E’ preoccupato,
Pupi Avati, nel giorno in cui divampano le polemiche per
il caso del docufilm su Giulio Regeni a cui la commissione ministeriale per i contributi selettivi non ha concesso i fondi. Ed è amareggiato, il regista che ancora è felice come il primo giorno davanti alla macchina da presa e che ama il cinema italiano al punto, dice, “da non tollerare che un giocattolo meraviglioso e serissimo che parla così tanto di noi e della nostra storia finisca soffocato e strattonato da una parte e dell’altra”.
Guarda il quadro e non si capacita, Pupi Avati: “L’idea che il bubbone centrale del problema fossero le commissioni influenzabili dalla politica è fuori discussione. Come è fuori discussione il fatto che la scelta di cosa finanziare o meno sia soggetta alle regole dell’appartenenza: vediamo veramente tanti, troppi casi di questo genere”. Il regista fa una premessa: “Parlo da battitore libero, non appartengo né alla destra né alla sinistra e mi permetto di pensare al di là di muri e steccati, non secondo le convenienze di questo o quel partito. Perché il cinema di qualità non è mai nato dall’appartenenza, ma dall’ispirazione e dall’arte. Chiediamoci: chi può giudicare davvero la poesia? Solo i poeti. Chi un romanzo? Lo scrittore. Senza generalizzare, dico che un film può giudicarlo davvero soltanto chi è dentro la macchina e non è condizionato in alcun modo”. Avati ricorda il periodo in cui era presidente di Cinecittà, con Giuliano Urbani ministro: si pensava allora “a un nuovo assetto legislativo per le commissioni – la legge dell’ascolto, la chiamavamo — perché nella nostra idea le commissioni dovevano essere composte da persone del settore che intervistassero i proponenti e si facessero dire nel dettaglio come avrebbero raccontato sullo schermo quelle storie. L’esperienza di regista, infatti, e parlo intanto per me, ti permette di fare le domande giuste al giovane che aspiri a farsi finanziare un progetto, e di vedere in un budget le parti essenziali e quelle superflue”. Racconta anche un periodo più recente, Pupi Avati: “Quando è diventato ministro della Cultura Alessandro Giuli, persona stimabilissima e di grande correttezza, mi sono offerto di dare una mano per cercare di trovare il modo per separare cinema e politica. Perché quella è la chiave di tutto. Ma la cosa non è andata in porto, purtroppo”. Qual è la “soluzione Avati”? “Bisognerebbe creare un’agenzia ad hoc, come è stato fatto in Francia, agenzia indipendente che valuti davvero soltanto la qualità e agisca secondo proprie regole e meccanismi, per evitare di mettere il cinema in mano a ministri e sottosegretari privi di esperienza nel campo. Qui invece siamo nella situazione in cui, se un ente pubblico produce un film, lo capisci anche dal fatto che certi nomi, sempre gli stessi, ricorrono nei titoli di coda. Per questo dico che l’eventuale agenzia deve essere composta da gente che ha fatto o che fa questo mestiere, e senza continui scontri tra destra e sinistra, ma unendo le energie per salvare il cinema italiano che muore. E pensare che è stata una delle più grandi risorse comunicative dell’Italia nel mondo, un’Italia che entrava nel cuore dei cittadini di altri paesi attraverso le immagini. Che amarezza vederlo spegnersi in una guerra di scellerati e incompetenti”. Il primo criterio per la creazione dell’agenzia indipendente, “autofinanziata e a budget fisso, rinnovabile di anno in anno” dovrebbe essere “la scelta per competenza di presidenti e commissari: che cosa sa fare quello? Scrivere sceneggiature. Bene, lo si prenda per giudicare le sceneggiature. E così via, basta che siano persone che abbiano avuto a che fare con la materia che devono giudicare”. Ultima, ma non ultima osservazione: “Si punti al basso costo. In questi ultimi anni abbiamo fatto film dai costi pazzeschi, hollywoodiani, fuori dal mondo e senza senso, con budget gonfiati per gonfiare il tax credit. Abbiamo creato molti problemi al cinema italiano e per rimediare non abbiamo chiamato neanche un regista. Peccato”. Avati ha un rammarico: “Ripeto, mi sarebbe piaciuto aiutare. Ma la mia competenza di regista forse ha in qualche modo spaventato, perché se ascolti la competenza poi magari devi anche dire dei no, e dimenticarti di sinistra e destra”.