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di Camillo Langone

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Preghiera

La techno come liberazione

Se c'è qualcosa da cui questo genere ti può liberare è sicuramente la capacità di pensiero. Dopo due o tre concerti il popolo sovrano potrebbe essere talmente rintronato da pensare che il programma della sinistra non sia del tutto contraddittorio

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18 APR 26
Immagine di La techno come liberazione

Foto LaPresse

La sinistra ha scoperto la techno, con più di quarant’anni di ritardo rispetto agli esordi nella città delle catene di montaggio, Detroit. Per chi non lo sapesse, è musica meccanica, industriale, prodotta da congegni, senza poesia, senza parole, senza calore: disumana. Proprio questa musica tanto artificiale e alienante viene descritta così: “Intergenerazionale, libera, antidiscriminatoria”. Sono gli insensati aggettivi usati dall’organizzatore del concerto genovese di Charlotte de Witte, quello voluto da Silvia Salis. E adesso arriva il concerto parmigiano di Sama’ Abdulhadi, dj palestinese assoldata per la piazza del 25 Aprile: in quanto palestinese e in quanto 25 Aprile, chiaro. Dunque sempre con l’idea della techno come liberazione. Liberazione dal pensiero, sicuramente. Perché caratteristica di questa musica, inconcepibile a basso volume, è assordare e affaticare a livello neurologico. Dopo due o tre concerti techno il popolo sovrano potrebbe essere talmente rintronato da pensare che il programma della sinistra (in estremissima sintesi: più Stato, più Sodoma, più Allah) non sia, almeno negli ultimi due elementi, del tutto contraddittorio. Per un voto consapevole, toglietegli la corrente.

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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).

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