Il trumpismo si argina entrando nel Ppe

Le sberle di Trump a Meloni sono la punta dell’iceberg di un’asimmetria che viene da lontano (chiedere a Zelensky). Ma l’emancipazione dal trumpismo ha bisogno di una svolta non reversibile. Ragioni per entrare in fretta nel Ppe


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15 APR 26
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Giorgia Meloni e Donald Trump

Il fiume in piena del trumpismo, dopo aver travolto Papa Leone XIV, ieri è arrivato a travolgere anche Giorgia Meloni, rea secondo Donald Trump di aver espresso solidarietà al Pontefice dopo l’attacco di due giorni fa del presidente americano allo stesso Papa, sul dossier iraniano. E quando un fiume è fuori controllo, si sa, tende inevitabilmente a travolgere tutto ciò che trova di fronte a sé, compresi naturalmente gli sventurati alleati, come è stato in Ungheria per Viktor Orbán. Donald Trump, lo sapete, ieri, uscendo ancora una volta dagli argini, ha rimproverato in modo brusco Meloni, definendo “inaccettabili” le critiche che la premier italiana gli ha rivolto sul Papa e sull’Iran. Il litigio tra Meloni e Trump – una sberla che arriva dopo la sberla dell’Ungheria, sberla che arriva dopo quella del referendum – è solo la punta di un iceberg più grande, al centro del quale vi è un tentativo nemmeno troppo sotterraneo portato avanti dalla premier negli ultimi mesi per disallinearsi dal presidente americano. Prima, ricorderete, è successo con la Groenlandia. Poi, ricorderete, è successo con i dazi minacciati da Trump per i paesi europei desiderosi di aiutare militarmente la Groenlandia. Quindi i dissidi tra Meloni e Trump sono proseguiti quando il presidente americano ha infangato la memoria dei soldati italiani caduti in Afghanistan. In seguito la distanza fra Meloni e Trump è emersa con più chiarezza quando il governo italiano ha rifiutato di entrare a far parte del Board of Gaza (e la distanza tra Meloni e Israele, al di là del merito, è diventata un altro terreno su cui si gioca l’asimmetria tra Meloni e Trump). E negli ultimi tempi, infine, la distanza si è resa ancora più manifesta. Sia quando Meloni ha schiaffeggiato Trump sull’Iran, definendo l’attacco americano contrario al diritto internazionale. Sia quando il governo ha trasformato il no a un atterraggio a Sigonella di un bombardiere americano impegnato nella guerra in Iran in un punto d’orgoglio politico utile a segnalare una lontananza tra la premier italiana e il presidente americano. L’antitrumpismo di Meloni non è una novità delle ultime ore, lo scazzo di ieri con Trump è il tassello più evidente di un mosaico in lenta composizione.
E lo stesso rapporto di fiducia costruito dalla premier italiana con il presidente ucraino Zelensky, che oggi sarà a Roma con Meloni, uno Zelensky che l’Italia come tutta l’Europa cerca di difendere in ogni modo possibile mentre l’America di Trump cerca di indebolire in ogni modo possibile, è lì a testimoniare un’incompatibilità strutturale tra il percorso meloniano e il percorso trumpiano. Nonostante questo però sulla fronte di Meloni lo stigma del trumpismo, anche dopo lo scazzo di ieri con Trump, è destinato a restare impresso a lungo. E nel futuro, per Meloni continuerà a non essere facile riuscire a dare un’impressione diversa rispetto a quella che i suoi avversari le hanno costruito attorno, con qualche evidente complicità della presidente del Consiglio che in tempi recenti ha suggerito Donald Trump come premio Nobel per la Pace. E non ci vuole molto a prevedere che, qualsiasi cosa farà Meloni, l’accusa di dover fare ancora molto per emanciparsi dal trumpismo le resterà addosso come un odore nauseante, come una secchiata di uova marce finita su una giacca. Antonio Polito, con acutezza, ieri ha ricordato sul Corriere della Sera – che è il giornale che ha intercettato le parole di Trump contro Meloni, complimenti – che alla luce della radioattività sempre più evidente del trumpismo, chi vi sta troppo vicino si ustiona. Il ruolo da “pontiera” che Meloni aveva intravisto mesi fa per provare a muoversi come mediatrice tra Unione europea e Stati Uniti, ruolo che per un certo periodo di tempo la premier ha in effetti avuto, è un ruolo che oggi è diventato difficile da interpretare. E anche la sconfitta di Orbán, da un certo punto di vista, costringe Meloni a dover reinventare quel ruolo. Fino a oggi, la sua destra, una destra a metà tra le destre più estremiste e quelle più popolari, era una destra che aveva un suo senso nella misura in cui riusciva a dialogare con tutti: europeisti e non europeisti. Oggi la destra meloniana rischia semplicemente di essere schiacciata dai troppi ponti che crollano. E i ponti che crollano, sommati al fiume in piena del trumpismo, sono lì a segnalare una necessità ineludibile per la presidente del Consiglio: provare a giocare la sua partita all’interno dell’Europa, con una doppia scelta di campo che le darebbe la possibilità di essere percepita come una leader autonoma da Trump in modo strutturale, non a intermittenza.
Meloni non ha bisogno di rompere con l’America, cosa che ovviamente nessun paese europeo può permettersi di fare. Meloni ha bisogno di rompere con l’idea che il percorso della sua destra sia reversibile. Per farlo non basta muoversi come un ponte tra le cancellerie europee, missione complicata ma necessaria, e missione complicata anche perché a un anno dalle elezioni francesi Emmanuel Macron farà di tutto per dimostrare che le destre estremiste non sono redimibili. Per farlo, in modo forte, netto, occorre imboccare due strade. Imboccare una strada politica e provare a diventare il motore della competitività europea facendo dell’ingresso urgente dell’Ucraina nell’Unione europea un cavallo di battaglia, facendo dello scardinamento della politica dei veti in Europa un proprio tratto identitario, uscendo dalla logica dell’Europa delle nazioni per entrare nella logica, suggerita da Mario Draghi, dell’Europa delle confederazioni, provando cioè a far cadere il muro dell’unanimità laddove oggi quel muro non permette all’Europa di muoversi da gigante (difesa, politica industriale, politica estera). Ma il vero passo necessario che darebbe la possibilità a Meloni di rendere irreversibile il suo percorso di avvicinamento all’europeismo è imboccare un’altra strada per rendere irreversibile il suo percorso di autonomia dal trumpismo e dai suoi alleati tossici in Europa. Una strada che coinciderebbe con il vero scandalo e il vero coniglio tirato fuori dal cilindro: far entrare il suo partito nella traiettoria del Partito popolare europeo, eliminare ogni segno di fiamma dal simbolo, rendere il suo partito non meno di destra ma più centrale in Europa. Il problema di Meloni non è il suo trumpismo, un falso tema, ma la difficoltà di uscire definitivamente da una contraddizione divenuta ineludibile: pensare di trasformare in un punto di forza per il futuro il proprio essere a metà tra destre moderate e destre non moderate. Il vero manifesto dell’antitrumpismo, per Meloni, è quello: togliersi ogni stigma, anche quello dell’orbanismo, ed entrare nel Ppe. Se non ora, quando?