Meloni fa bene a smarcarsi da Trump. Che aspetta la Lega? L'appello di Zaia

Secondo l'ex governatore del Veneto l'Europa deve rialzarsi e smetterla con il complesso di inferiorità nei confronti degli Stati Uniti. L'amicizia non può essere confusa con la subalternità. La strada per de-trumpizzare il Carroccio

17 APR 26
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Il governatore del Veneto, Luca Zaia, alla kermesse della Lega per aprire la campagna elettorale per Alberto Stefani alla presidenza del Veneto, a Padova, 15 ottobre 2025 ANSA / NUOVE TECNICHE

A Bassano del Grappa, mentre presentava L’antidoto insieme al direttore del Foglio Claudio Cerasa, Luca Zaia, ex governatore del Veneto, leghista, oggi presidente del Consiglio regionale del Veneto, ha fatto qualcosa di più interessante di una presa di distanza da Donald Trump. Ha provato a rimettere in ordine una gerarchia politica che nella destra italiana, e soprattutto nella Lega, si è scomposta da tempo. Ha detto che gli Stati Uniti sono un alleato storico, ma che l’amicizia non può essere confusa con la subalternità. Ha detto che Trump sta deludendo molte aspettative e che non interpreta il grande spirito repubblicano americano, ma “qualcosa di diverso”, cioè il trumpismo. E ha detto, soprattutto, che l’Europa deve rialzarsi e smetterla con il complesso di inferiorità. È qui il punto politico vero. La linea di Zaia andrebbe presa alla lettera perché non riguarda solo Giorgia Meloni, non riguarda solo la necessità del governo di emanciparsi dagli umori del presidente americano di turno. Riguarda la Lega. Riguarda un partito che, stretto tra la fascinazione per Trump e la collocazione europea dentro i Patrioti per l’Europa, ha finito per smarrire sé stesso. La Lega era nata come partito territoriale, identitario nel senso concreto del termine, legato agli interessi del Nord produttivo, allergico ai miti importati, diffidente verso le liturgie ideologiche. Oggi invece rischia di apparire come un partito che prende in prestito identità straniere, slogan stranieri, perfino riflessi condizionati stranieri. E in questa operazione perde la cosa più preziosa che aveva: la sua autonomia.
Zaia, senza nominare Salvini, ha detto esattamente questo: non esiste un automatismo per cui se sei di destra devi essere trumpiano. E' una banalità solo apparente. In realtà è una frase che, nel lessico leghista di oggi, suona quasi eversiva. Perché obbliga il partito a scegliere se vuole continuare a essere una forza italiana o se preferisce restare una dependance sentimentale del trumpismo globale. E la risposta dovrebbe essere semplice. Se persino Meloni, per ragioni istituzionali e di dignità nazionale, è stata costretta a segnare un confine con Trump, non si capisce perché la Lega debba continuare a vivere dentro quell’ambiguità, come se la fedeltà a un leader americano fosse un pezzo obbligatorio del suo patrimonio genetico. Non lo è. Non lo è mai stato. De-trumpizzare la Lega non significa spostarla a sinistra, né addomesticarla, né farne una succursale del Ppe. Significa, nel ragionamento di Zaia, restituirle una personalità. Significa ricordarle che i rapporti con Washington sono una cosa seria, ma che il culto del capo straniero è un’altra. Significa, in fondo, recuperare la vecchia intuizione leghista: prima vengono gli interessi italiani, poi le tifoserie ideologiche. Zaia questo lo ha capito. E infatti il suo messaggio pesa: la destra può salvarsi dal trumpismo solo se smette di considerarlo un’identità. Il governo, in parte, ha già cominciato a farlo. Ora tocca alla Lega. Perché tra i Patrioti e Trump, semplicemente, la Lega non c’è più.