La solitudine di Cingolani, che paga l’europeismo (e i no a Fazzolari)

L'ad, verso l'uscita da Leonardo, evita le polemiche e sceglie per ora il silenzio.  Dietro la scelta visioni diverse sui progetti con il governo e rapporti incrinati con Palazzo Chigi. Crosetto: “Non è la politica che giudica un ad ma i numeri e i mercati”
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10 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:01 AM
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Chief Executive Officer of Leonardo, Roberto Cingolani, speaks during the presentation of the 2026 Industrial plan of Leonardo, Rome, Italy, 12 March 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

 Chi ha parlato con Roberto Cingolani lo descrive come “un fiume in piena”. Amareggiato? “Certamente. E come potrebbe non esserlo?”, dice al Foglio un deputato che lo ha visto negli ultimi giorni. Ieri, secondo i rumors, sono salite ancora le quotazioni di Lorenzo Mariani come nuovo ad di Leonardo. Cingolani, invece, in questi giorni ha scelto il silenzio lasciando spazio agli interrogativi che in tanti si sono posti, di fronte a una scelta che, dalle parti del governo e della maggioranza, fanno fatica a spiegare pubblicamente. Almeno seguendo i criteri con cui di solito si valuta un amministratore delegato. Ovvero: “Non è la politica che giudica un ad ma i numeri e i mercati”, per dirla con le parole pronunciate ieri dal ministro della Difesa Guido Crosetto, uno dei pochi a sbilanciarsi. Nella maggioranza è tutto un “non ho seguito il dossier”. Si smarcano così i colonnelli meloniani Giovanni Donzelli e Galeazzo Bignami, ma anche il ministro Tommaso Foti. Nell’opposizione comunque non va tanto meglio. A parte il dem Andrea Orlando – che ha detto: “Chi è che sta chiedendo la testa di Cingolani? Sarebbe importante saperlo – sostanzialmente nessuno ha sollevato il caso durante l’informativa in Parlamento di Giorgia Meloni. E neanche nei giorni precedenti.
In questo quadro si alimentano retroscena e ricostruzioni, anche perché solo un mese fa era stato presentato il nuovo piano industriale di Leonardo, con 142 miliardi di euro di ordini previsti fino al 2030 e ulteriori prospettive di crescita, approvato pure dal ministero dell’Economia, azionista al 30,2 per cento. Dal governo inoltre nessuno nelle ultime ore avrebbe spiegato chiaramente al diretto interessato le ragioni dell’avvicendamento. Così negli uffici di Leonardo corrono (e concorrono) varie ipotesi: per esempio il fatto che il Michelangelo Dome, il sistema di difesa integrata presentato a fine novembre, non piaccia agli americani, provocando qualche problema a Palazzo Chigi nel rapporto con l’alleato. Ma anche la gestione troppo “europeista” da parte di Cingolani non sarebbe stata gradita, insieme a uno slancio tecnologico, un progetto di sviluppo, che superava le attese del governo più legato al modello Finmeccanica. Il tutto in un clima, quello che segue il flop referendario, in cui Meloni ha deciso di dare un segnale, chiedendo le dimissioni dei suoi e cercando una qualche forma di discontinuità che in questo caso ha toccato Cingolani. Lui nel frattempo ha evitato ogni polemica, niente dichiarazioni. Meglio far parlare i numeri: il titolo di Leonardo cresciuto di oltre il 400 per cento negli ultimi tre anni, meglio di tante altre realtà europee. E poi i segnali che sono arrivati dai mercati, scettici sulla sostituzione dell’ad, tanto più con uno scenario internazionale sempre più teso. 

Accanto a questo c’è inoltre un’altra verità ed è quella politica. Cingolani era stato scelto da Meloni come consigliere energetico. Un segno di continuità con il governo Draghi, di cui il fisico era stato ministro. Poi la nomina a Leonardo, nonostante non fosse la prima scelta di Crosetto (proponeva proprio Mariani) che tuttavia col tempo ha apprezzato il contributo di Cingolani. Al contrario pare invece che il piglio troppo “autonomo” di Cingolani, le ultime nomine in Leonardo, non siano state gradite da tutti a Palazzo Chigi. Alla Camera, nei capannelli dei deputati di maggioranza, allora la spiegano così: “E’ molto semplice. Cingolani parlava solo con Meloni. Ha detto troppi no a Fazzolari e questo ora lo paga”.