecchia iniziativa sull’emergenza tossicodipendenze e lei il giorno dopo ha già pronto il nuovo piano d’azione in materia”, dice Roberta Pinotti, ex ministra pd e punto di riferimento del centrosinistra ligure. Ma è anche un mistero il motivo per cui Salis, ex atleta in uno sport in cui la forza quasi bruta e l’agilità paiono caratteristiche necessarie ma non sufficienti, sia arrivata alla decisione di scegliere proprio quella disciplina: sarà stata passione, come dice l’ex atleta e dirigente sportivo Fabio Pagliara, colui che, a una festa di Natale della Federazione atletica, le ha presentato il marito regista Fausto Brizzi (“Fabio, ho appena conosciuto la mia futura moglie”, aveva detto Brizzi) oppure strategia, come nota un altro dirigente sportivo che sottolinea “le doti di previsione rispetto alle potenzialità di uno sport nuovo per le donne”?
Non a caso, comunque, la prima volta che ha incontrato Silvia Salis, il suo attuale vice al Comune, Alessandro Terrile, assessore al Bilancio e alle Partecipate e uomo chiave del Pd cittadino, ha pensato: “Questa ragazza applicherà il metodo agonistico alla politica”, nel senso intanto della preparazione: “Silvia non va da nessuna parte senza aver letto i dossier, e se non sono pronti per tempo devono essere pronti per tempo”, scherza Terrile. Dopodiché le riunioni durano al massimo mezz’ora, anzi addirittura cinque minuti, come ha raccontato Lorenzo Garzarelli, il consigliere comunale di Avs con delega agli eventi a cui è venuta l’idea del dj-set elettronico gratuito in piazza Matteotti, con la dj belga Charlotte de Witte intenta a mixare davanti a migliaia di giovani e meno giovani e con la sindaca intenta a ballare dietro alla consolle, occhialoni da sole vintage e camicia jeans (costo del concerto: meno di 150 mila euro per fare qualcosa per i ragazzi, ha detto Salis, in una città considerata anziana).
E ci dev’essere la vena della martellista anche dietro all’idea, non espressa ma fatta trapelare, sia nel ruolo di vicepresidente vicaria al Coni, prima, sia nella discesa in politica, poi, che si gareggi non solo per partecipare ma per vincere, motivo per cui Salis deve aver declinato gentilmente l’offerta dell’ex ministro e deus ex machina dem Dario Franceschini, volato a Genova dopo il referendum per offrirle sul “vassoio d’argento” la guida di una sorta di “Margherita 3.0” (da definizione di Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera). E dev’essere per la stessa ragione che Salis si esprime come si esprime sulle primarie (“sono divisive”, dice, nonostante i ripetuti segnali di interessamento nei suoi confronti) e si è espressa come si è espressa nell’intervista a Bloomberg di qualche giorno fa, quando, interpellata come possibile anti Meloni, a un certo punto ha detto: “Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni… sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione”. Parlava magari soltanto per ipotesi, la sindaca, si è cercato poi di ricostruire anche per allontanare la questione oltre l’orizzonte delle Politiche 2027, tanto più che Salis ripete che al momento fa la sindaca di Genova e punto, ma intanto si era sollevato il gran polverone delle dichiarazioni dem, a partire da quella dello stesso Franceschini (“nessun federatore, sì alle primarie”), del presidente dem Stefano Bonaccini (“la soluzione Salis? Discutere ora di primarie è surreale”) e dell’ex ministro Orlando (“la discussione sulle primarie può far disamorare. Salis? Non ha bisogno di consigli, penso debba rimanere ingaggiata nel campo largo”), il tutto mentre la sindaca ribadiva la stima per la segretaria dem Elly Schlein e Schlein faceva sapere di essere “pronta a fare la premier”.
Elly Schlein con Silvia Salis durante l'incontro "Democrazia alla Prova", nel palazzo Ducale di Genova, 23 gennaio 2026 (foto di Luca Zennero per Ansa)
Elly Schlein con Silvia Salis durante l'incontro "Democrazia alla Prova", nel palazzo Ducale di Genova, 23 gennaio 2026 (foto di Luca Zennero per Ansa)
Ma chi è davvero Silvia Salis?
Se lo chiedono in molti, nel campo largo, come se lo è chiesto un anno fa Genova, città di mare e di contraddizioni, rispetto alla candidata nel cui profilo coabitano elementi apparentemente inconciliabili (“Salis ha un approccio poliedrico, mix tra alto e basso”, dice un dirigente pd). C’è il fattore spettacolare (eventi di piazza e quarantesimo compleanno con 200 invitati e abito scenografico al Palazzo della Borsa) e c’è il focus quotidiano su rifiuti, porto, trasporti, nella divisione di compiti con l’alter ego Terrile. C’è l’ottimismo inteso come “assunzione di responsabilità e antidoto alla paura che nutre i populismi”, ha detto Salis a Milano qualche mese fa, maanche l’ottimismo come “incoscienza, perché un sindaco un po’deve esserlo, incosciente, per puntare alto, e io che vengo dallo sport ho avuto questa formazione: puntare alto e migliorarsi”. C’è l’impegno per i diritti (Salis è paladina delle politiche Lgbtq+ fin dai tempi del Coni – nonché creatrice di un ufficio ad hoc a Genova) e c’è l’insistenza sulla sicurezza, tema che la sinistra deve far suo, ha detto Salis giovedì scorso, incontrando i primi cittadini dem di Bologna, Bari e Firenze e il prefetto Franco Gabrielli (“l’emergenza non è finita nelle vie delle nostre città”, ha detto, citando i dati su scippi, furti e aggressioni).
Quella che appare sulla scena non è una Salis univoca – tutta di sinistra-sinistra o tutta di sinistra centrista – ed è una delle ragioni dell’attenzione che suscita. Può parlare da paladina dell’Europa “animale morente” che improvvisamente “rialza la testa” contro Vladimir Putin per l’Ucraina e discutere di grandi infrastrutture (stadio) o grandi eventi (Olimpiadi) come di “straordinarie opportunità” che le città italiane non devono lasciarsi scappare (vallo a dire ai Cinque Stelle – che però a Genova l’hanno votata). E può parlare di Gaza, come ha fatto più volte all’inizio del suo mandato, accompagnando con il pensiero il viaggio della Global Sumud Flotilla e sfilando con la fascia tricolore, dopo aver pronunciato le parole “Palestina libera” e “stop al genocidio” (quando le hanno fatto notare che forse i toni erano troppo alti, ha risposto: sono una progressista che non può restare indifferente). Salis è la sindaca che, appena eletta, ha momentaneamente alzato l’Imu per “coprire un buco da 50 milioni lasciato dalle amministrazioni precedenti e per non tagliare i servizi” e che oggi così parla alle imprese: “Credo che un investitore accorto sappia che questo è il momento di investire a Genova”. Ma è anche la sindaca che, tra i primi atti, ha dato il via a un progetto sperimentale per l’educazione affettiva e sessuale negli asili comunali, in chiave anti bullismo e anti violenza. “Silvia scappa dalle etichette”, dice Enrico “Chicco” Franchini, manager e conoscitore dell’establishment progressista genovese, demiurgo della lista civica per Salis nonché informale head hunter che, sulla figura della futura sindaca, racconta, ha “unito i puntini” a partire da due chiacchiere nella sua cucina. Una cucina dove, conferma Roberta Pinotti, a un certo punto, nei concitati mesi precedenti al voto, Franchini aveva convocato l’ex ministra per presentarle “una persona che forse poteva togliere dall’empasse il Pd genovese”, all’indomani delle Regionali in cui Andrea Orlando era stato sconfitto per un soffio da Marco Bucci con molti sospetti sul M5s, conquistando però un bottino consistente di voti a Genova, quel 52,27 per cento di consensi per la sinistra poi “confermati” a favore Salis contro Pietro Piciocchi.
Impossibile, a monte della candidatura Salis, mettere le mani nel groviglio della sinistra locale: roteavano sopra ai tavoli dei decisori vari nomi pd a rischio elisione reciproca e girandole di “improbabili profili civici ottuagenari”, racconta un dirigente dem. Regnava lo sconforto: ci si era convinti di essere destinati a perdere. Il nome di Silvia Salis era già balenato, in verità, al momento di mettere insieme le liste a sostegno di Orlando per la Regione: l’avvocato e mandatario della campagna di Orlando Andrea Pericu, figlio dello storico sindaco Beppe ed esperto osservatore di mondi genovesi, aveva infatti parlato ad alcuni dem di quella dirigente sportiva, incontrata in altri ambienti, che da molto tempo diceva di voler fare qualcosa per la sua città.
Parentesi: non è una leggenda metropolitana, quella della Salis che da bambina già diceva di voler fare il sindaco, ma una circostanza confermata da molti e in primis dall’amico ed ex compagno di liceo Gabriele Dellacasa, solo che allora gli adulti la prendevano come una battuta. E lo ha ripetuto qualche anno fa, Salis, che le sarebbe piaciuto fare il sindaco di Genova, al regista Franco Amurri e a sua moglie Heide, amici di Silvia e di Fausto Brizzi, tanto che, lì per lì, i coniugi Amurri si erano chiesti: ma come farà ad arrivarci, al Comune di Genova? Ed ecco invece che la mano del destino si manifesta a inizio 2025, attraverso il combinato disposto dell’azione dei due talent scout Pericu-Franchini. Il primo asseconda un’intuizione (“mi era sembrata la candidata ideale alla testa della lista civica per Orlando”, dice Pericu, che all’epoca, per gioco, aveva persino scommesso 100 euro con vari amici sulla futura ascesa al Comune dell’allora vicepresidente vicario Coni). Ma allora Salis era appunto impegnata al Coni, e chissà: c’è chi dice che puntasse inizialmente alla presidenza nel post Malagò, essendo arrivata alla vicepresidenza, racconta un alto dirigente sportivo, “in un momento di attenzione al rinnovamento generazionale e alla parità di genere”, ma vai a capire, poi, “quali ostacoli si sarebbero frapposti lungo la strada che porta al gradino superiore”.
Ecco l’altro elemento della vicenda: i tempi e le circostanze negative e positive che si compongono nel quadro, tra Genova, Roma, il Coni e il Nazareno, e che si incastrano sotto forma di opportunità da cogliere per la futura sindaca. Qui entra in gioco Franchini, con la decisione di mettere in contatto, per un primo giro esplorativo, Roberta Pinotti e Silvia Salis, l’ex atleta che gli pareva “persona che potesse in quel momento sposarsi bene con le necessità della città, anche per le caratteristiche di agonismo necessarie quando c’è da combattere e per il fatto che, al Coni, Salis aveva imparato a muoversi in situazioni complesse”. “Silvia è arrivata a casa di Franchini con il bambino piccolo nel marsupio e si è messa a parlare con naturalezza dei problemi della città. Per me è stato un colpo di fulmine politico, e penso si debba fare attenzione, oggi, a non ‘leggere’ la sindaca con gli occhiali del passato”, dice Pinotti, che vede Salis come “personalità politica nuova che sente alcune battaglie come giuste e le fa sue, ma che non prefigura tutti i passi come parte di una strategia verso altro. E’ consapevole delle sue potenzialità, questo sì, e vuole spenderle nel campo progressista, sarebbe ipocrita non dirlo. Intanto, ha doti da leader nel senso del fare squadra: difende i collaboratori in pubblico e li valorizza”. Da quell’incontro a casa Franchini è partita poi la telefonata di Pinotti a Orlando (“Andrea, perché non la incontri?”) e un secondo giro esplorativo di colloqui, dove il fatto che Salis potesse sembrare una riformista centrista, ma capace di fare cose di sinistra, parve l’ingrediente magico per tenere insieme la coalizione. Due, però, erano le principali ipoteche. Primo: il Pd genovese si aspettava di esprimere il candidato sindaco, e almeno due o tre profili entravano e uscivano dalla lista. Ricorda quei giorni il deputato dem Alberto Pandolfo, uno dei nomi fatti allora. Con la serenità del poi, Pandolfo dice che Salis “non è una personalità politica da ‘ma anche’, anzi è molto netta e prende le cose di petto. E questo rappresenta una forza. Intanto per il presente: è stata eletta per fare il sindaco, il percorso futuro è da costruire”. Seconda ipoteca pre-voto: in alcuni settori del centrosinistra, si temeva il fatto che Genova potesse percepire un’eccessiva proiezione dell’ex premier e leader di Italia viva Matteo Renzi, grande sponsor di Salis e da tempo amico di Brizzi (il regista ha partecipato a varie edizioni della Leopolda e ha collaborato con Renzi in varie occasioni). Soluzione: Salis, a 24 ore dall’accettazione della candidatura, parte per un tour dei circoli pd genovesi, con l’ausilio di alcuni facilitatori interni ed esterni al Pd e con il contorno di qualche esponente Cgil e dei leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, nel ruolo di doppio Virgilio nelle viscere della sinistra-sinistra.
Racconta l’impresa Lorenzo Cecioni, trentenne romano esperto di comunicazione politica, portavoce di Salis durante la campagna. I due si erano conosciuti anni prima a un evento di Hollywood Reporter. Lì Cecioni l’aveva sentita parlare per la prima volta della sua città: “Vorrei fare qualcosa per Genova”, aveva detto Salis, “l’ho promesso al mio papà”. Cioè a Eugenio Salis, operaio e custode del campo di atletica di Villa Gentile, scomparso nell’inverno del 2025 senza poter vedere la figlia con la fascia tricolore. E’ un venerdì d’inverno quando Salis chiama Cecioni, ed è il lunedì successivo quando Cecioni sbarca a Genova, per cento giorni di campagna intensissima a bordo della Panda grigia dell’autista Matteo, in compagnia della capo ufficio stampa Rosangela Urso. Primo giorno: tutti catapultati al presidio contro la chiusura degli ex magazzini Giglio Bagnara.
Né tutta di sinistra-sinistra , né tutta di sinistra-centro, paladina dell’Europa “animale morente” che “rialza la testa” contro Putin, sfila pure con gli slogan “Palestina libera” e “stop al genocidio”. La levataccia per parlare con gli autoferrotranvieri al primo turno, l’incontro con una platea di vecchi compagni post comunisti, diffidenti
Secondo giorno: via al suddetto tour dei circoli dem, secondo una tabella di marcia che Cecioni intuisce essere improntata alla disciplina ferrea della lanciatrice di martello. Ci voleva insomma un fisico bestiale non soltanto per reggere i ritmi della campagna – dalle sei del mattino a mezzanotte – ma anche per presentarsi come Silvia Salis, ex atleta senza alcun cursus nel partito, davanti a una platea di vecchi compagni post comunisti. “Mi affaccio in sala e vedo un mare di teste canute che scrutano Silvia a braccia conserte, con la giacca sulle ginocchia e l’aria di chi pensa: ‘Sentiamo ora questa cosa ci racconta’”, ricorda Cecioni: “Alla fine dell’incontro, però, erano come diventati tutti suoi nonni, sorridenti e accoglienti. E, forse anche per passaparola, di circolo in circolo abbiamo trovato sempre più persone ad attenderci fuori. Quasi un dejà-vu dei girotondi”. Clou della campagna e della fatica, la levataccia fatta da Salis e dallo staff per andare a parlare con gli autoferrotranvieri, in piena crisi della partecipata Amt, all’inizio del turno del mattino, su invito di un autoferrotranviere diffidente (come dire: vediamo se vieni a quell’ora). Detto e fatto: Salis si presenta al turno alle 4.45 e prende appunti fino alle 6, mentre Cecioni e l’autista guardano il sole che sorge, distrutti. “Silvia si muoveva da coach dello staff”, dice oggi Cecioni, trovando nella vis agonistica la chiave della mappatura estensiva della città, da Levante a Ponente e da Ponente a Levante. Con movimento non casuale. Dice Ruben Voci, campaign manager della corsa a sindaco: “Silvia era già nota ai genovesi per via della sua carriera da atleta e dirigente sportiva” e ha “avuto la giusta riconoscenza della città perché si è sempre spesa nel sociale, per esempio per l’ospedale Gaslini”. La campagna per Genova va letta nel contesto, dice Voci: “Si arrivava da un periodo di grande sconforto per il centrosinistra. C’era necessità di voltare pagina, ma non si riusciva a trovare il nome giusto. E, come spesso avviene in questo lato del quadro politico, molte ipotesi di candidatura sono state bruciate al loro interno, forse perché non adeguate a rappresentare un vero cambio di passo. Per questo si è pensato a Silvia, credo: le è stata riconosciuta la caratura istituzionale, la capacità di mediare e soprattutto di decidere”. Dopodiché, durante la campagna, dice il manager, Salis “ha dimostrato di avere ottime doti comunicative e di sostenere squadra e coalizione, anche affrontando temi in parte divisivi”. Se si chiede a Voci quali fossero gli atout sul campo, risponde: “Studiare tantissimo, impegnarsi nel capire le questioni per poi sintetizzarle, senza banalizzare. L’obiettivo era uno: vincere puntando sull’onestà e la trasparenza, senza bugie e promesse senza senso. Soprattutto, Salis si è mostrata ‘indipendente’ da tutti i leader nazionali e locali, direi post-idealista. E ha sempre scelto di essere tra le persone, instaurando un rapporto ‘fisico’con la cittadinanza, con la quale, fuori dai microfoni, ha sempre parlato e sorriso mostrandosi seria, comprensiva ma anche ironica. E questo modo di fare ha rassicurato. Partendo da un profondo studio dei problemi e delle esigenze sul territorio, ha incontrato tutti, anche gli stakeholder più complessi: circa 1200 incontri in agenda per cento giorni di campagna elettorale”. C’è stato però un momento, in quei cento giorni, in cui Salis ha accusato la mancanza del figlio Eugenio (nome del nonno e cognome della mamma). Da lì la decisione di portarlo a qualche evento (le foto testimoniano: Salis al mercato rionale con il bimbo in braccio; Salis alla commemorazione partigiana con Eugenio): “Quella della sindaca è una famiglia splendida, e credo che questo abbia inciso sul risultato”, dice Voci: “Del resto dietro ogni campionessa c’è sempre una magnifica rete di familiari e amici”.
Ed è a questo punto della storia che si intersecano le tre Salis – tre per come le ha descritte la sindaca stessa, facendo il verso alla premier Meloni del “sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana”, definendosi “madre, cattolica e moglie”. E se la dimensione cattolica è coltivata nel privato (Eugenio è battezzato), le Salis private sono forse addirittura quattro o cinque, ché la sindaca è anche figlia (del compianto Eugenio e di Tamara, descritta dagli amici come “super nonna”) e amica del gruppo di ex compagni di scuola o di allenamento che frequenta da quando era ragazzina e che vede nei rari ritagli di tempo, a cena in locali genovesi dove può capitare, oltre al cittadino sostenitore che vuole la foto, anche il cittadino critico (della serie: “Non ceno accanto a questo sindaco”), racconta l’amico Gabriele Dellacasa, conosciuto sui banchi del liceo Martin Luther King e testimone di nozze al matrimonio Brizzi-Salis, celebrato con mascherine trasparenti e senza possibilità di assembramento causa Covid (era il 2020). Dellacasa era arrivato a Roma con un permesso speciale per una cerimonia stringata, in nome di una frequentazione cresciuta negli anni a risate e chiacchiere che facevano scuotere la testa ai rispettivi partner. La scena era questa: si usciva a cena in quattro e Silvia e Gabriele cominciavano a fare battute in codice sulla loro serie tv a fumetti preferita, i Griffin, monumento al politicamente scorretto. Oppure a parlare di cose che i rispettivi fidanzati non capivano. Quando Silvia ha conosciuto Brizzi, ha subito chiamato Gabriele per raccontargli l’incontro con un uomo “intelligente e spiritoso”, per nulla preoccupata della differenza d’età. E quando si è candidata, a Gabriele è venuta in mente la profezia di suo nonno Gino Dellacasa, ex assessore e fan di Silvia. “Volpone della politica”, dice Gabriele, “mio nonno diceva che sarebbero stati gli altri a chiamarla, e così è stato. Dava spesso consigli a Silvia e aveva previsto sia la sua nomina al Coni sia la candidatura al Comune. Silvia ha l’ossessione per le cose fatte bene, diceva mio nonno, ed è così. Le viene anche dallo sport, dalle 3-4 ore di allenamenti al giorno e dai ritiri”.
La sindaca di Genova Silvia Salis durante l’evento ‘È possibile cambiare davvero?’ del progetto civico Italia, presso l’Hotel Parco dei Principi, Roma, 20 ottobre 2025. ANSA/ANGELO CARCONI
La sindaca di Genova Silvia Salis durante l’evento ‘È possibile cambiare davvero?’ del progetto civico Italia, presso l’Hotel Parco dei Principi, Roma, 20 ottobre 2025. ANSA/ANGELO CARCONI
Tra allenamenti e ritiri avevano fatto amicizia Silvia Salis e Anna Spigarolo, ex atleta su diversa disciplina, gli 800 metri. Le due si conoscono da quando hanno 14 anni, ma non si sono mai perse di vista neanche dopo, quando Salis frequentava il centro di preparazione atletica di Formia o negli anni del Coni, quando l’allora dirigente sportiva aveva  preso casa da sola nella capitale, affittando un appartamentino in via Cortina D’Ampezzo, con in testa la massima che l’aveva accompagnata fin dai tempi della scuola (“voglio essere indipendente”). L’incontro con Brizzi segna la fusione tra mondo dello sport di lei e del cinema di lui. La prima volta che l’amica Anna ha incontrato Fausto, in un’uscita in tre, l’impressione è stata di un uomo “che sinceramente tifava per Silvia”. “Silvia è il tipo di amica che si ricorda di mandarti un messaggio se sei giù anche se non prende fiato da giorni”, dice Anna, “ed è il tipo di mamma che sveglia Eugenio tutte le mattine per fare colazione insieme e poi cerca di essere presente a distanza, attraverso la rete familiare di mamma e sorella. Ci tiene a educarlo; a volte è severa”. Anche con sé stessa: “Si alza tutte le mattine alle 6 e, cascasse il mondo, si precipita sul tapis roulant”.
Quel fruscio di tapis roulant era anche la colonna sonora delle riunioni di lavoro tra Franco Amurri e Brizzi nel loft di Brizzi nel quartiere San Lorenzo, racconta Amurri, “e attorno a un grande tavolo quadrato da venti posti”. I registi discutevano, Silvia correva. Quando Silvia e Fausto si sono conosciuti, Amurri era in Canada, raggiunto presto dalle videochiamate dei neo sposi da quello stesso loft, pieno di reliquie cinematografiche e “monumentali raccolte di fumetti, quasi un museo di Topolino”. La sindaca è diventata presto amica anche di Heide, la moglie di Franco: “Era l’unica che le parlava in inglese e le piaceva fare conversazione in lingua per migliorarsi”. Altro vizio-vezzo sportivo: “Quando è diventata vicepresidente Coni”, racconta Amurri, “Silvia si è accorta che molte cose venivano decise sui campi da padel. A quel punto, digiuna di padel, ha prenotato una lezione con la maestra più brava, e ha battuto il giorno stesso sia me sia Fausto, entrambi tennisti”. E’ in quel momento che Franco e Heide la sentono parlare di Genova, con l’idea di voler fare il sindaco. E oggi che quel “ma come ci arriva, a fare il sindaco?” si è tramutato in “beh, ci è arrivata”, Amurri ride dicendo che “il merito è suo” ma che ci sarebbe anche “una lancia da spezzare in favore di Fausto che, nel periodo della campagna elettorale, dava consigli sulla comunicazione e insomma faceva quello che faceva per Renzi, ma gratis, da casa e magari pure sentendo sua moglie lamentarsi. Il fatto è che Brizzi ha un talento naturale per la comunicazione, grazie alle cinque o sei zie da parte di madre e di padre, tutte maestre elementari, che gli hanno insegnato a leggere e a scrivere a quattro anni. Sembra una barzelletta; è la verità”. L’esercito delle zie aveva messo sotto per tempo il piccolo Brizzi: “Fausto alla fine della prima elementare aveva già letto ‘Moby Dick’ e diceva alla maestra: lei mi sta annoiando. E’un’enciclopedia tv vivente e trasforma in dialogo qualsiasi cosa. E sua moglie, che è una team player, lo sa”.
Il produttore Pietro Valsecchi, altro amico della coppia, li vede così: “La mia amicizia con Brizzi dura da moltissimi anni: abbiamo condiviso vacanze, serate piene di risate e diversi progetti di lavoro. E’ un legame che si è consolidato nel tempo, rimanendo sempre saldo, soprattutto nei momenti di difficoltà, ed è stato attraverso di lui che ho conosciuto Silvia, che fin da subito mi è apparsa come una persona piacevole, oltre che seria e misurata e mai sopra le righe”. Valsecchi ha incontrato la sindaca “diverse volte, quasi sempre in contesti informali e conviviali; uno degli incontri più recenti è a Roma, dopo l’inaugurazione di una mostra, in una galleria a San Lorenzo dedicata a un giovane artista. In quell’occasione chiesi a Fausto di organizzare una cena e finimmo a casa loro, in un ambiente privo di formalità. Io, come spesso mi accade, portai con me dell’ottimo vino e qualche primizia; Fausto ama mangiare ma non ha una particolare cultura culinaria e preferisce lasciarsi guidare. Sono una bellissima coppia che conduce una vita piuttosto tranquilla”. Vista da Roma, all’intersezione tra diversi mondi, Salis è sembrata a Valsecchi “una persona che osserva molto più di quanto non si esponga, con un atteggiamento equilibrato e consapevole. Ho l’impressione che stia affrontando questa fase della sua vita con grande lucidità: è un ambiente in cui è facile esporsi troppo o bruciarsi in fretta, ma lei mi sembra capace di ponderare ogni passo. D’altra parte il suo passato nello sport ad altissimo livello parla da sé: disciplina, allenamento, costanza e tenacia sono qualità che evidentemente la accompagnano ancora oggi, e il suo approccio, per come l’ho percepito, è proprio questo immergersi completamente in ciò che fa, con rigore e continuità, e credo sia anche una delle ragioni per cui abbia ricevuto il consenso degli elettori”.
Lo sport torna sotto forma di coincidenza (“anche Brizzi da giovane era corridore, anche se non professionista”, racconta un amico). E chi ha conosciuto Salis da atleta non trova soluzione di continuità tra ieri e oggi: “Silvia non era un talento sportivo naturale, ma un talento di allenamento, rigore e focalizzazione”, dice Fabio Pagliara, “e anche da dirigente sportiva procedeva per obiettivi e ha vissuto l’esperienza al Coni come occasione per studiare e progredire”. Qualcuno l’aveva inizialmente vista come quota rosa o quota giovani. “Invece Salis ha dimostrato di essere tutt’altro”, dice Tiziano Pesce, genovese presidente della Uisp (Unione italiana sport per tutti) che la ricorda poco più che bambina, durante gli allenamenti nel centro dove suo padre faceva il custode. Salis usciva di casa, attraversava la strada e cominciava, dice Pesce. Una, due, tre ore. Febbre di lanci, chili da sollevare con fisico esile. La sfera indicava la sua traiettoria: Olimpiadi, Coni, Comune. E poi?