Vinti, vincitori, fili che si spezzano. Radiografia allegra delle nuove nomine meloniane

Il filo spezzato con Draghi, la classe dirigente rimossa, la continuità e i vinti. Tra discontinuità e desiderio di agire, dove possibile, senza strappi. Cosa ci dicono i nuovi vertici delle partecipate, con arietta di fine regime

di
11 APR 26
Ultimo aggiornamento: 11:08 AM
Immagine di Vinti, vincitori, fili che si spezzano. Radiografia allegra delle nuove nomine meloniane

Foto ANSA

Le nomine delle società partecipate dallo stato non sono mai solo un passaggio formale, tecnico, ma sono spesso un concentrato interessante di piccoli e grandi equilibri che permettono agli osservatori meno distratti di capire qualcosa in più su alcuni elementi cruciali della vita politica di un paese. I rapporti di forza che esistono all’interno di una maggioranza, per esempio. Ma anche il rapporto che ha un governo con la realtà, lo stato di salute dei vertici dei partiti, la capacità che hanno le forze politiche di far maturare qualcosa che somigli a una nuova classe dirigente, le connessioni che esistono all’interno dell’establishment tra mondi a volte distanti l’uno dall’altro, il tentativo di non considerare il criterio della nomina sulla base della fedeltà come l’unico motore per azionare il manuale Cencelli, la percezione che hanno le forze della maggioranza rispetto alla prospettiva di poter avere poche o molte chance di restare al potere ancora a lungo. Le nomine appena sfornate dei vertici di alcune tra le più importanti società partecipate dallo stato permettono anche in questa occasione di essere lette in profondità, come si leggerebbe una radiografia, e le scelte fatte su Poste, Eni, Enel, Leonardo e Terna offrono spunti di riflessione preziosi per illuminare alcune dinamiche interessanti (e anche alcune patologie) che riguardano la traiettoria imboccata dal centrodestra di governo. Il primo dato rilevante delle nomine riguarda quello che è stato uno dei punti di forza della stagione meloniana: il desiderio di agire, dove possibile, in continuità con il passato, senza strappi.

di
,
e
Le forme di continuità più importanti sono quelle che si sono registrate naturalmente ai vertici di Poste ed Eni dove sono stati riconfermati, per meriti oggettivi, due manager di valore assoluto stimati trasversalmente, che vennero scelti per la prima volta da un governo guidato (2014) da uno dei principali oppositori del governo Meloni, ovvero Renzi, per essere o confermati (come Descalzi) o promossi (come Del Fante, che passò da Terna a Poste) da un altro governo a guida Pd (Gentiloni, 2017), da un governo guidato da un presidente del Consiglio del M5s (Conte, 2020) e dallo stesso governo che li ha riconfermati oggi (Meloni, 2023).
In una certa misura, il messaggio veicolato da queste nomine va oltre il valore stesso che i nomi hanno per le loro aziende: per quanto si possa essere litigiosi in Italia, in politica, se c’è qualcosa che funziona non è detto che la politica lo smonterà. I nomi di Del Fante e Descalzi non sono le uniche conferme di questa tornata, ce n’è anche un’altra più inattesa, che è quella che riguarda Enel, con Flavio Cattaneo (amministratore delegato) e Paolo Scaroni (presidente) che vennero scelti nel 2023 dal governo Meloni e che nonostante alcuni attriti recenti con Palazzo Chigi sono stati riconfermati in virtù dei numeri importanti fatti segnare da Enel in questi anni (il primo a suggerire di usare la carta di Flavio Cattaneo come ad di Enel, nel 2023, fu Ignazio La Russa, la prima a gioire oggi per la riconferma di Paolo Scaroni è Marina Berlusconi, che sa bene quanto il papà fosse legato al presidente di Enel). Ma accanto agli elementi di continuità esistono alcuni elementi di discontinuità interessanti che emergono in queste nomine e che si prestano a chiavi di lettura differenti.
La discontinuità più importante ovviamente è quella che riguarda Leonardo. Il governo ha scelto di rimuovere Roberto Cingolani, anche a costo di sfidare il mercato, per ragioni di carattere industriale, come racconta oggi il nostro Stefano Cingolani sul Foglio (nessuna parentela!), e la scelta di Mariani indica una direzione di marcia che può essere letta anche con la volontà di mettere alla guida di Leonardo un profilo con molte competenze tecniche sul comparto industriale militare, allontanando dunque Leonardo dall’hub di innovazione tecnologica che era diventato sotto Cingolani. La sua rimozione però porta con sé anche due storie collegate. Cingolani, che prima di guidare Leonardo era stato ministro della Transizione ecologica del governo Draghi, rappresentava uno degli ultimi terminali di collegamento espliciti tra il mondo di Meloni e quello di Draghi (ora resta soltanto Folgiero, l’ad di Fincantieri) e la sostituzione di Cingolani è il sigillo di un rapporto sempre più difficile, sempre più freddo, sempre più distante tra la premier di oggi e quello di ieri (e la saldatura del mondo bocconiano contro Meloni, con Mario Monti che come i Draghi boys è diventato particolarmente critico con il governo, è ovviamente un pezzo di questa storia). Ma la rimozione di Cingolani non può essere raccontata senza affiancarla a un’altra rimozione che è quella che riguarda Terna. I fatti dicono che le uniche due scelte partorite direttamente da Meloni nel 2023 sono state riviste da Meloni tre anni dopo. Fuori Cingolani da Leonardo, che tre anni fa, quando il Pd che oggi lo difende lo attaccò lancia in resta per le sue competenze che la segreteria dem giudicò non adatte al ruolo, arrivò alla guida dell’ex Finmeccanica nonostante il parere fortemente contrario del ministro della Difesa Guido Crosetto che già all’epoca sponsorizzava invece Mariani. E fuori da Terna Giuseppina Di Foggia, bocciata da tutto l’entourage di Meloni, ma la cui rimozione è stata decisamente soft essendo stata Di Foggia scelta come presidente di Eni, con un percorso non molto diverso da quello di quei magistrati che, ritenuti poco idonei a svolgere un ruolo, invece di essere invitati a occuparsi di altro vengono spostati da una procura all’altra. Il nome scelto per Terna per sostituire Di Foggia è quello di Pasqualino Monti, altro manager, introdotto anni fa in Fratelli d’Italia anche grazie a un’amicizia con il giornalista Andrea Giambruno, ex compagno di Giorgia Meloni, cresciuto nella nidiata renziana nel 2014, quando ai tempi di Graziano Delrio ministro delle Infrastrutture venne scelto per guidare il porto di Civitavecchia. Il filo conduttore in fondo è chiaro. I manager di maggior valore non sono manager che possono essere considerati simboli di una nuova classe dirigente legata alla destra. Gli unici manager allontanati sono quelli su cui aveva scommesso Meloni.
Forza Italia può gioire per aver ottenuto una presidenza su cui Tajani scommetteva molto (Cuzzilla, presidente di Terna) e per aver introdotto all’interno di ogni cda una figura legata direttamente a lui. La Lega può ugualmente gioire per aver fatto valere nel Cencelli più la carta del leghismo legato al nord che il leghismo legato a Salvini (Igor De Biasio, ex Rai, ora alla guida di Enav, è uno dei manager di riferimento più del partito dei governatori leghisti che del leghista che governa la Lega con la ruspa, e lo stesso vale per la stragrande maggioranza dei leghisti che si trovano nei cda). E forse la Lega potrà finalmente gioire la prossima settimana quando al Consiglio dei ministri che ratificherà alcuni dei nomi che mancano all’appello tra i sottosegretari (uno alla Cultura, uno alla Salute, uno agli Esteri, uno all’Università, uno alla Giustizia) potrebbe essere indicato Federico Freni (sottosegretario al Mef) come presidente della Consob (a frenare la sua nomina due mesi fa fu Tajani, che soddisfatto dalla sessione delle scelte delle partecipate di oggi potrebbe essere pronto a sbloccare la scelta del presidente della Consob). Le nomine di oggi ci dicono molto sulla difficoltà di Meloni di dotarsi di una classe dirigente affidabile, sulla rottura di un rapporto con Draghi che può avere un suo peso anche a livello internazionale, sulla capacità dell’Italia di trovare elementi di continuità anche quando il Cencelli della politica morde alle caviglie, sul desiderio di scommettere su una classe dirigente delle partecipate che abbia un profilo più industriale. Ma ci dicono molto anche sulla consapevolezza che la traiettoria del consenso potrebbe riservare sorprese negative, che queste nomine potrebbero essere le ultime fatte dal governo e che rimandare a domani una nomina che si potrebbe fare oggi (Alessandro Monteduro, braccio destro di Alfredo Mantovano, è stato nominato nel cda di Enel) potrebbe non essere una buona idea in un clima come quello di oggi che più passano i giorni e più somiglia a una stagione sempre meno simile a una ripartenza e sempre più simile a una fine di regime.