Ppe e detrumpizzazione: cosa serve a Meloni per voltare pagina. Parla Campi

"La premier ha fatto benissimo a stringere legami con il mondo trumpiano, ma ora non conviene più". Distaccarsi dall'estremismo e creare convergenze operative con gli altri partner europei è l'unico modo per avere voce in capitolo. Intervista

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15 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:09 PM
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Foto ANSA

“Giorgia Meloni deve capire che tipo di destra vuole rappresentare”. Parla al Foglio Alessandro Campi, politologo dell’Università di Perugia, dopo lo strappo consumatosi tra la premier e Donald Trump, che al Corriere ha criticato duramente Palazzo Chigi per aver assunto una linea di prudenza rispetto alla guerra contro l'Iran, scegliendo di non partecipare: “Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”, ha detto il presidente americano. Si tratta dell’ultima di una lunga schiera di episodi in cui Meloni ha scelto di andare contro i desiderata di Washington: dalla distanza sull’Ucraina alle critiche sui dazi, passando per la netta presa di posizione a favore dell’indipendenza della Groenlandia. Nei fatti, un progressivo allontanamento dal trumpismo, che – come suggerito da questo giornale – potrebbe avere come naturale sbocco quello di un’adesione al Partito popolare europeo a Bruxelles, casa politica di anime liberali, moderate e cristiano-democratiche. E, fino al 2021, anche del partito dell'ex premier ungherese Viktor Orbán. 
“Non so se l’adesione ci sarà davvero. Di certo i contatti che ci sono stati di recente tra Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz renderebbero anche abbastanza facile questo avvicinamento politico, che però deve avere un momento di traduzione pratica – osserva Campi – perché avvicinarsi al Ppe non basta per emanciparsi dal trumpismo. Prudenza e toni moderati sono meglio dell'estremismo verbale di Trump e dell’allarmismo del Movimento cinque stelle. Però questo è il punto di partenza, la condizione necessaria e non sufficiente. Il vero problema sta nei contenuti”. Sul piano delle proposte, un avvicinamento sostanziale al Ppe si può produrre puntando sull’economia: “È sul sostegno alle famiglie che bisogna provare a incidere e dimostrarsi capaci di dare risposte, per quanto consentito dai vincoli di bilancio, alla crisi economica che sta montando. Ma serve anche essere rassicuranti sul terreno della politica estera, che non ammette avventurismi o propaganda – spiega il politologo –. È lì che c'è la frattura vera col populismo, e dove è necessaria una maggiore convergenza operativa con gli altri partner europei. Solo così l’Italia e gli altri paesi possono provare ad avere un po’ di voce in capitolo”. Secondo Campi, “Meloni si è già incamminata lungo questa strada, mostrando un’abissale differenza con Orbán, ma va approfondita ancora di più”.

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Fino a oggi, la premier ha tentato di incarnare il ruolo di pontiera tra Ue e Casa Bianca. “Meloni ha fatto benissimo a stringere legami con il mondo trumpiano. Con realtà del genere si può avere ragionevolmente delle alleanze tattiche, almeno finché conviene. Dopodiché – ragiona Campi ­– se ci si rende conto che la cosa è diventata controproducente, come è successo strada facendo, differenziarsi diventa una necessità. E per detrumpizzarsi bisogna lasciare il trumpismo agli americani”.
La chiave di questo percorso è all’apparenza semplice. “Tutto sta nel capire che tipo di destra sei: la destra italiana non è quella Maga”, osserva il politologo. “Le destre sono nazionali per definizione. Non si può pensare quindi di importare il trumpismo in Italia e replicarlo meccanicamente, come qualcuno ha ipotizzato in passato per eccesso di superficialità e provincialismo al tempo stesso”. Leggasi Matteo Salvini. “Lui tenta di sopravvivere ai suoi continui passi falsi e fallimenti, ma in realtà la Lega avrebbe le carte giuste per stare sulla scena politica nazionale senza doversi tramutare in un partito di destra radicale”. Ad esempio? “Basterebbe tornare alle origini, parlare di buon governo del territorio esprimendo le istanze dei ceti produttivi, professionali e industriali, ma anche rilanciare battaglie sul fisco in una chiave di antistatalismo non anarchico”. In poche parole, chiosa Campi, “tutte le cose sulle quali la Lega è nata”.