La discontinuità più importante ovviamente è quella che riguarda Leonardo. Il governo ha scelto di rimuovere
Roberto Cingolani, anche a costo di sfidare il mercato, per ragioni di carattere industriale, come racconta oggi il nostro Stefano Cingolani sul Foglio (nessuna parentela!), e la scelta di Mariani indica una direzione di marcia che può essere letta anche con la volontà di mettere alla guida di Leonardo un profilo con molte competenze tecniche sul comparto industriale militare, allontanando dunque Leonardo dall’hub di innovazione tecnologica che era diventato sotto Cingolani. La sua rimozione però porta con sé anche due storie collegate. Cingolani, che prima di guidare Leonardo era stato ministro della Transizione ecologica del governo Draghi, rappresentava uno degli ultimi terminali di collegamento espliciti tra il mondo di Meloni e quello di Draghi (ora resta soltanto Folgiero, l’ad di Fincantieri) e la sostituzione di Cingolani è il sigillo di un rapporto sempre più difficile, sempre più freddo, sempre più distante tra la premier di oggi e quello di ieri (e la saldatura del mondo bocconiano contro Meloni, con Mario Monti che come i Draghi boys è diventato particolarmente critico con il governo, è ovviamente un pezzo di questa storia).
Ma la rimozione di Cingolani non può essere raccontata senza affiancarla a un’altra rimozione che è quella che riguarda Terna. I fatti dicono che le uniche due scelte partorite direttamente da Meloni nel 2023 sono state riviste da Meloni tre anni dopo. Fuori Cingolani da Leonardo, che tre anni fa, quando il Pd che oggi lo difende lo attaccò lancia in resta per le sue competenze che la segreteria dem giudicò non adatte al ruolo, arrivò alla guida dell’ex Finmeccanica nonostante il parere fortemente contrario del ministro della Difesa Guido Crosetto che già all’epoca sponsorizzava invece Mariani. E fuori da Terna Giuseppina Di Foggia, bocciata da tutto l’entourage di Meloni, ma la cui rimozione è stata decisamente soft essendo stata Di Foggia scelta come presidente di Eni, con un percorso non molto diverso da quello di quei magistrati che, ritenuti poco idonei a svolgere un ruolo, invece di essere invitati a occuparsi di altro vengono spostati da una procura all’altra. Il nome scelto per Terna per sostituire Di Foggia è quello di Pasqualino Monti, altro manager, introdotto anni fa in Fratelli d’Italia anche grazie a un’amicizia con il giornalista Andrea Giambruno, ex compagno di Giorgia Meloni, cresciuto nella nidiata renziana nel 2014, quando ai tempi di Graziano Delrio ministro delle Infrastrutture venne scelto per guidare il porto di Civitavecchia.
Il filo conduttore in fondo è chiaro. I manager di maggior valore non sono manager che possono essere considerati simboli di una nuova classe dirigente legata alla destra. Gli unici manager allontanati sono quelli su cui aveva scommesso Meloni.